Gli Altri, il Sé e l’Assurdo (I vivi, i morti e gli altri – di Claudio Vergnani)

«Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi, nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».

(Il deserto dei tartari, 1940, Dino Buzzati)

«l’Assurdo, quel particolare stato d’animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l’anello che la ricongiunga, è allora come il primo segno dell’assurdo. E avviene così che la scena si sfasci. La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante».
Così scriveva Albert Camus nel 1942, ne Il Mito di Sisifo. Tutto ruota intorno a quel “Comincia, questo è importante”.

Ecco, per me, il romanzo di Claudio Vergnani, I vivi, i morti e gli altri, racconta di qualcosa che “Comincia”. Il cominciare è l’incipit e allo stesso tempo il “perché”, ciò che porta alla luce i Vivi e i Morti e qualcos’altro. Illuminante, a questo proposito, è questo brano del libro:

«All’inizio erano i Vivi e i Morti”, riprese, quasi per inerzia. “Semplice e chiaro. Facile. Consolatorio nella sua semplicità. Il sogno dell’evoluzione: un nemico definito e chiaro da combattere. Questo nemico minaccia la vita. Anzi la “divora”. Nessuna sfaccettatura, nessuna ambiguità, nessun dubbio. I morti si rifiutano di rimaner morti, risorgono e divorano i vivi».

Camus chiarisce che in ciò che “comincia” è l’Assurdo a mettere a nudo ciò che Vergnani definisce «quelli che si confondevano tra di noi (…) e soltanto nei momenti drammatici è possibile vederli, come se la luce abbagliante li stanasse (…) evidenziandoli nel più infinitesimale e miserabile dettaglio. Sono gli Altri».

Ma chi sono gli Altri?

Gli altri sono «quelli vivi fuori ma perduti dentro, più ancora degli zombie. Sono coloro che nella calamità abdicano al loro ruolo di uomini e si fanno meno di un uomo, meno di un cane, meno di un topo. Coloro che veramente riportano indietro le lancette dell’evoluzione».

«C’è qualcosa di più terribile dell’essere morti senza la vera pace dl trapasso; anche se è penoso vedere quei poveri fagotti di carne che sono stati, chi tanto a lungo e chi pochissimo, in un altro luogo, dal quale sono tornati lasciando qualcosa di essenziale dall’altra parte. E quel qualcosa di più terribile non sono nemmeno i Vivi, che pure si trovano di fronte all’orrore più radicale che mai la nostra Storia ci abbia messo di fronte. No, l’orrore è un altro».

Ma chi sono veramente gli Altri? A me sembra che il romanzo sottenda una domanda, esistenziale e dolorosa ma allo stesso tempo necessaria, che porti, in qualche modo, a mettere in dubbio ciò che, ammantati dall’effimera sicurezza di una fittizia compagine sociale, diamo per scontato. Siamo sicuri che questo essere l’Altro, questa alterità, gravosa e vile allo stesso tempo, non ci appartenga in qualche modo? Quando l’Assurdo comincerà e vi sarà l’insorgere del “perché”, ci troverà sulla riva dei Vivi se non saremo Morti o ci scopriremo, con nostra sorpresa, sull’altra riva, quella degli Altri?

Camus scrive che «nell’attaccamento di un uomo alla vita, vi è qualche cosa di più forte che tutte le miserie del mondo. Il giudizio del corpo vale quanto quello dello spirito, e il corpo indietreggia davanti all’annientamento. Noi prendiamo l’abitudine di vivere prima di acquistare quella di pensare. Nella corsa che ci precipita ogni giorno un po’ più verso la morte, il corpo conserva questo irreparabile vantaggio».

Oprandi, il protagonista del libro, è un Altro, è uno che “indietreggia davanti all’annientamento”, ha preso come molti di noi “l’abitudine di vivere prima di acquistare quella di pensare”. Ora, la storia narrata da Claudio in questo suggestivo romanzo è quella del ravvedimento di quest’uomo che sceglie consapevolmente di non esser più Altro, di non dare al corpo “l’irreparabile vantaggio” ma, di fronte all’Assurdo, sceglie di diventare Vivo.

Perché «Il senso dell’assurdo, alla svolta di una qualunque via, può imbattersi faccia a faccia con un uomo qualsiasi. Tal quale, nella sua desolante nudità, nella sua luce senza irraggiamento, è inafferrabile».

Siamo di fronte alla scelta di un uomo con le sue miserie, colto dall’Assurdo faccia a faccia, quasi di sorpresa, nella sua desolante nudità:

«Le dico questo, c’è in giro gente che ha perso la testa. O che forse, chi lo sa, l’ha ritrovata. Magari questa gente è ora ciò che veramente è. Magari la società li teneva imprigionati. Ora tutti noi siamo ciò che veramente siamo».

Questa frase, ora tutti noi siamo ciò che veramente siamo è il fulcro del romanzo, un interrogativo esistenziale, è il completamento di un ciclo e, al contempo, un nuovo inizio. Comincia.

