Intervista a Samuel Giorgi

Era l’estate del ’98.
Le donne vestivano di viola, il rock era già morto da troppo tempo e io venivo giudicato colpevole ancora prima di compiere il fatto. Anni dopo pensai che la mia condanna fosse dovuta a tutto quel viola indossato impunemente da giovani avvenenti. Sia chiaro, non mi considero un artista, ma quel colore non mi è mai piaciuto molto. Mi ricorda le campane a lutto, il prete con la faccia seria e troppi parenti che spargono lacrime un po’ ovunque.
Comunque, quella fu l’estate dei tuffi; molti si lanciavano dal ponte più alto della città per staccare il biglietto di sola andata verso una destinazione ignota. Io fui accusato di essere un sopravvissuto dagli occhi e dal cuore rabbioso di una donzella. Non capiva come riuscissi a dare un senso alle mie giornate senza di lei.
L’avevo lasciata proprio per ritrovare il gusto di vivere!
Per farla breve, entrambi vivevamo in una città così piccola dove, per piacere o per disgrazia, si finisce per conoscere più o meno tutti. La sfortuna volle che un giovedì sera ci trovassimo gomito a gomito in un locale pubblico.
In lei scattò l’Operazione “Riconquista”. Una strategia sentimentale forgiata nel rigore delle più grandi catastrofi militari e condotta con la sicurezza del ricatto. Nell’ordine ci fu un timido saluto, un “come va” più sospirato che domandato, un amarcord in bianco e nero di momenti felici e con queste tre mosse giungemmo alla fine del primo tempo. Nell’intervallo riuscii a bere qualche sorso di birra in santa pace, razziare una manciata di pop corn, tanto per dare un contorno alla “malinconoia” e poi dovetti, solo per educazione, tornare al mio sgabello e sorbirmi il secondo tempo di una noiosissima tragedia in due atti.
Il secondo tempo iniziò con il top di gamma: le lacrime. Dovevano essere al gusto amaro per scolorire ancora di più la felicità di tutti quei momenti sfilati nelle parole dette poco prima.
Ora, lasciarla piangere non mi sembrava una bella cosa. Mi balenò per la mente di alzarmi e andare, ma volevo vedere sino a che punto sarebbe arrivata.
Restai il tempo necessario per asciugare l’umidità delle sue emozioni, scartai con qualche deviazione la palude delle promesse e del “dai, riproviamoci”, per approdare alla terra dell’Ultima Chance.
Disse: “ se non torniamo assieme, mi butto giù dal ponte.”
La disperazione, almeno in alcuni soggetti, suggerisce sempre il solito ricatto emotivo.
L’Operazione Riconquista volgeva al termine, la strategia sembrava avere dato i suoi frutti e io avrei dovuto essere indifeso sotto il fuoco nemico.
La resa era una cosa onorevole? Non mi restava che sventolare la bandiera bianca e ritornare sui miei passi?
Non lo feci. Parliamo degli sms ricevuti in cui l’appellativo più affettuoso era di sicuro ricompreso come “offesa” nel codice penale o di come alcuni conoscenti, senza alcun motivo, mi toglievano il saluto. Cosa dire della mia automobile trasformato in un murales mobile e di come mi venne più volte rinnovata la promessa “ti rovino” da quella indifesa e tenera ragazza piangente.
Decisi che era giunto il momento di porre termine alla querelle.
La percentuale di tristezza crollò all’improvviso quando la abbracciai e le dissi: “andiamo a fare un giro.”
