Fenesta ca lucive, anno di grazia 1563 (Alla Barunissa di Carini)

È l’anno di grazia 1563.
C’è l’impronta di una mano sulla muro. Una donna, ferita a morte, cerca un sostegno; dal cuore, porta la mano alla parete. È la mano di Caterina. O di Laura?
Eh sì, perché la vicenda è tutt’altro che lineare, e la realtà sembra impossibile da ricostruire, nella fitta trama delle innumerevoli versioni che si sono stratificate negli anni, nei decenni, nei secoli, fino ai giorni nostri.

Teatro della tragedia è il castello dei baroni di Carini, della famiglia La Grua Talamanca.
Nobili siciliani, di antico lignaggio.
Caterina, la figlia del barone; Laura, la moglie.
E poi c’è un poema, che canta di una donna morta ammazzata per mano del proprio padre, giustiziata per un amore illecito: Vincenzo Vernagallo, per Caterina; Ludovico Vernagallo, per Laura. E se a morire ammazzata è stata Caterina, l’assassino è suo padre, il barone Vincenzo La Grua Talamanca; se invece è del cadavere di Laura che si tratta, a sparare i colpi di lupara è stato suo padre Cesare Lanza, barone di Castania e di Trabia e conte di Mussomeli.

«Tira, cumpagnu miu, nun la garrari
L’appressu corpu chi cci hai di tirari!»
Lu primu corpu la donna cadìu,
L’appressu corpu la donna morìu,
Lu primu corpu l’appi ‘ntra li rini,
L’appressu cci spaccau curuzzu e vini! (1)

Tre sono gli elementi che ricorrono: il parricidio, l’amore illecito, l’onta lavata col sangue.
E che quel sangue versato fosse di Caterina La Grua Talamanca, figlia del barone di Carini, o di Laura Lanza, moglie del barone di Carini, poco importa: quel che ne resta è il poema La Barunissa di Carini, di autore anonimo, capolavoro della poesia orale siciliana (2) del Cinquecento e raccolto in forma scritta, alla fine dell’Ottocento, da Salvatore Salomone Marino, medico e folklorista.

Simili scantu e simili tirruri
Appi la Barunissa di Carini:
Era affacciata nni lu so barcuni
Chi si pigghiava li spassi e piaciri;
L’occhi a lu celu e la menti a l’Amuri
Termini ‘stremu di li so disij. (3)

In tre secoli di versi, passati di bocca in bocca, la vicenda della baronessa di Carini sopravvive, si complica, si moltiplicano i versi raccolti, si ampliano le letture del caso.
Alla terza versione proposta da Salomone Marino, il principe di Carini (4), l’ultimo della casata, controbatte pesantemente: in questa versione è la madre di Caterina, Laura, ad essere uccisa da suo padre Cesare Lanza, con la complicità del genero barone di Carini.
Cosa comportava dire che il poema canta dell’uccisione di Laura, Barunissa di Carini? Che Laura, madre di sei figli, amante da anni di Ludovico Vernagallo, poteva aver generato figli bastardi, nati dalla relazione extraconiugale.
La reazione del principe è immediata e sconfessa l’ultima trascrizione de La Barunissa di Carini.
Ma se il passo che separa la realtà dalla letteratura è breve, la cosa che conta è che nel poema, così come originariamente conosciuto e tramandato dal popolo, è la giovane Caterina (5), che attende alla finestra l’arrivo del suo cavaliere, a morire ammazzata, rea di aver amato fuori del matrimonio il parente Vincenzo.
Caterina affacciata alla finestra.

Cci vinni lu silenziu e la scurìa,
Com’ un marusu va lu cori a mia.
Su’ chiusi li finiestri, amaru mia!
Dunni affacciava la mè Ddia adurata;
Cchiù nun s’affaccia no comu sulia,
Vol diri chi ‘ntra lu lettu è malata.
‘Ffaccia so mamma e dici: – Amaru a tia!
La bella chi tu cerchi è suttirrata! – (6)

L’anno di grazia è il 1842.
Nei vicoli di Napoli risuona una canzone, che la leggenda vuole musicata da Vincenzo Bellini.

Fenesta ca lucive e mo nun luce
sign’è ca nénna mia stace malata
S’affaccia la surella e che me dice?
Nennélla toja è morta e s’è atterrata
Chiagneva sempe ca durmeva sola,
mo dorme co’ li muorte accompagnata. (7)

Caterina ritorna, abbigliata di altri panni, privata del nome.
Ma è sempre per lei che si invoca la Fenesta ‘ca lucive.
Trascorrono i secoli alla velocità di fotogrammi.
Taciuto il nome, cambiato il dialetto che ne narra la storia.

Ancora, l’anno di grazia è il 1971.
La fenesta di Caterina luce ancora, anche se lei è morta e sotterrata, e dalla bocca, oramai, le escono solo vermi.
La fenesta continua a lucere, lo canta Franco Citti, nel Decameron di Pier Paolo Pasolini (guarda il video).

Caterina La Grua Talamanca, Contessa di Carini.
Morta ammazzata, sopravvissuta nella poesia.

