Guanti rossi, fino ai gomiti (la sorte di Clitemnestra)

Clitemnestra piange AgamennoneÈ lei l’assassina!
È lei, la leonessa che cammina su due piedi…[1]

Stirpi segnate: maledette dagli Dei, consacrate nel sangue versato dei cari: un sentiero di porpora che nulla lava via. Neppure i secoli.
È di Clitemnestra che narriamo, Clitemnestra madre assassina, regina per diritto di nascita, depositaria di una sapienza che le viene da divinità antiche che rispondono solamente alla legge del sangue: il sangue versato che reclama vendetta.
E il sangue, questo sangue, è di duplice segno: invocato e preteso, vendicato o maledetto.
Bene e male, male e bene: confusi, intrecciati in un nodo tanto stretto da non esserci scarto tra vittima e carnefice, tra giusto e ingiusto, tra amore e odio da parte degli Dei.

È lei,
la compagna del letto, l’infernale
madre che assassina…Vieni
a urlare, coro che urli
agli assassini, vieni
a danzare urlando! [2]

Madre, tu madre. Sì, tu.
Tu che hai levato l’ascia a fare a pezzi il tuo antico consorte, tu, che banchetti nel sangue levandolo ebbra nel nome delle Erinni…tu, Madre.
Gemella, regina.
Tu, Clitemnestra il cui nome è caro alle Cagne Sanguinarie, «torme di bestie senza capo: / ogni dio prova odio per voi!»[3] . Tu, cara alle Erinni furiose, e io, io sono solo una voce inascoltata…

No, no! Che cosa si prepara?
Che dolore si prepara ancora
dentro questa casa, dolore
inumano, insopportabile
a chi tocca,
senza rimedio! [4]

È di Cassandra, questa voce.

Foto dalla rappresentazione dell'Agamennone - Archiviozeta

Foto dalla rappresentazione dell’Agamennone – Archiviozeta

Docile Cassandra, figlia di una città morta, vittima anche tu di colei che danza con le infernali Erinni.
Docile docile Cassandra inascoltata. Tu hai tentato di salvare il re che ti strappò dalle fiamme di Troia, tra le quali forse saresti voluta morire…

Attento! Attento! Sta’ lontano
da lei! Ha preso le corna del toro,
nere, stringendole tra i veli:
colpisce, e lui…Lui cade,
sotto la vasca piena…Ecco,
il trabocchetto sanguinoso,
preparato ad arte! [5]

Ma è destinato, Agamennone: lui che ha osato immolare sua figlia, privando la madre della doglia vivente [6] del grembo.
Piange ancora, Clitemnestra, la sua Ifigenia. E nulla, nulla se non il sangue potrà fermare queste lacrime, asciugandole col velo ardente della vendetta.

È dannata. Femmina assassina del maschio,
solo qualche mostro – Scilla, con le sue
due teste, terrore dei naviganti – forse
potrebbe prestarle il nome che si merita,
madre infuriata, uscita dall’inferno, in guerra
contro tutti i suoi! Ah il grido di trionfo,
ch’essa ha lanciato, come sul nemico morto! [7]

Ma il sangue è una catena, che stretta si stringe al collo di quanti lo invocano.
Il sangue è una catena che avvolge come un guanto, guanti rossi che stringono sino ai gomiti, a strozzare la vita e la coscienza.

Lo so: vi faccio paura. Quindici anni fa, proprio in questo giorno, un altro assassino si levò davanti a voi, aveva guanti rossi sino al gomito, guanti di sangue, e voi non aveste paura di lui perché leggeste nei suoi occhi che era dei vostri e che non aveva il coraggio dei suoi atti. Un delitto che il suo autore non può sopportare, non è più un delitto, vero? [8]

Clitennestra uccide Cassandra: Kylix attica a figure rosse, 430 a.C., attribuita al Pittore di Marlay. Tomba 264 Valle Trebba

Clitennestra uccide Cassandra: Kylix attica a figure rosse, 430 a.C., attribuita al Pittore di Marlay. Tomba 264 Valle Trebba

Un delitto che il suo autore non può sopportare.
E invece tu, Clitemnestra, hai imbracciato la sacra ascia bipenne e hai immolato Agamennone, rivendicando le tue azioni. Lo hai immolato come un toro, versando il suo sangue e consacrandolo alle tue Dee antiche, oscure, mai domate. Tu il tuo delitto lo hai sopportato, Clitemnestra, e lo hai rivendicato, in faccia al sole.
Eppure…

Fu tanto chiaro
da agghiacciare
il profeta che in questa casa
conosce il senso dei sogni.
Da sonno disperato,
ossessionato dall’odio,
nel cuore della notte
dalla casa profonda,
si destò un urlo
di spavento, vedendo il futuro:
ed echeggiò quest’urlo
dentro le stanze delle donne.
Chi sa capire i sogni
– uomini ispirati da dio –
dissero: «Sono
quelli che stanno sotto terra,
i morti, che piangono
maledicendo chi li ha uccisi». [9]

È tutto qui il vostro destino.
Nel pianto dei morti, da sotto terra, per l’eternità.

Video della Clitemnestra di Yourcenar

Note
[1] «È lei, la leonessa con due piedi, / che ha dormito col lupo mentre era via / il leone, è lei, che mi dà la morte!» in Eschilo, Agamennone, trad. di P. P. Pasolini, in Pasolini. Teatro, a cura di W. Siti, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2001, p. 905.
È la descrizione di Clitemnestra, regina di Micene, sorella di Elena, moglie di Agamennone e madre di Ifigenia, Elettra ed Oreste. La sua figura è al centro della tragedia eschilea, motore della morte del re degli Achei e portavoce in terra delle Erinni, antiche divinità ctonie invocate a vendicare il sangue versato dei parenti.
[2] Ibidem.
[3] Eschilo, Eumenidi, in Pasolini Teatro, cit., p. 975.
[4] Id., Agamennone, cit., p. 904.
[5] Ivi, p. 905.
[6] Scrive, a tal proposito, Nicole Loraux (Il femminile e l’uomo greco, Roma-Bari, Editori Laterza, 1991, p.16): «odìnes è la parola topica, quella che descrive il momento vivo del parto […] per caratterizzare ogni tipo di dolore nella sua acutezza lacerante, la lingua dei poeti, ricollegandosi a quella dei medici, impiega lo stesso termine odýne. L’estensione di questa parola non si limita certo alla sfera delle sofferenze femminili ma, a causa delle sue cupe connotazioni e dal momento che viene applicata al male che penetra e attraversa la carne […] questo nome generico del dolore fisico ha il suo posto specifico e privilegiato negli scritti ginecologici e più precisamente nell’evocazione del parto». Esiste dunque un continuum mitico che si può dire si espliciti nel momento del parto, momento che rende la sofferenza della donna presente fin nel figlio e che immobilizza il rapporto tra questi ultimi in un parto senza fine, scandito da un tempo nella durata del quale i loro corpi rappresentano quella ierofania che li racchiude in un eterno presente, raccontabile solo attraverso le implicazioni semantiche della parola odýne.
[7] Eschilo, Agamennone, cit., p. 909.
[8] J.-P. Sartre, Le mosche, in Le mosche Porta chiusa, Milano, Bompiani, 1995, p. 102.
[9] Eschilo, Coefore, trad. di P.P. Pasolini, in Pasolini Teatro, cit., p. 930.

(Maria Carla Trapani)


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