Ho notato che le persone tendono ad abbassare la guardia quando sono troppo sicure e credono di avere vinto. Fu, credo, per questo motivo che non notò che mi diressi verso il ponte. Lei era tornata normale, riempiva l’abitacolo di parole, soffocava ogni nota che usciva dall’autoradio e condiva troppo spesso le frasi con il primo pronome personale.
Il ponte da cui tutti saltavano era situato in una valle sperduta e di norma era poco frequentato. A bordo dell’auto dalla carrozzeria striata arrivammo a destinazione.
Tolsi le chiavi dal quadrante, aprii la portiera e scesi. “Vuoi suicidarti? Bene, fallo!” e stesi il braccio verso la balaustra.
Lei non saltò, ovvio, ma cessarono gli sms, le minacce, i dispetti e nessun altro mi tolse il saluto. L’Operazione Riconquista era giunta al termine e io ero libero.
Sapevo che non si sarebbe tuffata, aveva troppo da perdere.
Con questo pezzo ho tentato di ridere e scherzare su chi ricorre a minacce senza senso e scomoda un gesto incomprensibile come il suicidio pur di ottenere quello che vuole.
Ogni singolo suicidio è qualcosa senza spiegazione, che lascia dietro di sé un vuoto incolmabile.
Cosa accadrebbe, però, se una piccola comunità cercasse di estinguersi a suon di suicidi?
Per avere una risposta a una domanda del genere, si devono prendere un piccolo paese come Grazzeno nell’Ossola, popolato da gente diffidente verso gli estranei e con il carattere allevato dalla montagna. Poi miscelare il tutto con una generosa dose di Luna Fontanasecca, una “sbiadita” criminologa, avanguardia dell’equipe del geniale professore Bruno Widmann, intenta ad osservare da vicino una serie di suicidi che non sembrano essere tali. Pensate che ciò possa bastare? Allora non vi anticipo nulla del manicomio Villa Luce, della misteriosa ala Est, del professor Castro e della sua conoscenza delle arti dei Kumaré, della strana Evelina Agosti e delle sue piante…
Vi sembra poco? Allora cosa c’entra in tutto questo il volo dell’Albatro e chi è il Mangiateste?
Bene, ma tutti questi ingredienti non vi serviranno a nulla se vi dimenticate di aggiungere Samuel Giorgi, l’autore de Il Mangiateste.
Il romanzo ricrea l’atmosfera e le dinamiche di una piccola comunità che deve fare i conti con una serie di inspiegabili omicidi travestiti da suicidi, con il sospetto che i forestieri siano sempre e comunque i colpevoli.
In questo caso gli stranieri non sono solo i forestieri, quelli che vivono fuori, ma chi ha voltato le spalle alla ragione ed è sprofondato nella follia.
La trama esplora un fitto mistero, ricostruito attraverso i diversi punti di vista dei personaggi che si intrecciano tra loro, incastrando tutti i tasselli e restando in bilico tra razionalità e magia, rigorosamente nera.
Il personaggio di Luna Fontanasecca mi ha ricordato per certi aspetti la figura e le indagini del personaggio Charlie Bird Parker, ex detective della polizia di New York, creato dalla penna di John Connolly; inoltre il romanzo ha quel pizzico delle atmosfere e degli scenari dello Stephen King di It.
Credetemi, l’accostamento non è generoso: sono ancora capace di intendere e di scrivere!
La cosa che più stupisce di tutto quanto possa raccontarvi del romanzo, non è la capacità di farvi conoscere personaggi lontani da ogni stereotipo, tenervi incollati alla pagina inseguendo una trama accattivante o intrappolarvi nella curiosità delle pratiche di oscure arti africane, ma il fatto che sia l’opera prima di uno scrittore esordiente. Un dettaglio che tenderete a dimenticarvi durante la lettura, proprio per la capacità con cui è stato scritto.

