Vis a Vis – Il prezzo del riscatto

visavis_locDalla Spagna arriva Vis a Vis, un’interessantissima serie ambientata in una prigione femminile. Protagonista assoluta la bella e brava Maggie Civantos, nel ruolo di Macarena Ferreiro, rimasta incastrata dall’uomo con cui aveva una relazione e divenuta unico capro espiatorio nella truffa da lui messa in atto. Per questo finisce nella prigione di Cruz del Sur, istituto di cui è direttrice Miranda (Cristina Plazas) il cui desiderio è creare una prigione modello per il recupero delle detenute, ma nel quale, in realtà, succede ciò che succede in tutti i posti del genere: il crimine e l’ingiustizia continuano a farla da padroni.

Per Macarena è l’inizio di un incubo. La prima persona con cui riesce a legare, Iolanda, viene brutalmente uccisa. Macarena sa con chi si è allontanata e presto scopre anche il motivo presunto del suo omicidio. Prima di entrare in carcere, Iolanda ha nascosto da qualche parte nove milioni di euro, e adesso tutti vogliono trovarli, in particolar modo l’Egiziano, un criminale internazionale la cui compagna, Zulema Zahir (Najwa Nimri), è rinchiusa nel carcere di Cruz del Sur. E Zulema è, guarda caso, anche la persona che si era allontanata assieme a Iolanda prima che questa morisse. Purtroppo, Zulema è anche la regina incontrastata del carcere, il che fa di lei il peggior nemico che Macarena possa avere.

A complicare le cose ci si mettono la compagna di cella Annabelle (Imma Cuevas), che coinvolge Macarena, contro la sua volontà, nel suo giro di droga, e Estefania “Rizos” (Berta Vazquez), che le fa letteralmente la corte. Proprio questo attaccamento a Estefania provoca la gelosia di Saray Vargas (Alba Flores, già vista in Casa de Papel), sua ex-ragazza e compagna di cella e amica di Zulena. Ciliegina sulla torta, il dottor Sandoval, medico del carcere, inizia a vessarla con approcci sessuali subdoli e meschini.

Per fortuna, Macarena ha la sua famiglia. Suo padre Leopoldo (Carlos Hipolito), un ex-poliziotto ormai in pensione, e suo fratello Roman (Daniel Ortiz) si mettono sulle tracce dell’Egiziano e dei nove milioni con lo scopo di procurarsi il denaro per pagare la cauzione a Macarena e, allo stesso tempo, avere uno strumento con cui proteggerla da Zulena. Queste indagini mettono però i bastoni tra le ruote alla polizia all’ispettore Castillo, screenshot_visavisvecchio amico di Leopoldo, che non tarderà a sospettare qualcosa.

Tra i secondini, il sanguigno Fabio (Roberto Enriquez) è quello che prende a cuore la situazione di Macarena e finisce per provare qualcosa nei suoi confronti, nonostante sia sposato. Stando ben attento a non destare i sospetti tra i suoi colleghi, in particolare nell’amico Palacios (Alberto Velasco), sempre pronto a essere la sua coscienza, quando serve, Fabio si assume il compito di sorvegliarla, convinto da Leopoldo che lei possa essere in pericolo. Almeno fino a quando qualcuno non gli fa cambiare idea…

La discesa nell’incubo di Macarena è rapida e dolorosa e ogni volta che tenta di tirar fuori gli artigli, qualcos’altro le piomba addosso con maggior veemenza, schiacciandola. La serie si muove rapida e crudele sulla sua pelle e lo spettatore è davvero portato a parteggiare per lei e per chiunque, a volte anche solo per un momento, si erga a prendere le sue difese.

vis-a-visVis a vis è una serie che prende da subito, non ci si annoia e le dinamiche tra le carcerate sono più che interessanti, a tratti fanno riflettere su come ognuna di esse, anche la più abietta, possa in fondo avere dei sogni e delle speranze. Che, comunque, finiscono puntualmente per essere distrutte dalla cruda realtà.

La serie si compone attualmente di quattro stagioni, ma su Netflix sono per ora disponibili solo le prime due.

Quattro coltelli

(Daniele Picciuti)

terzo occhio 4 coltelli

 

 

 


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Black Spot (Zone Blanche)

Black_Spot-coverHo iniziato a guardare Black Spot con curiosità, dopo aver seguito un’altra serie interessante, La foresta (anche questa di matrice francese) e ho capito fin da subito che era nelle mie corde. Atmosfere cupe, una natura selvaggia che cela pericoli e inquietudini a ogni angolo, rumori sinistri che fanno eco al verso dei corvi, e innumerevoli strane morti.

Da subito, in Black Spot, si percepisce una forte aura soprannaturale anche se, man mano che si va avanti, questa rimane solo sullo sfondo. I delitti che vengono compiuti hanno assassini umani e motivazioni umane, ma in parallelo corre la crisi di Villefranche, paesino sperduto dove neanche i cellulari prendono come si deve (per questo si chiama zona bianca), afflitto dai traffici illeciti della famiglia Steiner, contro cui si battono i Figli di Arduinna, un movimento che rivendica il rispetto per la foresta secondo i miti delle tribù celtiche un tempo stanziate nella regione.

A indagare sui delitti è il maggiore Laurene Weiss (Suliane Brahim), che ha alle spalle un passato misterioso. Quand’era giovane, infatti, venne rapita e tenuta in catene in un luogo che non ricorda più. Riuscì a liberarsi con grande sacrificio e fu raccolta dal suo ragazzo di allora e attuale sindaco Bertrand Steiner (Samuel Jouy) di cui è ancora innamorata, pur essendo lui ormai sposato e con una figlia. Ed è proprio la sparizione di questa ragazza a riavvicinare i due e a dare inizio alla guerra silenziosa dei Figli di Arduinna.locandina_blackspot

Laurene viene assistita dal fido Martial “Nounours” Ferrandis (Hubert Delattre), l’unico che sembra comprendere ciò che lei sta passando. A complicare le cose ci si mette il nuovo arrivato, il procuratore Franck Siriani (Laurent Capelluto), che vuole vederci chiaro su tutte le morti di Villefranche, e Cora (Camille Aguilar), la figlia di Laurene, che segue un’indagine tutta sua sulla scomparsa della ragazza, che la porterà pericolosamente vicina ai Figli di Arduinna.

Tutto lascia pensare che ci sia del marcio nella foresta, e che un’antica creatura muova fili invisibili per preservarne l’integrità. Ma è davvero così, o, in fin dei conti, la natura si sta soltanto difendendo?

Se vi piacciono le serie di grande atmosfera, lente ma efficaci, in cui i misteri vengono dipanati a poco a poco, Black Spot è quello che fa per voi. Su Netflix trovate le prime due stagioni e mi aspetto che a breve venga ufficializzata la terza.

