Il Grande Notturno, di Ian Delacroix

Attratto dalla suggestiva copertina di Diramazioni (vedi intervista su Knife 3) e dalla stimolante presentazione in quarta di copertina, il Terzo Occhio ha affrontato la lettura di questo libro colmo di aspettative. Non tutte, però, sono state soddisfatte.
Cominciamo col dire che a Ian Delacroix piace giocare. Gioca con le fiabe (il riferimento iniziale al Pifferaio di Hamelin è dichiarato), con i titoli dei capitoli (ognuno è una citazione ben precisa, letteraria e/o cinematografica), con la struttura della storia (saltare da contenuti horror a quelli fantasy, passando per le leggende nordiche, non è cosa da poco), coi personaggi (visto che non sembra esserci un vero protagonista se non la storia – anzi la leggenda – stessa) e con il lettore, al quale fa gustare ogni volta sapori, odori e sensazioni diverse.
Ma tutto questo, badate bene, ha un prezzo. E il prezzo è, paradossalmente, proprio ciò che dovrebbe avere la precedenza su ogni altra cosa: l’attenzione del lettore.
Tanta carne al fuoco, tanti personaggi introdotti insieme (quasi fossero costretti a passare da un imbuto) e poi abbandonati, per lasciare solo Elettra e il Grande Notturno, da soli, perché venga raccontata la storia di quest’ultimo che, altro elemento non indifferente, si dilunga fin quasi ad addormentare i sensi. Tutto questo, dicevo, finisce per rivoltarsi contro la storia stessa, che ne esce strutturalmente dissestata. Tanta azione all’inizio, un lungo intermezzo di informazioni che sarebbe stato meglio diluire nel corso della vicenda, e un finale che non è un finale – ma ci può stare – lasciando aperto uno spiraglio per un eventuale ritorno.
A tratti questo libro gode di una sorta di respiro kinghiano. Il modo di presentare i personaggi, le loro piccole realtà, l’orrore in cui si imbattono, sono assai ben gestiti. Meno bene le scene del massacro zombie, che suonano quanto mai piatte, così come il sacrificio di questo o quel personaggio, eventi telefonati che lasciano il lettore nell’indifferenza assoluta.
Tutta la leggenda sul Grande Notturno e la sua ricerca della Bellezza costituiscono l’elemento più originale e interessante del libro, ma troppe pagine sono dedicate a questo resoconto e finiscono per estraniare il lettore dalla storia che, nel frattempo, soffre uno stand by eccessivo.
Nel complesso, va senza dubbio concesso un plauso a Delacroix per il personaggio del Grande Notturno, un’entità di grande fascino le cui vicende meritano di essere seguite, ma il tutto avrebbe potuto essere miscelato meglio, soprattutto a livello strutturale.

Tre coltelli, spuntati.

(Daniele Picciuti)


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