Camurrìa di Arnolfo Petri: scontri dialettici tra uomini in gabbia

Testo duro, cupo, oppressivo, Camurrìa rappresenta uno dei migliori risultati dell’Arnolfo Petri drammaturgo, in cui si riversano elementi chiave del “teatro dell’anima” e influenze letterarie di grande suggestione.

Questa in breve la trama: ci troviamo a Napoli, nella sezione protetta del carcere di Secondigliano, quella degli “infami” e dei crimini “vergognosi”. Due uomini condividono la stessa cella. Sono Salvatore detto Totore, “guaglione” della potente cosca dei D’Urso, e Marcello, in arte Hedy Lamarr, un omosessuale ossessionato dalle immagini patinate della famosa diva del cinema classico americano. Il primo è accusato dell’omicidio di un prete anti-camorra; il secondo è un ex-professore omosessuale dentro per adescamento e corruzione di minore. I due si confrontano, si scontrano verbalmente, si stuzzicano; sono diversi eppure simili perché rappresentano immagini di una realtà sconfitta e spietata, nata dal degrado e dalla sopraffazione.

In Camurrìa, Petri riprende la struttura essenziale de Il bacio della donna ragno di Puig, romanzo da cui è liberamente tratto, ma ne trasferisce la realtà dal Brasile a quella napoletana di Secondigliano.

Ne scaturisce un atto unico, serrato, che inchioda lo spettatore per poco più di un’ora di rappresentazione, con frasi e situazioni forti ed estreme. Lo scontro tra i due personaggi di Totore e Marcello, che l’autore mette in piedi, è in primo luogo uno scontro dialettico, come ben nota Franco De Ciucieis nell’introduzione all’edizione a stampa del dramma: “Il primo ha la ruvida ignoranza del suo dialetto crudo ed esplicito; l’altro vola alto, la testa piena di fantasie” (F. De Ciuceis, ‘Il teatro di Arnoflo Petri’, in A. Petri, Il teatro dell’anima, Bel-Ami, p. VII).

Si tratta di un testo riflessivo, difficile, nel senso positivo del termine, che indaga nella mente e nell’animo di due uomini in gabbia.

(Armando Rotondi)

 


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