Quattro coltelli.

(Daniele Picciuti)

terzo occhio 4 coltelli


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Primo luglio 1969: Charles Manson spara a Bernard Crowe

Bernard-CroweQuando si parla dei delitti attribuiti alla Family – la comunità hippy che in pochi mesi il suo fondatore, Charles Manson, trasformò in setta – si pensa soprattutto a Sharon Tate, la giovane e bellissima attrice che aspettava un bambino, morto con lei, dal marito, il regista “maledetto” Roman Polanski. Madre e figlio però non furono le uniche vittime della strage di Cielo Drive né le uniche uccise nella Blood Summer del 1969, che potrete conoscere nella nuova edizione del saggio Charles “Satana” Manson: demitizzazione di un’icona satanica, la cui uscita è prevista con Nero Press Edizioni in agosto 2019.
Il delitto meno conosciuto della Family e senz’altro quello del trentaquattrenne Bernard “Lotsapoppa” Crowe, uno spacciatore di droga di colore che il braccio destro di Manson, Tom Watson, avrebbe tentato di imbrogliare (o viceversa: le testimonianze discordano). Crowe avrebbe dichiarato di voler “spazzare via gli straccioni dallo Spahn Ranch”, perciò il 1° luglio del 1969 Manson gli avrebbe sparato con una calibro 22. Crowe era sospettato di essere un simpatizzante del movimento violento per i diritti delle persone di colore, i Black Panther (le Pantere Nere), i cui membri – sperava Manson – lo avrebbero vendicato, dando via all’Helter Skelter. Ciò non è mai avvenuto per due motivi: Crowe non faceva parte delle Black Panther e, sebbene Manson e i suoi non lo abbiano saputo fino al processo, è sopravvissuto alla sparatoria. Di fatto perciò non entra nemmeno nel conto delle vittime ufficiali della “Famiglia”, pur dimostrando che Manson non avrebbe avuto scrupoli a uccidere personalmente chi gli dava fastidio.
Bisogna inoltre ricordare che già dal 1968 si registrano morti che si possono ricondurre alla Family.
Il 13 ottobre del ‘68 Nancy Warren (che aspettava un bambino dal marito, un ufficiale di polizia) e sua nonna, Clida Delaney, furono picchiate a morte e strangolate con un laccio di cuoio a Ukiah, California, luogo in quel periodo frequentato da alcuni membri della Family.
Due mesi dopo, il 30 dicembre, dopo essere stata rapita da casa a West Hollywood, la diciassettenne Marina Habe viene pugnalata al collo e al torace e il suo corpo gettato in una scarpata nei pressi di Mulholland. Sembra che fosse amica di qualcuno dei giovani della Family.giornale
Il 27 maggio del 1969 il sessantaquattrenne Darwin Scott fu massacrato con 19 coltellate, infine il suo corpo fu inchiodato con un coltello per macellai al pavimento del suo appartamento di Ashland (Kentucky). Era il fratello del “Colonnello Scott”, ritenuto il padre naturale di Manson, che non aveva mai voluto occuparsi del figlio e deceduto nel ‘54.
Dopo il tentato omicidio di Crowe, Il 17 luglio fu assassinato Mark Watson, un ragazzo sedicenne che frequentava ogni tanto il ranch dove viveva la Family. Aveva tre pallottole calibro 22 in corpo ed era stato picchiato a lungo.
Due giorni dopo, il 19 luglio, il corpo di una ex seguace di Manson, Susan Scott – la ragazza, nonostante il cognome, non era parente del “colonnello Scott” – fu ritrovato martoriato in una scarpata. Stessa sorte per una “Jane Doe” – nome fittizio che la polizia americana dà ai cadaveri non identificati – vista, proprio come Susan, assieme a membri della Family.
Il 31 luglio verrà invece ritrovato assassinato Gary Hinman, che in passato aveva ospitato Manson e i suoi, ma di lui parlerò nella ricorrenza della morte, perché è considerato il primo vero delitto della Family e quello che avrebbe originato la Blood Summer.

(Biancamaria Massaro)

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La mostra delle atrocità, di J.G. Ballard

ballardTitolo: La mostra delle atrocità
Autore: J.G. Ballard
Editore: Feltrinelli Editore
Anno: 1970
Pagine: 195
Prezzo: 6,99 euro (ebook) 9,00 euro (cartaceo)

Sinossi

L’opera che ha consacrato Ballard autore di culto, formidabile visionario, profeta dei destini del mondo. Un’opera totale che fonde la forma del romanzo, le cadenze del saggio e un apparato di note ricco come un romanzo nel romanzo, come una lucida summa delle icone della contemporaneità. Protagonista un uomo dal carattere sfaccettato e dai molti nomi (Travis, Talbot, Traven, Tallis, Talbert, Travers), e intorno (o dentro di lui?) un universo stravolto e artificiale: celebrità anatomizzate, fantasie oniriche e libere associazioni, crudeltà e pornografia, civiltà e inferno. “Qual è il reale significato della morte di Marilyn Monroe o dell’assassinio di Kennedy? Come agiscono su di noi a livello neurale, a livello dell’inconscio? Questi eventi dei media, il suicidio della Monroe, l’assassinio di Kennedy, l’elezione di Reagan (riportata nel libro quindici anni prima dell’evento reale) hanno qualche significato nascosto nella nostra mente, influenzano la nostra immaginazione secondo modalità impreviste?” (J.G. Ballard)

La recensione di Nero Cafè

Parlare di un libro senza un genere preciso, senza una struttura precisa e senza una connessione narrativo-espressiva non è facile, in quanto chiunque può vederci tutto o niente. Quindi apro la recensione dicendo che, oltre a essere senza ombra di dubbio un romanzo fortemente sperimentale, esso è anche una raccolta di racconti che spaziano dalla narrativa alla fantascienza, dall’horror all’opera di denuncia, dallo splatterpunk allo psichedelico, il tutto caratterizzato da tinte violente ed erotiche.

