Intervista con Marilù Oliva

I nostri affezionati probabilmente ti conosceranno già. Ma noi vogliamo fare un regalo a chi ancora non sa chi sei. Aiutiamoli a entrare nel mood di questa intervista. Chi è Marilù Oliva? Dicci qualcosa che ancora non sappiamo.

La gente si sbaglia spesso sul mio conto, forse ingannata dall’aspetto, dalla diplomazia o dal sorriso. Perchè all’apparenza sembro una persona molto dolce e arrendevole. Invece sono determinata e difficile. E insofferente. Soprattutto non sopporto diverse categorie umane: gli snob pseudo-intellettuali e gli snob di ogni genere (a cui rammento vivamente di riflettere sulla etimologia della parola: sine nobilitate), chi compie soprusi (anche piccoli) in nome della sua posizione, gli invidiosi che anzichè rimboccarsi le maniche sparlano del successo altrui, quelli affetti da pregiudizi stereotipati, chi si piange addosso, chi non risponde quando gli si fa una domanda. E mi interrompo qui per non rendere la risposta troppo lunga…te l’avevo detto che non sono facile.


Quale è il tuo rapporto con la scrittura? Cosa sono le parole per Marilù e cosa succede quando finiscono dalla mente alla carta?

Le parole per me sono vita, le uso quotidianamente anche nel mio lavoro da insegnante. Sono concretezza, dunque, ma anche sogno, visione, creazione. Delle volte la scrittura è un processo immediato, spontaneo, inconsapevole. Più spesso però le parole passano sulla carta dopo avere rimbalzato nella mente per qualche settimana e solo dopo essere state disciplinate. Ho molta fantasia (negativa e positiva) che si muove nel caos più totale. L’operazione di “incasellamento” è la più complessa ma anche quella che dà più soddisfazione.

Nei tuoi libri abbiamo visto il nero più cupo mischiarsi alle tinte calde dell’America latina. Di che colore è Marilù Oliva?

Verde acqua. Se potessi scegliere un elemento in cui trasformarmi, senza dubbio sarebbe il mare, preferibilmente il Mar dei Caraibi visto da qualsiasi angolazione


Repetita è un noir puro. iTu la pagaras! è un giallo in piena regola. Il passaggio da un genere all’altro ha rappresentato più un cambiamento o un’evoluzione? E’ stato necessario o naturale? Cosa pensi di aver guadagnato e cosa invece hai perduto in questa trasformazione?

In realtà le definizioni dei suddetti due romanzi si sono prestate a varie interpretazioni. C’è chi ha sostenuto che “Repetita” è avulso dai generi, chi ha assicurato che è principalmente un thriller psicologico. “iTu la pagaras!” è un giallo con deviazioni noir, nel senso che l’attenzione si sposta dalle indagini alla psicologia dei personaggi e agli eventi che la trascinano. Nel passaggio da un libro all’altro ho sentito -al di là dei generi- che la scrittura si stava evolvendo. So di aver più padronanza sul materiale e sulla struttura narrativa. Così come sono certa di aver ancora tantissime cose da imparare

Da Dante ai Borgia, i tuoi romanzi sono permeati di una componente storico-culturale costante. Sappiamo già che storia, letteratura e criminologia sono tra le tue passioni, sarebbe quindi inutile chiederti il perchè. Ci interessa però sapere se oltre alla componente di “umana passione” c’è anche una riflessione “strategica” in questa scelta. Credi che inserire certi riferimenti e citazioni possa fare la differenza rispetto a un panorama di esordienti che puzza un pò di omologazione?

No, non è una scelta strategica, anche perchè non credo sia sufficiente qualche citazione colta per sfuggire all’omologazione. Anzi, in questo mondo di opinionismi e facilonerie, aggiungere un elemento culturale è sempre rischioso. Io l’ho fatto solo per passione. Se fossi stata appassionata di nuoto, probabilmente avrei inserito qualche location in piscina! Ti faccio un esempio in “iTu la pagaras!” la protagonista è stata costretta, da una prozia arcigna, a imparare la Commedia a memoria. Lei ora all’occorrenza cita Dante ma lo fa riattualizzandolo a seconda delle necessità, quasi che Dante venisse umanizzato e si concretizzasse per darle una pacca sulla spalla. Io ero consapevole di inserire un dettaglio stridente con il libro. La mia protagonista è scanzonata, beve come una disperata e dice parolacce. Per la nostra mentalità ghettizzante Dante dovrebbe stare solo “ai piani alti” della letteratura, materia esclusiva di saggisti o italianisti coltissimi. Invece io volevo rendere più alla portata di tutti i suoi meravigliosi messaggi, come se la Commedia-oltre al suo inestimabile valore poetico, allegorico, anagogico eccetera eccetera- potesse essere anche un immenso breviario di consigli, suggerimenti, a volte sorrisi.


