L’ora più buia (di Claudio Vergnani) – gli occhi spalancati sulla vita

Nel 1938 Sartre scriveva: «Il mondo… questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava: senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile: per immaginare il nulla occorreva trovarvicisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità: quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra e apparsa dopo molte altre […]».
Sembra uno dei pensieri di Claudio, il personaggio del romanzo, L’ora più buia.
«Perché loro sono le prime vittime di tutto questo disumano, impietoso meccanismo in bilico tra la vita e la morte. Come lo è dacché nasce chiunque calpesti con il proprio piede questo mondo di meraviglia e orrore. Anche loro come me, come noi, nient’altro che esseri brancolanti e irrimediabilmente confusi costretti ai miserabili ruoli che questi tempi colpevoli ci hanno assegnato».
Il loro è riferito ovviamente ai Vampiri. Anzi, in quest’ultimo romanzo sono diventati i Vampi. Ci sono creature più temibili e terribili in giro, gli huhuhulù, gli immigrati, che a differenza dei Vampi si riproducono o, almeno è così che sostiene il barba, il De Murtis.
L’ora più buia, una profonda riflessione sull’alterità e sulla coscienza nella consapevolezza profonda dell’assunto sartreiano che «sono io quel me che combatto».
Vergnani torna a far sorridere ma torna soprattutto a farci riflettere sulla vita e sulla morte.
Cacciare i vampiri, un lavoro come un altro, un lavoro pagato, a trovarlo di questi tempi. Meglio i vampiri che la precarietà di farsi la barba con i coperchi delle scatolette di tonno.
Adesso tutto è cambiato, è diventato altro, era già altro fin dalle prime pagine de Il 18° vampiro. Solo che adesso i personaggi hanno acquistato consapevolezza. Suggestiva a questo proposito è la meditazione di Claudio e di Vergy sul meraviglioso scorcio di una Parigi piovosa.
Che cosa porta i nostri eroi a ritornare alla fabbrica? Lo fanno solo per Alicia?
L’ora più buia. Cambi di registro, dalla farsa al dialogo filosofico, a struggenti passaggi poetici, alle pagine di drammatiche lotte o di divertenti scorribande.
«Vergy, arrivato all’ultima fila di bare, esaminò parete e pavimento con la torcia, Però ora che le gemelle Kessler erano solo due tronchi sbriciolati, al loro posto era spuntato un altro vampiro con i capelli sudici dritti come trecce ai lati della testa. “Sbrigati!”, lo sollecitai, “Ho Pippi Calzelughe alle spalle!” Lo sentii ridacchiare. “Prendi tempo, e dille che eri un suo fan”».
Questo è Vergnani, uno scrittore dell’incubo e poeta della vita, nel raccontarla, nel trasmetterne al lettore tutta la sua freschezza, nel coglierne il lato beffardo e nel descrivere con leggera ironia profonde verità:
«Il fatto è che a volte si finisce più o meno per recitare una parte, e le ci si affeziona. Soprattutto quando non si ha altro. Come quei vecchi attori di teatro che recitano la parte di Amleto per un’intera vita e poi se ne vanno a fare la spesa con un teschio in mano, meravigliandosi che qualcuno chiami gli infermieri».
Certo, i vampiri, i vampi, figure oblique che si muovono davanti a uno scenario orrorifico, tratteggiato magistralmente attraverso tinte fosche e oscuri presagi, rappresentazioni cruente e volgari e al contempo, scorci di pura poesia mediante un linguaggio forte, intenso ed evocativo come solo un grande artista riesce a fare.
Un racconto divertente e disincantato, una riflessione amara sullo spirito dell’uomo e il suo destino. Perché leggendo quest’horror si ride e anche di gusto ma, come nel Rigoletto, come fulmine scagliato da Dio, te colpire il buffone saprà. Attraverso il romanzo, Vergnani, poeta della precarietà, ridona all’uomo quella dignità negata dalla superficialità di una società che ha relegato la propria coscienza nella banalità.
L’ora più buia è anche un libro di citazioni non volute:
«C’erano anche in giro tre o quattro bomboloni, ma non mi parvero freschissimi. Su uno notai delle formiche. Forse Cristone era un devoto di Dalì».
E qui il riferimento è diretto all’immagine del film Un chen andalou del 1929 di Bunuel e Dalì. Ma è solo un esempio dei continui e fitti riferimenti che si possono trovare in queste pagine.
Gli autori e le opere sono stati talmente interiorizzati dal narratore che, mentre racconta, attraverso esempi e dialoghi, le citazioni sembrano quasi connaturate ai personaggi e alle situazioni. Unitamente a tutto questo c’è un desiderio del narratore e dell’autore di non prendersi troppo sul serio, perché è meglio giocare, meglio scacciare i demoni, tenersi impegnati. La verità la conosciamo, è troppo aspra e difficile da vedere a occhio nudo, molto più dura che combattere i vampiri:
«Defièndeme Dios», pensai, «de mì».
L’ora più buia è un romanzo maturo, presenta una varietà di stili, dei bruschi cambi di registro, tutti forzati a coesistere e armonizzati dalla penna di Vergnani. Stento a impiegare il termine horror per i romanzi di questo scrittore. Se non altro, mi sia concessa la definizione di horror atipico, una specie di falso horror ma un grande romanzo letterario, ricco di grandi verità. Lasciate da parte i termini “trilogia”, “saga”, lasciate da parte i vostri pregiudizi di genere. Rilassatevi e sfogliate le pagine, leggete! Lasciate che il mondo di questo bravissimo scrittore vi conquisti, vi appassioni e vi commuova.
La storia. La leggerete e la porterete dentro di voi e vi appassionerà.
Poi, sì. Finirete gli ultimi passi del romanzo, ascolterete emozionati in silenzio il fruscio delle pagine del libro che si chiude. Sentirete come un frammento di anima che vi consolerà accarezzandovi delicatamente il cuore mentre la vita, lì fuori, vi chiamerà di nuovo.

(Luigi Bonaro)


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