La lettura non è per niente fluida e in alcuni punti è davvero molto ostica. In più occasioni sono stata tentata di chiudere il libro, perché proprio non riuscivo a raccapezzarmi più nel groviglio di situazioni tra loro sconnesse, tuttavia sono riuscita ad arrivare sino alla fine. Per quanto mi riguarda, la difficoltà d’approccio deriva sia dalla destrutturazione dell’opera, dalla sua mancanza di trama (se ne ha una, ho davvero difficoltà a ricostruirla), sia per lo stile che varia da racconto a racconto e, spesso, da sottocapitolo a sottocapitolo. Il lettore, in pratica, viene sbalzato da un evento all’altro, senza un filo logico, senza una connessione logica che non siano schizofrenia e sesso. È un’opera d’autocompiacimento stilistico dell’autore, che tuttavia riesce comunque a delineare la morbosità della società (degli anni Settanta, ma soprattutto attuale) per la violenza e, appunto, il sesso; eppure, nonostante le tematiche modernissime e un quadro crudo che si sposa benissimo con le richieste artistiche d’oggi, per me l’opera manca di una qualità fondamentale, ovvero l’empatia nei confronti del lettore. Chi legge, infatti, riesce a figurare fin troppo bene incidenti di auto, orgasmi e paranoie, ma non riesce a legare né con i personaggi (che sono caratterizzati davvero pochissimo sia sotto l’aspetto psicologico sia sotto quello dialogico) né riesce in qualche modo a proiettarsi nella realtà ballardiana; questo, sempre a mio avviso, è l’handicap più grave che un’opera possa subire. Di contro, ho amato lo stile, a tratti ampolloso sino all’eccesso, a tratti eccessivamente brutale e confesso che è stata proprio questa altalena stilistica a farmi terminare un romanzo che, altrimenti, non credo sarei riuscita a finire.
Solo dopo (non dopo averlo chiuso, ma dopo qualche ora o giorno) ci si interroga su cosa voglia veramente dire questo romanzo e penso che ognuno lo intenda un po’ a modo suo. Io credo che Ballard abbia voluto mettere il lettore davanti a un’ovvietà socio-narrativa che, però, ovvia non è: chi si assuefà alla pazzia e alza l’asticella del “livello di tollerabilità”, va avanti; chi non vi riesce, fugge. E, indipendentemente dall’assuefazione o dalla fuga, il significato di tante situazioni, reali o letterarie, deve rimanere ignoto ai più.

Non posso né consigliare né sconsigliare la lettura di quest’opera. Se volete tentare qualcosa di allucinogeno e destrutturato, allora indubbiamente La mostra delle atrocità è un buon inizio. Sempre, però, che abbiate uno stomaco forte.

Valutazione: tre coltelli e mezzo.

Estratto

Ritornando con la memoria alla morte della moglie, Travers adesso la vedeva sotto una nuova luce, come una serie di giochi concettuali:
1) uno spettacolo teatrale intitolato “Crash”;
2) una curva tridimensionale di una nuova geometria transfinita;
3) una scultura gonfiabile di kapok lunga duecento metri;
4) una serie di diapositive di cancri rettali;
5) sei pubblicità pubblicate su “Vogue” e su “Harper’s Bazaar”;
6) un gioco da tavolo;
7) alcune bambole di carta, le alette ripiegate attorno alle aree delle ferite;
8) le “pudenda” immaginarie di Ralph Nader;
9) un insieme di livelli di rumore;
10) una raccolta casuale di frammenti di dialogo di portantini e tecnici della polizia registrati su videotape.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Hereditary – Le radici del Male

hereditaryTitolo: Hereditary – Le radici del male
Regia: Ari Aster
Genere: drammatico, horror
Anno: 201
Attori: Toni Collette (Annie Graham); Milly Shapiro (Charlie Graham); Alex Wolff (Peter Graham); Gabriel Byrne (Steve Graham); Ann Dowd (Joan).

Trama

La storia di disturbi mentali che ha sempre segnato la famiglia Graham riaffiora improvvisamente alla morte della matriarca Ellen. La donna appare come una visione sia alla giovane Charlie sia a sua madre Annie, portando alla luce le insicurezze e i rancori di una famiglia apparentemente serena…

La recensione di Nero Cafè

Hereditary – Le radici del male è stato uno di quei film che mi ha colpita e non poco. A causa dell’enorme battage pubblicitario, mi ero sempre rifiutata di vederlo, temendo fosse una delle solite pellicole orribili (non perché orrorifiche, ma perché pessime) che il cinema d’intrattenimento produce (tipo The Nun – La vocazione del Male, di cui forse, un giorno, vi racconterò). Invece, stavolta devo ricredermi.

Il punto forte di Hereditary è, senza alcuna ombra di dubbio, la regia. Le riprese e le inquadrature sono mozzafiato e, soprattutto, sono innovative, non si fossilizzano sui topoi tecnici dell’horror che ci perseguitano dagli anni Settanta (che, all’epoca, erano rivoluzionari, ma dopo quasi cinquant’anni di cinema cominciano a essere abbastanza indigesti); dimenticatevi, dunque, presenze che attraversano il corridoio alle spalle del protagonista o immagini raccapriccianti che appaiono negli specchi o dietro le tende della doccia. In questo film non esistono jumpscare, ma una tensione che viene fatta salire magistralmente con pennellate di suspense e silenzi, angoli bui e drammi interiori. Hereditary è un progetto ambizioso che unisce il drammone familiare e interiore con l’intramontabile storia di fantasmi e possessioni, ma lo fa con intelligenza e, come ho giàScreen-Shot-2018-01-30-at-13.22.00-920x584 detto, con l’intenzione di non disgustare lo spettatore, bensì fargli provare quel brividino sulla pelle che tutti noi amanti del genere ricerchiamo.
Di contro, la sceneggiatura presenta alcune sbavature, soprattutto nella parte finale in cui, a mio avviso, sono stati effettuati tagli corposi per non allungare troppo un lungometraggio davvero lungo (passatemi il gioco di parole, ve ne prego… ci aggiriamo, in ogni modo, attorno alle 2 ore e 10 minuti di film), a discapito della trama che subisce alcuni buchi narrativi, colmabili comunque con un minimo di logica da parte dello spettatore. Inoltre, il finale tende a uniformarsi al filone horror e perde un po’ della magia e genialità che permeano le scene precedenti, col rischio di deludere una buona fetta di pubblico (cosa che è avvenuta, soprattutto in Italia). A favore della sceneggiatura, invece, bisogna dire che i dialoghi e i personaggi sono strutturatissimi e uno spettatore, in molti passaggi, ha l’impressione di assistere a un dialogo reale, quotidiano, piuttosto che a una recitazione cinematografica. A questo pro, non posso che spendere davvero un encomio per gli attori (il cast è davvero tosto, tutti bravissimi e assai immedesimati nella parte), con un occhio di riguardo per la superba Toni Collette (nei panni di Annie Graham) che con la sua mimica facciale, i suoi gesti e il suo trasporto risulta semplicemente agghiacciante. Altra cosa importante: la sceneggiatura propone (finalmente!) reazioni umane; i personaggi si comportano come persone normali in preda alla rabbia, al panico o allo shock (a volte così forte da paralizzarli). Nessuno fa l’eroe, nessuno è così forte e figo da affrontare un demone millenario armato di coltellino svizzero; non c’è nulla di tutto questo e, per tale motivo, i personaggi sono vivi, veri, con pregi e difetti come noi tutti.
hereditary (1)La fotografia è, secondo me, ottima e quasi sempre naturale: se nella stanza non c’è la luce, l’inquadratura è buia; se la stanza è illuminata da una candela, la luce è ondeggiante. Di contro, come già detto, il finale del film si uniforma un po’ al filone horror commerciale e alcuni effetti speciali (che non menziono, per evitare spoiler) non mi hanno convinta del tutto; insomma, per dirla senza giri di parole, si potevano evitare o si potevano fare meglio. Splendidi, invece, i giochi di luce ed energia realizzati. Per concludere l’analisi generale, i costumi sono azzeccati e la colonna originale di Colin Stetson è semplicemente la ciliegina sulla torta.