Diamo il benvenuto a Samuel Giorgi a Nero Cafè e lo ringraziamo per la sua disponibilità.

M.G.: Allora Samuel, lo sai in che guaio ti sei cacciato?

S.G.: Dici davvero? Sembravi un così bravo ragazzo. Devo cominciare a preoccuparmi? Facciamo così: cercherò di tenermi lontano dai ponti in tua compagnia. A parte gli scherzi, ti ringrazio per i complimenti e per gli accostamenti lusinganti. Detto questo, direi di iniziare a gustare il vostro famoso Nero Cafè. Si potrebbe averlo macchiato caldo? Dite di no? Come volete, per questa volta farò un’eccezione. Allora vediamo, caro Mirko, da dove vuoi cominciare? Spara pure.

M.G.: Prima di tutto, da dove nasce Il Mangiateste? Qual è l’idea, l’ispirazione o il pensiero che ti ha fatto armare di penna e iniziare l’opera di raccontare questa storia?

S.G.: L’idea del Mangiateste è stata ispirata da un caso di cronaca: dal 2007 al 2009 nella cittadina inglese di Bridgend County – nel sud del Galles – sono avvenuti ben settantanove suicidi, in gran parte adolescenti dai tredici ai diciassette anni. Fino a oggi nessuno è riuscito a scoprire le ragioni di tale tragedia. Io ho provato a ricostruire questa vicenda in Italia, tessendo la mia trama di orrore e desolazione intorno alle vite degli abitanti di Grazzeno, un tranquillo paese di montagna, immaginato nella Val d’Ossola in Piemonte, e trasformandolo nella mia personale Death Town (come la stampa ha tristemente ribattezzato Bridgend County).

M.G.: Mi è piaciuto molto il confronto indiretto che emerge nella lettura tra le tradizioni italiane e quelle africane, una magia nostrana a confronto con quella esotica dei Kumaré; si può parlare di una metafisica magica che collega le due tradizioni e che, in qualche modo, interferisce con la realtà?

S.G.: Questo è quello che dice di aver scoperto il professor Paolo Alberto Castro e che leggiamo nei suoi taccuini. Le sue ricerche in ambito botanico lo conducono nel cuore dei territori misteriosi dei Kumaré, nella regione di Shinyanga in Tanzania, e appunto a scoprire la metafisica magica di questo antico popolo, capace di viaggiare attraverso le dimensioni dell’Altro Mondo. Non sappiamo (dobbiamo leggere il libro per scoprirlo) quanto questo sia collegato ai drammatici eventi che accadono a Grazzeno lungo la statale 337 della Val Vigezzo. Tuttavia possiamo dire che alcuni protagonisti del Mangiateste utilizzano riferimenti a credenze e miti altrettanto magici e – come dici tu – “nostrani” per spiegare gli orrori che stanno vivendo. Devi anche sapere che le zone nelle quali ho ambientato la narrazione sono intrise di immaginario magico e stregonesco. Da quelle parti le fredde sere d’inverno, attorno ai fuochi dei camini, ancora oggi si narrano storie di streghe e dei loro terrificanti sabba ai piedi del monte Gridone, insieme a leggende di nani e di caproni giunti dall’aldilà a prelevare le anime dei vivi. Direi che il Mangiateste è davvero in buona compagnia.

M.G.: Chi sono gli estranei? I pazienti di Villa Luce, Luna, Evelina sono tutti personaggi coinvolti nel piano dell’Albatro, ma sono anche a contatto con una dimensione folle. Pensi che ci sia un legame tra la follia e la magia?

S.G.: In effetti Il Mangiateste è un romanzo che potremmo definire corale, nel senso che incontriamo numerosi personaggi tutti in qualche modo coinvolti e imputabili negli atti criminali per i quali si sta indagando. La tela di fondo che collega queste figure è la follia, reale o presunta, compresa quella che conduce al suicidio gli abitanti del paese. La stessa Luna Fontanasecca, incaricata di fare luce tra le ombre minacciose di queste valli, è un personaggio per certi aspetti inquietante, dotata di capacità assai particolari che la pongono ai confini del magico e dell’occulto. Non saprei quale connessione vi sia tra follia e magia, ma è vero che molto spesso la nostra mente colloca quello che non riesce a comprendere o razionalizzare nella sfera della follia o del paranormale. Lo stesso fanno i sopravvissuti di Grazzeno per farsi una ragione delle assurde morti dei loro compaesani.