Chi è Oprandi? È “l’uomo qualsiasi” di Camus sulla strada dell’Assurdo, colto nella sua desolante nudità, costretto a fare la prima scelta consapevole della sua vita, scegliere se essere Altro o diventare Vivo, diventare un eroe e, per invertire la logica precedentemente descritta, Oprandi comincia, inizia a far prevalere l’abitudine di pensare a quella di vivere ed è come se si risvegliasse dal sonno dell’orrore.
Claudio ci chiede attraverso le sue pagine chi siamo. Siamo veramente chi siamo?

In questo senso i Vivi, i Morti e gli Altri è un romanzo di formazione atipico nella misura in cui mostra una sorta di viatico dell’uomo, percorso a ritroso, alla ricerca del proprio sé. Ciascuno ha i suoi obiettivi, quello di Oprandi è quello di salvare egoisticamente la pelle, andare in Svizzera, fuggire dalla morte, ma dinnanzi all’Assurdo comincia in una stanchezza colorata di stupore, e il suo obiettivo diviene via via meno convincente, fino a divenire consapevolezza profonda: questo obiettivo non gli appartiene, è l’obiettivo dell’Altro. Comincia questo percorso doloroso all’interno del sé che lo porta alla consapevolezza. Nella morte nasce una speranza, una possibilità di essere Vivo. In questo senso Oprandi non è diverso dall’ambizioso ventunenne descritto da Buzzati che si presenta alla Fortezza Bastiani dopo la sua nomina a tenente. Giovanni Drogo è un Altro ma si ravvede in tempo per godersi l’ultima sua porzione di stelle. Poi, nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Buzzati scrive: «Drogo ha deciso di rimanere, tenuto da un desiderio ma non solo da questo (…) Per ora crede di aver fatto una cosa nobile e in buona fede (…) scoprendosi migliore di quanto avesse creduto. Solo molti mesi più tardi, guardandosi indietro riconoscerà le misere cose che lo legano alla Fortezza».

Entrambi, Oprandi e Drogo diventano Vivi attraverso un percorso doloroso che “Comincia”, un percorso che li porta attraverso l’Assurdità, il deserto, la solitudine, diventeranno Vivi ed eroi solo liberandosi del loro fardello. Entrambi, Vergnani e Buzzati, ci pongono la stessa domanda: chi sono gli Altri quando comincia l’Assurdo?

E i Morti? I morti sono gli zombie. Claudio ne tira fuori diversi tipi, una sorta di classificazione tassonomica, c’è il veloce, il piagnone, l’aggressivo ecc. Non ci vuole molto per capire che in sostanza siamo di fronte a categorie sociali. Ma non è questo il punto, e se fossero stati l’indifferenza e l’egoismo degli Altri ad aver generato gli zombie? Sì, perché, diciamocelo, alla base di tutta questa enorme variazione allegorica sul tema del riconoscimento del diverso magistralmente operata da Claudio, vi è un processo, attivo nella nostra società, un processo di rimozione dell’Alterità, in virtù di un’identità che corrisponde simulacri a innumerevoli modelli multimediali. Non solo, siamo arrivati alla rimozione dell’Alterità, ma abbiamo vinto la Morte. O meglio, non c’è posto per una dimensione collettiva, pubblica, corale della Morte com’era un tempo. Oggi, infatti, non si muore più, a un certo punto si sparisce, si abbandona delicatamente la scena, in silenzio, senza disturbare. Non ci vuole molto per rendersi conto come tutto questo processo sia fondamentalmente magico. E se lo zombie è il prodotto della stregoneria, allora ci siamo.
Oggi, il mandato è chiaro, dalle persone dobbiamo difenderci. Ebbene, la cancellazione dei rapporti sociali arriva a determinare quella frizione sociale particolare che determina l’ansia del diverso. La paura dell’alterità diventa fobia del contagio, la stessa fobia egoistica che troviamo negli Altri di Vergnani.
È evidente – come già scrissi riguardo il saggio L’Alba degli Zombi – come la zombificazione dei rapporti sociali sia una malattia culturale, la trasformazione di una classe sociale che sopravvive alla propria morte (senza rapporti sociali la società muore), continuando a perpetrare il modello di un sistema basato sui consumi che impara a sopravvivere a discapito del proprio simile al fine di sopravvivere.
In questo contesto, il contagio è la trasmissione di un morbo concettuale che viene «inoculato» nelle coscienze dalla mistificazione culturale che opera nella nostra società, è l’Essi Vivono di Carpenter.
Non è un caso che sia Romero che Carpenter, e così Vergnani, facciano nascere gli zombie nelle nostre città, nella nostra rassicurante società dei consumi, mostrando come essa non sia immune al contagio culturale ma sia impregnata fino alle fondamenta da questo germe.
Ma «avviene così che la scena si sfasci. La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante».

I vivi, i morti e gli altri, di Claudio Vergnani. Gargoyle Books editore, collana Books, pp. 480.

(Luigi Bonaro)


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