Per quanto mi riguarda, ho trovato Hereditary davvero interessante. In primis, perché cerca di non infarcire le riprese con fantasmi incollati sullo schermo o con jumpscare prevedibili (a far spaventare con una visione improvvisa siamo capaci tutti, ma far crescere l’ansia e mozzare il respiro è prerogativa dei migliori), bensì riesce a creare disagio psicologico nello spettatore, che vive tutta la disfunzionalità della famiglia Graham. Altra chicca: qui le visioni non sono accozzaglie d’immagini senza senso che servono a fare scena e far vedere quanto è bravo il tecnico degli effetti speciali, ma sono utili a dare spessore psicologico ai personaggi e a contestualizzare determinate azioni/reazioni degli stessi.
Inoltre, sono davvero stata conquistata dalla regia. Vi faccio un esempio, senza spoilerare nulla. C’è un funerale (non vi dico di chi) e in genere i registi optano per queste soluzioni: ripresa distante e, per il cambio scena, scarrellatura laterale oppure zoomata sulla cassa che viene interrata o, ancora, allontanamento della ripresa che diviene ad ampio raggio44397477452_2d993bae39_b per dare un senso di silenzio, solitudine, desolazione. Ecco, qui no. Aster riprende il funerale ad altezza uomo e pian piano la telecamera si abbassa, si abbassa sempre di più, fino a giungere ad altezza erba. E poi? E poi scende ancora, ci porta sottoterra, vediamo il terreno e le radici. “Che succede?”, pensa lo spettatore, “Cosa c’è sotto il manto erboso? L’inferno? Un cadavere?” No, cambio scena repentino e l’adrenalina che schizza alle stelle. Non sono una regista e le mie conoscenze tecniche sono limitate, ma questa scena che cosa significa? Significa che Aster si è ingegnato a scavare una buca, a curare il movimento dell’erba, cose che nel cinema moderno non si fanno più, prediligendo la velocità di ripresa all’innovazione che, senza dubbio, richiede sforzi e tempi maggiori.
Di contro, questo film ha un’enorme pecca: è prettamente americano. Non sto parlando solo di tecnica cinematografica, ma di forma mentis e, proprio per questo, rischia di non essere apprezzato dal pubblico italiano. “Perché?”, vi chiederete. Perché la mentalità americana è completamente differente da quella italiana e un italiano, nel novanta percento dei casi, non riuscirà a rinvenire l’attacco ai due punti cardini della società statunitense: il bigottismo e la famiglia, che oltreoceano viene concepita come oasi felice e intoccabile, e guai ad affermare o a dimostrare il contrario. Aster, invece, lo fa e il vero orrore che narra non è la possessione, bensì lo sgretolarsi di una famiglia problematica che deve, volente o nolente, affrontare un susseguirsi incessante di drammi personali. Per questo motivo alcune scene sono piuttosto criptiche e, a ben rifletterci, non vanno interpretate visivamente ma concettualmente, ricordando sempre che ogni situazione paranormale può avere una spiegazione logica – o meglio clinica – nella mente della protagonista.

Indubbiamente una pellicola consigliatissima, purché lo spettatore sia pronto a oltrepassare i confini della mentalità italiana e, soprattutto, porga tanta attenzione alla regia che, non mi stancherò mai di ripeterlo, porta una ventata d’aria fresca in un panorama horror stantio.

Valutazione: quattro coltelli.

Citazione

Charlie: Chi si prenderà cura di me?
Annie: Pensi che io non mi prenderò cura di te?
Charlie: Ma quando tu muori?

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhio 4 coltelli


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Recensione: PARADISE CITY di Joe Thomas

Titolo: Paradise City
Autore: Joe Thomas
Editore: Carbonio Editore
Anno: 2018
Pagine: 313
Prezzo: 17,50 euro (cartaceo)

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Mario Leme, investigatore della Polícia Civil di São Paulo, non è più lo stesso da quando un tragico incidente ha sconvolto la sua vita: l’amatissima moglie Renata è rimasta uccisa l’anno prima da una bala perdida, un proiettile vagante, durante una sparatoria tra polizia e trafficanti di droga. Renata era un’attivista, un avvocato coraggioso che si dedicava agli ultimi e aveva il suo studio proprio nella favela dove ha perso la vita: Paraisópolis, un inferno di violenza e criminalità. Ma un giorno, proprio in quella favela, Leme assiste a un altro incidente mortale: un SUV sbanda e si ribalta. Sul corpo della vittima però scorge delle ferite da proiettile, un attimo prima che la polizia militare lo porti via in tutta fretta. Un omicidio fatto passare per incidente. Da quel momento Leme è attanagliato dal dubbio che anche quello di Renata sia stato in realtà un omicidio…

La recensione di Nero Cafè
Finalmente, riesco a parlarvi di questo libro, un hard-boiled bello tosto, di quelli che, una volta letti, ti rimangono nel cuore.

Il romanzo è scorrevolissimo, sia per l’intreccio agile sia per lo stile di scrittura, che non presenta alcun artifizio ed è godibile da qualsiasi tipologia di lettori, più o meno forti. Thomas, infatti, non usa paroloni né costrutti sintattici laboriosi, ma espressioni semplici – e spesso spietate – che si sposano benissimo col genere e fanno il loro dovere, colpendo il lettore o facendolo riflettere o, ancora, strappandogli un sorriso amaro. Ho trovato interessantissimo il fatto che Thomas non rinunci alle descrizioni né ambientali né psicofisiche, ma lo faccia in pochi, essenziali tratti; un’ottima commistione capace di far immergere il lettore in una realtà sconosciuta senza annoiarlo. Riguardo alla struttura dell’opera risulta grossomodo lineare, in cui la trama principale è spezzata, di tanto in tanto, dai flashback dedicati a Renata, la moglie di Leme, uccisa da un proiettile vagante.
Immenso il lavoro di caratterizzazione dei personaggi, che parte dai loro comportamenti e abitudini, passa per le descrizioni fisiche e trova massimo risaldo nei dialoghi, che risultano veri, vivi, quotidiani. L’ambientazione è magistrale una cartolina nera del Brasile, una São Paulo ricca e dorata in netta contrapposizione a quella grigia e triste della favela.

