Martyrs, di Pascal Laugier

Mai come in questa occasione il Terzo Occhio si è trovato in difficoltà nel giudicare un’opera cinematografica.

Cominciamo col dire che Martyrs è un film per certi versi unico nel suo genere, nonostante tocchi argomenti trattati in modo simile in Saw, Hostel, Frontiers e via discorrendo.

Ad esempio, la struttura stessa è diversa. Ha un attacco in media res, con le due protagoniste (peraltro bravissime) Mylène Jampanoi (Hereafter) e Morjana Alaoui (I fiori di Kirkuk) alle prese con lo sterminio di una famiglia apparentemente molto tranquilla.

La più fragile delle due ragazze, segnata da indicibili violenze subite in tenera età, lotta con i mostri della propria mente, apparizioni spettrali assetate del suo sangue, che gridano vendetta, una vendetta a cui lo spettatore assiste esterrefatto per la prima metà del film, chiedendosi se sia giusta o un puro atto di follia.

E poi. Nella seconda parte si precipita nell’abisso.

Una prigione sotterranea che racchiude orrori indescrivibili, una discesa all’inferno per l’unica sopravvissuta a cui – ancora una volta – lo spettatore è costretto ad assistere impotente, al pari della protagonista – siamo cattivi e non vi diciamo quale delle due – che viene spogliata della sua umanità, della dignità di essere umano, sottoposta a violenze, soprusi e mutilazioni fino a svelare una trama nascosta che fa rabbrividire. Che ci costringe a porci delle domande a cui – parere personale – sarebbe bene non avere risposta. Non in questa vita. Non nel modo proposto dal regista Pascal Laugier (Saint Ange).

Le ultime scene fanno virare la pellicola verso un misticismo che però, a giudizio del Terzo Occhio, appare forzato e volutamente raccapricciante.

Nel complesso, un’opera che vorrebbe essere un Cult ma che sfiora il pulp fine a se stesso, come già accaduto in Hostel. Forse, a differenza di quest’ultimo, Martyrs gode di una migliore e più originale struttura narrativa, di interpretazioni più incisive, di una maggiore empatia coi personaggi, i quali forse ne rappresentano il vero punto di forza, che permette allo spettatore di sopportare i 97 minuti di film con strenuo coraggio (non a caso sembrano non finire mai), nella speranza che qualcosa succeda, che prima o poi il bene trovi il suo riscatto.

Speranza pressoché vana, se si escludono le ultimissime scene, peraltro non del tutto consolanti.

Per tutti questi motivi, il Terzo Occhio ha deciso, per la prima volta, di non assegnare coltelli. Ne potrebbe dare uno, come cinque. È un film che va “sopportato”, che richiede un martirio anche da parte dello spettatore.

Se ce la fate, mostrando di essere martiri, è probabile che lo consideriate un capolavoro. In caso contrario, spegnete la tv. Vi risparmierete una lunga agonia.

(Daniele Picciuti)

 

 


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