M.G.: La realtà, se vista da uno “normale”, è tutta logica e spiegazioni razionali. Ogni caso ha un colpevole e tutto, ma proprio tutto, si spiega con il nesso di causa ed effetto. Nel tuo romanzo non sembra essere così semplice, tu come vedi questa realtà? Dobbiamo prepararti una camicia di forza?

S.G.: Dici bene: sembra. La narrazione fino alle ultime pagine, forse fino alle ultime righe, sembra possedere diverse e altrettanto sostenibili vie di fuga. Forse è un po’ così anche nella vita di ogni giorno, o forse è quello che molti di noi si augurano. Sarebbe più semplice saper distinguere ciò che sembra da ciò che è reale. Ma in fondo chi ci può indicare quale sia l’esatto confine tra realtà e fantasia? Forse non sarebbe tanto “normale” se fosse possibile leggere ogni cosa con il filtro della “causa ed effetto”, se alla fine si eliminasse il misterioso e l’inspiegabile dalla nostra esistenza. Mi piace pensare che noi tutti, popolazione di allegri bipedi terrestri, siamo esseri di fantasia, nel duplice senso che sopravviviamo grazie ai nostri infaticabili sforzi di fantasia nel cercare un “senso” (nella triplice accezione di significato, direzione e percezione fisica) al nostro misterioso esistere tra gli astri dell’universo, ma anche nel senso che forse non siamo altro che esseri nati dalla fantasia di qualche demone dispettoso. Non lo credi anche tu?

M.G.: Progetti futuri? Widmann, Luna e soci formano una squadra atipica di investigazioni; hanno il compito di cercare soluzioni possibili quando tutte quelle normali sono escluse. Hai già preparato una nuova sfida per metterli alla prova?

S.G.: A pensarci bene non hai tutti i torti: sarebbe davvero un peccato aver messo in piedi una così bella compagnia per un solo caso. Credo sia per questo che dopo aver concluso la scrittura della loro seconda avventura ora sto ultimando la terza. Ho il sospetto che da qui a qualche mese ti toccherà offrirmi un altro caffè.

M.G.: Ho assistito a una tua presentazione e devo dire di esserne rimasto colpito. Vuoi raccontarci qualche aneddoto che ti è capitato?

S.G.: Beh, considerato che ho appena iniziato con questo tipo di esperienza gli aneddoti non sono davvero molti. Tuttavia, ho capito che chi partecipa a questi incontri è spesso in cerca di cose insolite e originali. Una delle prime volte ho avuto la disgraziata idea di rivelare l’origine del titolo del mio libro. Ho raccontato dei miei figli e del fatto che mi è sempre risultato difficile raccontare le classiche fiabe della buonanotte. È stato così che per loro ho inventato le avventure dei MangiaMangia, una simpatica compagnia di mostri dotati di voci e accenti bizzarri e terrificanti (non solo per dei bambini). C’è, tanto per fare qualche nome, oltre al Mangiateste, anche il Mangiapancia, il Mangiaorecchie, il Mangiapiedi e via di questo passo. Non l’avessi mai detto: ogni volta che ora mi invitano a presentare il libro, mi “tocca” prendere il microfono ed esibirmi nell’inquietante sequenza di voci e versi con i quali i miei bimbi amano addormentarsi la sera. Duro mestiere quello dello scrittore.

M.G.: Grazie della disponibilità. Per concludere, volevo chiedere a Luna se può aiutarmi a scoprire se quello che infesta il mio frigo è davvero uno spettro sumero!

S.G.: Mirko, Luna potrebbe risponderti più o meno in questo modo: “Ragazzo mio, se proprio vuoi scoprirlo vatti a rileggere l’albo di Dylan Dog L’alba dei morti viventi, oppure fidati: cambia pusher!”. È stato davvero un piacere trascorrere questo tempo in vostra compagnia. Grazie per l’accoglienza e alla prossima.

(Mirko Giacchetti)


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