Grattacieli e favela di San Paolo.

Grattacieli e favela di San Paolo.

È la seconda opera di Carbonio Editore che ho il piacere di leggere capace di travalicare gli schemi classici del thriller o, in questo caso, dell’hard-boiled. C’è indubbiamente suspense – fino alle ultime pagine si resta col fiato sospeso – ma il romanzo di Thomas va un po’ oltre. Come già Il mistero dell’orto di Rocksburg, di K.C. Constantine, anche Paradise City sfocia nella narrazione sociale, nella denuncia, in un certo senso, di una realtà quotidiana che uccide fisicamente e moralmente, in cui i personaggi sono sia eroi sia antieroi, sia protagonisti sia comparse di un dramma teatrale in cui non hanno vera e propria libertà di scelta, poiché il mondo impone loro dei limiti che vorrebbero a tutti i costi travalicare, ma non possono.
In questo romanzo, il lettore calza perfettamente i panni dell’investigatore Leme. Vive il suo dolore per la perdita della moglie, ne mastica la tenacia e la volontà di trovare una risposta a quanto è accaduto. Eppure, allo stesso tempo, capiscono (Leme e il lettore) di essere vincolati al proprio ruolo: la Policia Civil, infatti, non ha un ruolo preponderante nel sistema di sicurezza brasiliano, che è completamente nelle mani dei militari, i quali presidiano strade e quartieri. Leme e il lettore, insomma, devono tirare spallate a destra e a manca per riuscire a chiarire sia l’assassinio di Renata sia l’incidente mortale proprio lì, a Paraisopólis, la favela di São Paulo, in cui violenza e povertà sono le uniche certezze degli abitanti. Così come, nella São Paulo ricca, le uniche certezze sono il denaro e l’ostentazione, che portano la gente a divenire arida di morale e sentimenti, pronta a tutto
pur di scalare con successo la scala sociale.
L’unica osservazione che mi sento di muovere è rivolta all’utilizzo a mio avviso un po’ eccessivo di termini o espressioni portoghesi. Se da una parte amplificano il realismo, dall’altra rischiano di confondere e, qualche volta, stancare mentalmente il lettore, soprattutto chi, come me, ha un’infarinatura quasi nulla della lingua.
Al di là che Paradise City è un ottimo romanzo di genere – e questo va detto e ribadito – è un titolo che va letto (imperativo) perché in sé detiene un grido furioso e indignato per il degrado sociale a cui il Brasile deve far fronte quotidianamente: miseria e povertà (per citare una pietra miliare del cinema italiano), corruzione, speculazione edilizia, rabbia e rassegnazione. Una lettura poliedrica, che può essere “di svago” ma che, una volta terminata, è capace di far riflettere e porre un sacco di fastidiose domande.

Assolutamente consigliata per un pubblico vastissimo.

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

Estratto
Leme guardò dritto davanti a sé, le macchine gli sfrecciavano intorno, delle veloci linee di grigio e nero.
Qualcuno urlava dietro di lui.
Il ritorno di fiamma dello scarico di una macchina.
Leme si girò sul sedile, si guardò alle spalle ma non vide nulla. Un’altra esplosione. Fuochi d’artificio? No, troppo presto. E poi, di nuovo, tre scoppi in rapida successione. Colpi d’arma da fuoco. Ne era sicuro.
Altre urla. La coda per l’autobus venne percorsa da un fremito di paura, alcuni si incamminarono in tutta fretta verso la strada principale. Leme si sporse dal finestrino e percepì la tensione. Allungò la mano per girare la chiave nel cruscotto. Doveva andarsene. Ma la macchina non partì al primo tentativo.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhiop due coltelli e mezzo


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Perfume, una serie tv cupa e disturbante

perfume2Dalla Germania arriva Perfume, direttamente su Netflix, serie tv ispirata al romanzo Profumo di Patrick Süskind. Alla regia Philipp Kadelbach (già regista di alcuni episodi di altre serie tv, tra cui Riviera, e diversi film per la televisione) che dà il meglio di sé nel ricreare un’atmosfera inquietante, in cui si muovono i cinque principali sospettati dell’omicidio della giovane cantante Katharina “K” Läufer, nonché gli stessi investigatori, tutt’altro che integerrimi.

Il cadavere viene ritrovato con lembi di pelle rimossi: capelli, ascelle e pube sono spariti. Mentre la polizia batte ogni pista, ipotizzando persino un serial killer quando vengono ritrovati altri corpi, emerge una teoria bizzarra, sia pur affascinante. Una teoria che riguarda proprio quei cinque sospettati i quali, tanto tempo prima, durante gli anni di scuola, ammaliati dal testo di Süskind, avevano iniziato a riprodurre profumi raccogliendo secrezioni da piante, animali e persino dai propri corpi, attraverso un sistema di bendaggi molto sofisticato. E, proprio allora, un ragazzino scomparve senza lasciare traccia… fino a oggi. Il suo, infatti è uno dei corpi ritrovati dopo la morte di Katharina.perfume

Ma chi è il colpevole? La bellissima Elena Seliger (Natalia Belitski) o suo marito Roman (Ken Duken), il primo a ritrovare il corpo di Katharina (Siri Nase), vicini di casa della defunta e sommersi da segreti e rancori? Oppure il losco Thomas Butsche (Trystan Pütter), proprietario di un bordello senza pochi scrupoli e con un passato di abusi alle spalle? O Moritz de Vries (August Diehl), la “mente” dietro tutte le tecniche di raccolta e riproduzione dei profumi? O il problematico Daniel “Sdentato” Sluiter (Christian Friedel), da sempre innamorato di Elena? Tutti loro sembrano avere un movente, legato al passato che li accomuna e di cui Katharina ha sempre fatto parte, al punto da essere al centro di un gruppo quanto mai eterogeneo e affatto coeso, nonostante le apparenze.

L’ispettrice Nadja Simon (un’ottima Friederike Becht), tanto intuitiva e capace quanto gelida e instabile, torturata dalla relazione clandestina con il procuratore Grünberg (Wotan Wilke Möhring), coadiuvata dai colleghi Matthias Köhler (Juergen Maurer) e Jens Brettschneider (Marc Hosemann), va a fondo di quell’oscura vicenda, incurante dei continui rimproveri del procuratore, sfidandolo ogni volta che ne ha la possibilità, fino a portare a perfume3galla fantasmi dal passato capaci, in certi momenti, di arrivare dritti allo stomaco dello spettatore.

Da segnalare anche l’ottima performance di Valerie Stoll nei panni di Elena da giovane, forse, tra tutti, il personaggio più interessante e complesso.