(1) Questa la traduzione di Paolini: «Vibra, compagno mio, non lo sbagliare, il colpo appresso cha hai da vibrare!» Al primo colpo la donna cadette, al colpo appresso la donna morì. Il primo colpo l’ebbe tra le reni, il colpo appresso le spaccò cuore e vene (La Barunissa di Carini, in P. P. Pasolini, Canzoniere italiano, Garzanti, Milano, 1992, tomo II, pp. 433).
(2) «A differenza della poesia dialettale delle altre regioni italiane e della stessa Provenza, la poesia siciliana non subisce arresti, non si manifesta in periodi staccati contrassegnati da condizioni particolarmente favorevoli, né tanto meno è di data recente, o come quelle – pure notevoli – napoletana, romanesca, veneziana, si esaurisce con dati autori: essa ha una continuità innegabile che nell’ottocento e nell’epoca attuale raggiunge la sua massima fioritura dal punto di vista quantitativo. Altri contrassegni ha in sé la poesia siciliana che la innalzano dai comuni caratteri dialettali: essa non è rimasta ferma nei limiti tradizionali, né si è cristallizzata nelle forme popolaresche; ma come nelle letterature che hanno una storia, ha aderito sempre ai tempi che l’hanno di volta in volta prodotta, ha espresso i tempi nelle forme e nel contenuto, ha avuto il suo classicismo e il suo romanticismo» (F. De Maria, Introduzione, in La Barunissa di Carini, http://web.tiscali.it/fdemaria-wolit/Poesie/Barunissa%20.html)
(3) Questa la traduzione di Pasolini: Simile spavento e simile terrore ha la Baronessa di Carini: al suo balcone se stava affacciata, per pigliarsi spasso e piacere, gli occhi al cielo e il pensiero all’amore, supremo scopo dei suoi desideri (La Barunissa di Carini, cit., pp. 432-433).
(4) Alcuni lustri dopo la tragedia, nel 1622, la signoria di Carini da baronia fu elevata a principato. Nel 1860 il primogenito discendente di quel casato, ambasciatore del re di Napoli presso l’imperatore dei francesi, per protesta contro l’annessione della Sicilia al regno d’Italia, non tornò più nella sua terra natia da Parigi ove aveva preso moglie e dove a loro volta i suoi figli rimasero, assumendo la cittadinanza francese.
(5) Le ultime ricerche tendono a dimostrare che i fatti non si svolsero come si narrava nel poemetto, e che forse, per la contaminazione di due avvenimenti similari succedutisi a distanza di anni, si ebbero differenti versioni, la più avvalorata delle quali fu per secoli la seguente: dal matrimonio celebrato nel 1543 fra la quattordicenne Donna Laura Lanza e il sedicenne don Vincenzo La Grua Talamanca, barone di Carini, nacquero otto o nove figli. La secondogenita di essi, Caterina, divenuta giovanetta, abitava con la nonna o la zia al castello dei La Grua, a Carini, mentre il resto della famiglia risiedeva nel palazzo di Palermo. Presso Carini, nella tenuta di Montelepre, risiedeva un giovane cavaliere, Vincenzo Vernagallo, soprintendente all’industria della cannamela per conto proprio e del padre in comproprietà, pare, coi La Grua. Di questi ultimi erano parenti, ma divisi da continui dissensi d’interesse e da motivi politici: i Vernagallo parteggiavano per la faziosa Messina, mentre il barone di Carini era alto magistrato a Palermo. Vincenzo Vernagallo e Caterina La Grua Talamanca si amarono: il giovane andava spesso, nottetempo, a trovare Caterina, che lo accoglieva affacciata al suo balcone. Ma la relazione amorosa viene scoperta da un monaco del prossimo convento dei Carmelitani, che tradisce Caterina e si reca a Palermo per informare il Barone di Carini. Vincenzo La Grua Talamanca parte immediatamente per Carini, vi giunge sul fare dell’alba e sorprende la figlia affacciata al balcone. Irrompe nelle stanze della figlia e la sgozza. Prima di morire Caterina, appoggiandosi a una parete, vi lascia l’orma della sua mano insanguinata. Il cavaliere Vernagallo, perseguitato, fugge e trova salvezza in Spagna, dove si fa monaco e muore anni dopo. Anche la madre di Caterina, Laura Lanza, trascorsi pochi mesi dalla morte della figlia, muore dal dolore. Il padre omicida passò gli ultimi anni della sua vita roso dal rimorso. Questa è la versione che venne rispecchiata dal poemetto nella sua forma più corrente e ripetuta di bocca in bocca per quasi tutta la Sicilia lungo tre secoli. Brani di esso rimasero anche in altre regioni, dopo avere assunto forma locale, come appunto in Fenesta ca lucive.
(6) La Barunissa di Carini, in Canzoniere italiano, cit., p. 436.
(7) Una possibile traduzione: finestra che lucevi, e ora non luci / segno che nenna mia è malata / S’affaccia la sorella e che mi dice? / «La tua cara Amata è morta e sotterrata / Piangeva sempre perché dormiva da sola / ora dorme con i morti accompagnata» (Fenesta ‘ca lucive, musica di G. Cottrau, testo di G. Genoino, Edizioni Girard, 1842). La canzone ha fatto parte della colonna sonora del film Il Decameron, di P. P. Pasolini, del 1971.

(Maria Carla Trapani)


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