Repetita è stata la tua opera prima. Un romanzo tanto apprezzato da aggiudicarsi un posto sul podio nell’edizione 2010 del Premio Camaiore di letteratura gialla e noir. Eppure ha una trama lineare: un serial killer, le sue vittime, le indagini e una brillante psichiatra. E’ un plot abbastanza sfruttato sia al cinema che in letteratura. Cos’è che rende Repetita diverso?

Hai ragione. Qualcuno ha sottolineato che in “Repetita” c’è qualcosa di già conosciuto, come tu hai detto, e qualcosa di molto diverso dal solito. L’opera è stata un esperimento pericoloso ma riuscito, un viaggio (per me un pò spaventoso) nella mente di uno psicopatico. Ho provato a calarmi nei suoi panni e a offrire al lettore un ritratto verosimile delle sue ossessioni, delle sue morbosità, dei suoi delitti, del suo sadismo. Il romanzo è un’antitesi: è molto scientifico ma è molto inventato. Si basa su due anni di ricerche criminologiche, è stato vagliato da una psichiatra per quanto riguarda le parti psicologiche, da un medico per quanto riguarda i momenti degli omicidi. Però nello stesso tempo, pur partendo dalla realtà e dalle biografie reali, ho lasciato molto spazio alla libera rivisitazione, sincerandomi che fosse verosimile.

Il commissario Basilica esordisce in Repetita come personaggio secondario, con fugaci e rapidissime apparizioni. In iTu la pagaras! lo ritroviamo invece con un ruolo più importante, una sorta di co-protagonista della vicenda. Il suo personaggio è destinato a diventare “seriale”, è prevista una nuova evoluzione di Marilù scrittrice in direzione del poliziesco?

Poliziesco nel senso stretto del termine no. Però sto già scrivendo il seguito di “iTu la pagaras!”, sempre con l’ispettore Basilica a capo delle indagini e La Guerrera a decrittargli un mondo per lui indecifrabile: quello delle notti salsere e dei balli latinoamericani a Bologna.

E adesso la domanda della vincitrice del concorso intervista legato al tuo nome. Debora Spatola chiede: Vorrei sapere da te cosa e quanto c’è di tuo nei tuoi neri personaggi, e perchè ti senti attratta da una scrittura “cattiva”, dalla parte buia dell’animo dell’uomo. Voglio sapere se tu sei all’interno dei libri che scrivi.

All’interno di ciò che scrivo ci finisco sempre, volente o nolente. Faccio un esempio: nel serial killer di “Repetita” non c’è nulla di autobiografico (tranne il particolare dell’emicrania, che però, nel mio caso, non è terribile come la sua). Mentre scrivevo mi sono calata nei suoi panni, ho provato empatia e ripugnanza al tempo stesso, ho cominciato a fare gli incubi di notte. Quindi in un certo senso sono stata trascinata nel suo mondo maligno. In “iTu la pagaras”, invece, compaiono più elementi che mi appartengono anche in senso negativo. La Guerrera sono io, per un 50%. La sua rabbia, la sua indignazione, la sua incomprensione della gente sono le mie, poi ovviamente lei è stata estremizzata per esigenze narrative. Sono sempre stata calamitata dal nero della vita. In fondo “Repetita” è un viaggio folle verso l’origine del male individuale. In “iTu la pagaras!” il discorso si amplia e ho investigato il male in senso più corale. In questo momento sto meditando in senso laico sul significato umano e transumano del male, non so ancora se arriverò a qualche riflessione conclusiva (del resto non voglio scoraggiarmi: è da millenni che ci provano persone molto più competenti di me e non sempre son riuscite a darsi risposte esaustive!)

Per chiudere quest’intervista ti poniamo una domanda di rito in pieno stile nerocaffettiano. Marilù ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi sta aspettando?

L’ispettore Basilica. Deve dirmi a che punto è con le indagini. Se non lo incontro non posso proseguire la stesura del mio secondo romanzo della serie “La Guerrera”! Grazie Nero Cafè, un bacio. Nerissimo ovviamente.


(Nero Cafè – Laura Platamone)


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