La verità, alla fine, emergerà dall’ombra, trascinando nell’oscurità anche quel poco di immacolato che c’era. Nonostante la stagione possa dirsi chiusa, è ancora possibile che ne arrivi una seconda a chiarire e approfondire alcuni aspetti non del tutto limpidi. Ma va anche detto che, di limpido, in questo ottimo prodotto tedesco, c’è davvero poco, perché tutto appare denso e offuscato come se si guardasse attraverso un vetro sporco.

Quattro coltelli.

(Daniele Picciuti)

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Cancelliamo la violenza contro le donne creando nuovi modelli per sentirci potenti

aaascarpette_0Sarebbe stato facile il 25 novembre gridare il nostro sdegno verso la violenza contro le donne, magari parlando anche di quelle psicologiche meno conosciute come il gaslighting, che ha il sadico scopo di isolare e svilire la compagna fino ad annientarle la psiche, o definirle come una forma di terrorismo silenzioso che si perpetua giorno per giorno.

Sarebbe bastato ricordare che viene uccisa una donna ogni 72 ore, che l’Uomo Nero si incontra più spesso dentro casa che in un vicolo buio, che l’ISTAT – nonostante quello che sembra – ci rivela che i casi di femminicidio sono diminuiti… ma la statistica è fredda, non suscita molte emozioni: dire che una donna su tre subisce una violenza sessuale nell’arco della sua vita è impersonale; ben diverso è pensare che alla prossima alla cena, se sono presenti tre o quattro donne, almeno una ha subito o subirà una violenza. Magari proprio dall’uomo che le siede accanto e le – e ci – sorride.

Poi, qualche scarpa e segni rossi sul viso, e noi di Nero Cafè avremmo dato il nostro contributo. Perso tra i tanti e oggi già dimenticato. Abbiamo perciò preferito aspettare.

E osservare.

Osservare come la comunicazione della lotta contro la violenza sulle donne contribuisca, anche se in modo inconsapevole e involontario, a dare un’immagine sbagliata della donna.

La donna, infatti, è sempre presentata come vittima, perciò debole e indifesa, quindi va protetta, le si devono costruire muri attorno, gli stessi muri da cui magari vuole uscire per sentirsi viva e libera… allora se l’è cercata, se poi la stuprano. Se poi portava un tanga, era un chiaro messaggio di “ingresso libero”.

È da un po’ di tempo però che abbiamo abbandonato le caverne e non dobbiamo lottare contro bestie feroci o spostare grandi pesi con solo l’uso delle braccia: la forza fisica ormai è una caratteristica e non più una necessità, perciò il valore di un individuo è slegato dalla capacità di sopraffare gli “altri” e proteggere i “propri”. Si vive circondati da “pari” e da tali essere considerati. Se uomini e donne fossero educati in modo simile al rispetto di se stessi e degli altri, il maschio quindi saprebbe gestire il rifiuto e non si sentirebbe in diritto di controllare la compagna-oggetto da proteggere e possedere. Non ci sarebbe nemmeno la femmina che si sottomette felice al compagno brutale, aggiungo: spesso siamo ancora noi a vederci come impotenti principesse da salvare.

Gli abusi, è necessario ribadirlo ancora, non sono una conseguenza della debolezza della femmina umana, ma del bisogno del maschio di esercitare potere su di lei. Questo “bisogno” è stato per millenni una necessità per la sopravvivenza della specie; oggi, almeno nel mondo occidentale, è uno stereotipo difficile da sradicare.

Come si esce da questa situazione? Certo, ben vengano le leggi sullo stalking, la formazione degli operatori sociali, i bollini rossi… ma non sono risolutivi se non avviene una rivoluzione culturale.

A scuola si può fare molto per le nuove generazioni… ma per quelle che le stanno crescendo e dovrebbero educarle? Molto più di quello che si immagina: per esempio, oltre a pretendere che le pubblicità non sfruttino più il corpo della donna per vendere qualsiasi cosa, si dovrebbe imporre un modello di virilità maschile diverso, un maschio alfa 2.0 che sappia e voglia di essere una metà del cielo e non dominare l’altra parte.

violenza-donneAltro messaggio fuorviante, che scaturisce proprio dalle campagne contro la violenza sulle donne, è quando della “vittima debole” che abbiamo appena descritto si mostra l’ipotetico aspetto: è sempre giovane e bella, con un occhio tumefatto e l’altro perfettamente truccato; a volte, se si riesce a intuire come è vestita, ha qualche capo d’abbigliamento sexy e/o strappato. Ebbene, con la stessa certezza con cui Francesco Guccini ne “la locomotiva” dice che gli eroi sono tutti “giovani e belli”, io posso assicurarvi che le donne abusate sono di tutte le età e aspetto fisico, spesso indossano una tuta da ginnastica e non hanno nemmeno avuto il tempo o la voglia di pettinarsi.

Perché la realtà è cosi diversa da come viene rappresentata?

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a stereotipi difficili da sradicare: si pensa che lo stupro, per esempio, sia perpetrato da un uomo che, accecato dal desiderio sessuale, non è più in grado di reprimere gli istinti animaleschi; di conseguenza è bene che la donna non lo provochi con il suo abbigliamento o atteggiamento (colpevolizzazione della vittima ancora usata in tribunale). No, lo stupro non è bisogno o desiderio di sesso, ma di possesso, di dominio su qualcuno che ha come unica “colpa” quella di apparire vulnerabile. Lo sfogo sessuale rende “solo” il tutto più divertente.

Nei casi di violenza domestica il fatto è ancora più evidente: i giornali affermano con superficialità che l’uomo ha agito perché “amava troppo”, ma l’amore, nemmeno “malato”, non spinge mai alla violenza. Si tratta sempre del bisogno di affermare il proprio dominio sulla compagna, tanto che il femminicidio è commesso soprattutto quando lei ha trovato la forza di lasciarlo, di non essere più una vittima silenziosa.

Troviamo nuovi modelli per sentirci potenti e nessuno cercherà più di dimostrare di esserlo sottomettendo gli altri: non si venderanno profumi o automobili, però avremo un mondo migliore. E le scarpe(tte) rosse saranno solo protagoniste di una favola e non un simbolo.

(Biancamaria Massaro)

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Origin, nuova serie sci-fi tra Alien e Lost

originA volte capita di imbattersi in piccoli gioielli e, quando capita, il Terzo Occhio è sempre pronto a dargli il giusto risalto.

È questo il caso di Origin, interessantissima serie tv di genere fantascientifico, distribuita da Youtube Premium (per ora disponibile solo in lingua originale), che esplora gli abissi dello spazio profondo e quelli, neri, nerissimi, dell’animo umano.

Veniamo alla trama: La Origin è una nave spaziale su cui viaggiano dei passeggeri speciali, i nuovi coloni del lontano pianeta Thea, situato in un’altra galassia. Thea rappresenta per tutti loro un nuovo inizio. Questi viaggiatori hanno accettato di imbarcarsi per lasciarsi alle spalle delle vite orribili, piene di brutti ricordi, sensi di colpa, rimpianti o azioni da dimenticare. Ognuno di loro è sulla nave perché ha la speranza di ricominciare. Per questo la Siren, la società che patrocina il viaggio, nel promuovere il progetto parla di fare Tabula Rasa del proprio passato. Ma ci sono molte cose che la Siren non dice e i nostri ne faranno le spese sulla propria pelle.

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Durante la traversata interstellare, infatti, qualcosa va storto. Alcuni passeggeri si svegliano, scoprendo loro malgrado di essere gli unici rimasti a bordo. Qualcosa di terribile è accaduto e l’astronave è stata evacuata in tutta fretta.

A questo aggiungiamo che il passato di ognuno torna a reclamare il suo tributo fatto di rimorsi e oscure reminiscenze. A bordo dell’astronave, non c’è Tabula Rasa che tenga e, a costo di non fare più i conti col proprio passato, c’è chi è disposto a sacrificare tutto, anche il buon senso, pur di mantenere sepolti certi segreti.

Ogni episodio alterna l’indagine da parte dei passeggeri al passato di uno di loro, in pieno stile Lost. Ma le ambientazioni cupe e claustrofobiche da spazio profondo e la minaccia aliena che incombe per tutta la stagione ricordano molto certe atmosfere di film di fantascienza come Alien, Pandorum, Life o Sunshine. origin (1)

I personaggi sono convincenti, tra tutti il migliore è forse l’ex-Yakuza Shun (il tenebroso Sen Mitsuji, alla sua prima apparizione importante), ma non sono da meno l’ex-agente di sicurezza privata Lana (Natalia Tena, vista in Harry Potter e Game of Thrones), il rabbioso Logan (Tom Felton, noto come Draco Malfoy in Harry Potter) e l’enigmatica Katie (Siobhàn Cullen). Nel cast anche Nora Arnezeder (vista in Zoo e Riviera) nei panni di Rey, unico membro dell’equipaggio rimasto a bordo (ma con meno risposte di quante gli altri ne vorrebbero), e poi Fraser James, Adelayo Adedayo, Philipp Cristopher e Madalyn Horcher. 

Da segnalare che i primi due episodi sono diretti da Paul S. W. Anderson, noto per la regia dell’ottimo Punto di non ritorno, di Alien vs. Predator e di quattro capitoli della saga di Resident Evil.

La prima stagione si compone di sole dieci puntate e diciamo fin da subito che, a parte qualche rara ingenuità, la trama è ben orchestrata e ogni episodio è avvincente e alla pari con gli altri.Origin (2)

Piccolo spoiler: appare subito chiaro che uno di loro non è chi dice di essere, ma scoprire l’identità dell’estraneo non sarà facile. Ed è su questo che vertono le indagini, puntata dopo puntata, sull’identificare chi, tra loro, sia in realtà posseduto da una creatura aliena e si spacci soltanto per il suo ospite.

Origin apre anche a profonde riflessioni su chi siamo, su cosa significhi in fondo essere umani o alieni. Cos’è l’umanità, cosa ci rende umani? Sono i ricordi, le emozioni, l’empatia con il prossimo? O è solo DNA, in fondo? E l’istinto alla sopravvivenza, che è alla base di ogni essere vivente, non ha forse la stessa importanza, indipendentemente dalla specie?

origin-tom-felton-siobhan-cullen Nel dubbio su cosa sia giusto e cosa sbagliato, lo spettatore non può che schierarsi, almeno fino a quando non si palesa l’inaspettata verità.

La prima stagione volge a una sua chiusura più che dignitosa ma, allo stesso tempo, apre le porte a un interrogativo che lascia pregustare una possibile seconda stagione (al momento non confermata) davvero interessante.

Quattro coltelli.

(Daniele Picciuti)

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Charles Manson: si parla ancora della sua fama “sinistra”

Sharon Tate

Sharon Tate

L’anno scorso, in occasione della sua morte (19 novembre 2017), avevamo parlato della fama “maledetta” raggiunta da Charles Manson, dopo che i suoi seguaci avevano massacrato la moglie incinta del regista Roman Polanski, Sharon Tate, insieme a quattro amici (9 agosto 1969), per poi riservare lo stesso trattamento ai coniugi LaBianca, il giorno dopo.
Avevamo spiegato come queste morti avrebbero dovuto dare inizio all’Helter Skelter, la guerra tra bianchi e neri che avrebbe portato la Famiglia a comandare sui sopravvissuti, una sorta di Apocalisse che Manson era convinto fosse stata profetizzata dalla canzone omonima dei Beatles. Tutto però era finito con un processo non solo ai giovanissimi assassini e al loro psicopatico leader, ma a tutta la (contro)cultura hippie.
Infine, avevamo dimostrato come la notorietà di Manson fosse ancora grande, così come le inesattezze sul suo conto, vere e proprie leggende nate per caso o per opera dell’ergastolano più famoso d’America stesso. Anche la sicura e presuntuosa ignoranza di molti giornalisti l’ha alimentata, come quando, dando notizia della sua morte, in Italia non pochi hanno continuato a definirlo “satanista”.

Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Quentin Tarantino in una fan art di Once upon a time in Hollywood

Leonardo Di Caprio, Quentin Tarantino e  Brad Pitt in una fan art di Once upon a time in Hollywood

Oggi, a ottantaquattro anni dalla sua nascita, cosa rimane di tutto questo?
Di sicuro, l’uomo che voleva essere ricordato come il quinto membro dei Beatles, anche da morto non ha smesso di “affascinare” persone comuni e non.
Quentin Tarantino, per esempio, ha deciso di realizzare un film, dal titolo ancora provvisorio di Once upon a time in Hollywood, sulle vicende che lo videro protagonista. A interpretarlo sarà l’attore australiano Damon Herriman, noto soprattutto per i suoi ruoli televisivi nelle serie televisive Justified Breaking Bad. Nel cast ci saranno però soprattutto Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, secondo il regista “la coppia di star più eccitante dai tempi di Paul Newman e Robert Redford“. Per stile e intreccio narrativo, la pellicola dovrebbe ricordare Pulp Fiction. Uscita prevista? Il 9 Agosto 2019, a 50 anni esatti dalla Strage di Cielo Drive.

Matt Smith e Charles Manson

Matt Smith e Charles Manson

C’è però già in circolazione un altro film – Charlie Says di Mary Harron, presentato alla Biennale di Venezia di quest’anno – in cui Manson, che non arrivava al metro e sessanta, è interpretato da Matt Smith che supera il metro e ottanta: anche nelle pellicole, nei telefilm, perfino nei documentari antecedenti, mai è stato scelto un attore bassetto e bruttino come l’originale. Forse non si vuole ancora accettare che un delinquente di basso profilo, dall’aspetto insignificante, sia riuscito a manipolare una mezza dozzina di giovani al punto da trasformarli in macellai, raggiungendo una così grande fama.

Afton Elaine Burton e Manson

Afton Elaine Burton e Charles Manson

Torniamo però a parlare del vero Manson. È morto, ma ha trovato pace?
Un paio di anni prima di morire ha “rischiato” di sposarsi con un’apparente innamoratissima fan, la ventiseienne Afton Elaine Burton, che in realtà voleva arricchirsi assicurandosi il controllo delle sue future spoglie mortali. Il 12 marzo del 2018 il commissario della corte della contea di Kern, Alisa Knight, ha sentenziato che della sorte del cadavere di Manson – crioconservato per fini di studio e conteso, appunto, da chi voleva studiarlo – deve decidere suo nipote, Jason Freeman, che avrebbe dichiarato di voler dare al nonno una degna sepoltura.
Ancora non si conosce il destino dell’eredità degli ultimi averi del noto defunto, ma di sicuro i suoi effetti personali potrebbero attirare l’attenzione dei collezionisti di tutto il mondo, dal gusto del macabro. Non dimentichiamo che in prigione aveva cominciato a dipingere e che i suoi quadri sono molto quotati… non certo per le qualità artistiche dell’autore.

Rosemary's baby

Rosemary’s baby

Non si smetterà presto di parlare dell’uomo che sconvolse l’America, più per la notorietà di una vittima – moglie del regista di Rosemary’s Baby, unico riferimento “satanico” della vicenda – che per tutti i delitti commessi per la sua folle teoria, peraltro mai profetizzata dalla nota canzone dei Beatles, quella stessa che nel 1987 Bono degli U2, in un concerto a Denver introdusse, dicendo: «This is a song Charles stole from the Beatles. We’re stealing it back!» (Questa è una canzone che Charles Manson rubò ai Beatles. Noi adesso ce la riprendiamo!).
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Per chi volesse saperne di più su Manson e di come sia stato trasformato in una leggenda “nera”, ricordiamo il saggio Charles “Satana” Mason: demitizzazione di un’icona satanica, di Biancamaria Massaro, pubblicato da Nero Press Edizioni nel 2014.

(Biancamaria Massaro)

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The canal

the-canalTitolo: The Canal
Regia: Ivan Kavanagh
Genere: horror, horror psicologico
Anno: 2014
Attori: Rupert Evans (David); Antonia Campbell-Hughes (Claire); Hannah Hoekstra (Alice); Kelly Byrne (bambinaia); Steve Oram (detective McNamara).

Trama

L’archivista di film David vive felicemente con sua moglie Alice e con il figlio Billy, appena entrato in età scolare, nella loro bella casa comprata quando Alice era incinta.
David è un po’ stressato al lavoro e comincia a sospettare fortemente che la moglie lo tradisca.
Inoltre, grazie alla sua collega di lavoro Claire, scopre dei rarissimi filmati d’archivio che riportano come la loro casa fu teatro di un gravissimo fatto di sangue risalente al 1902, quando un uomo assassinò la moglie e i due figli.
Da quel momento in poi la casa sembra ospitare misteriose presenze.

La recensione di Nero Cafè

Ammetto di aver visto questo film in una serata in cui il mio umore e la mia attenzione non erano al top, quindi ci sta che possa essere più critica del solito. Tuttavia, ho preso i soliti appunti durante la visione e…

La regia mi è piaciuta molto. Vi sono alcune inquadrature interessanti e alcune riprese proprio belle, rafforzate da una buona fotografia e da giochi di luci davvero pregevoli; di contro, alcune scene sono un po’ troppo altalenanti e rapide e questo rischia di destabilizzare lo spettatore, che più dell’adrenalina sente salire la confusione. Il ritmo della narrazione è lento, lento davvero e per più di un’ora (circa 75 minuti) non accade praticamente niente, o comunque molto poco, ed è un peccato in quanto la trama, seppur poco originale, potrebbe risultare interessante.
I dialoghi che caratterizzano il film cadono, qualche volta, nei cliché, ma nonostante questo sono coerenti e ben si accoppiano ai personaggi cui le battute sono riservate. Parlando di soggetti, invece, risultano purtroppo “piatterelli”, senza particolari caratteristiche né un carattere psicologico ben sviluppato, tuttavia mitigato da ottime ambientazioni, molto tenebrose e claustrofobiche. Altra pecca del film, un doppiaggio davvero pessimo (piccola parentesi off-topic: per un periodo, l’Italia è stata patria indiscussa del doppiaggio… come abbiamo fatto a ridurci a questi livelli?)
Ho trovato gli attori scelti adatti ai ruoli a loro riservati, ma non sono stata particolarmente colpita dall’interpretazione di nessuno di loro, non per quanto riguarda gli attori protagonisti. Mi sono parsi poco espressivi, poco calati nella parte; gli attori non protagonisti, invece, mi sono piaciuti molto e sono stati capaci di mostrare la giusta espressività richiesta dalla situazione. Per finire, i costumi mi sono apparsi adatti e anche la colonna sonora l’ho trovata gradevole nonché adeguata.

Dunque, cosa non mi ha convinta in questa pellicola, nonostante alcuni tecnicismi non da trascurare? Innanzitutto, la mancanza di originalità: c’è molto poco di nuovo e quel poco non è narrato col giusto guizzo. Mi è sembrato un’accozzaglia di film già visti e rivisti (uno tra tutti, Shining) sfociante in un finale davvero tanto, tanto prevedibile, almeno per chi, come me, macina film horror da quanto era ancora una bambinetta. In aggiunta, manca la logica di fondo che dovrebbe far collimare ogni evento: dapprima il film imbocca la strada del paranormale, delle infestazioni, poi vira sulla psicologia e sulla follia umana e, infine, torna sul paranormale, ma non spiega nulla e lascia un sacco di interrogativi nello spettatore che, all’inizio, ripone fiducia in questa pellicola all’apparenza ansiogena ma desinata a un declino nella comune mediocrità dei film di genere.
A favore dell’opera, invece, devo dire che ho trovato una discreta tensione narrativa (non eccellente, ma comunque la curiosità ha la meglio sulla noia) e, soprattutto, sul finale vi sono alcune scene davvero molto disturbanti, che alzano nettamente la media altrimenti molto bassa della valutazione finale.

Film nella media (sempre bassa, purtroppo). Comunque, un’occhiata ci può stare.

Valutazione: due coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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