Deviare dal solco (Le Radici del Male, di Alda Teodorani)

«Caccio via le mosche e appoggio un ultimo,
lunghissimo bacio sulle labbra di Grazia.
Sono pronto a scendere giù, nel delirio».
(Alda Teodorani)

Il delirio, la sofferenza metabolica dello “spirito” emerge prepotente in queste pagine di pura e macabra poesia, il male radicale senza redenzione che scaturisce da un profondo universo di percezioni alterate. Siamo di fronte alla rappresentazione del male ontologico, ciò che non proviene da una volontà ma da un’inclinazione. L’etimologia del delirio, questo deviare dal solco della razionalità, trascina i protagonisti del libro e il lettore in un mondo alterato, dove la rappresentazione della violenza, lungi dall’essere il risultato finale, l’orrore, si configura come l’inizio, un viatico, attraverso il quale scendere nella grotta delle pulsioni. C’è qualcosa di terribilmente sovrannaturale nel racconto del male, quando la tortura si è fatta abitudine, si vive e (ci) si nutre di incubi, quando la tristezza (diviene) una cappa di piombo.
È questo il racconto de “l’ultimo abbraccio della vita, del sangue che inonda il viso con la sua vita, prima di morire per sempre”.
Così ci si spinge all’interno dei meandri della propria psiche alla ricerca di ciò che l’umana pietà non deve vedere, non deve cercare. Ma forse è come è scritto nei Salmi: “Abyssus abyssum invocat” e forse è per questo “che mi ritrovo a scendere giù. Lo spettacolo non è nuovo, per me. So già cosa aspettarmi”:

«C’è un fuoco, dentro di noi. Qualcosa che sa, che considera la vita come una misera parte della nostra storia».

Grazia Greuter, la pittrice degli incubi è come tutti i protagonisti delle storie di Alda, tutti hanno lo stesso fuoco, provano a rappresentare la morte, tentano di rifletterla nello specchio buio del loro abisso personale, attraverso i colori, i suoni, le parole. Da ciò scaturiscono affreschi imponenti di poetica e orrorifica bellezza, di energia vitale e magmatica che genera un universo sofferente, una vibrante realtà visionaria generata da una metropoli spietata dove prendono forma impulsi oscuri, mostri. Ma non è patologia, è il racconto della follia, della noia, dell’emarginazione, che dà voce e occhi ad assassini dai volti e dall storia anonima, a persone che si nutrono di incubi, che conferiscono un senso malato al loro inferno personale, alle loro passioni deviate.
È quasi una metafisica del senso quella di Alda, una rappresentazione che trascende nell’arte e insieme un tentativo di «mordere il destino», nella consapevolezza che «tutto è destinato a morire e (che) niente dura per sempre».
Da ciò, forse potrebbe scaturire un forte senso di irrealtà ma come scrisse Lovecraft nel 1917:

«Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo».

Le Radici del Male è un’opera di una particolare complessità poiché è una profonda riflessione sull’umanità, sul male, sulla redenzione, sul dualismo dell’uomo, la possibilità, malgrado tutto, di poter ancora stupirsi del mondo, è il racconto di una speranza perché alla fine, solo in fondo, quando il carrozzone della follia – del delirio – è passato, c’è qualcosa che non muore.

«Tutto passa penso, in un soffio, e a tutto si fa l’abitudine. Lascio ogni cosa com’è, ormai questo rito non m’interessa più.
Mi appoggio con la schiena a un albero. Non tira aria, e non c’è il più piccolo movimento. Nessun rumore. Ascolto attentamente, e percepisco, da lontano, i suoni della mia città: l’amore che provo per tutto questo è talmente grande, enorme, che adesso sì, mi ritrovo a piangere e a considerare che, nonostante il passato, ho solo voglia di ricominciare. Vicino al ponte la nebbia è diventata un’ombra, quell’ombra: capisco che è sempre stata accanto a me, e mi ha sempre chiamato».

Alda Teodorani, Le radici del Male, 1993, Granata Press, Addiction 2002, 2013 Mezzotints Ebook, Illustrazione di copertina di Alan M. Clark, Formato ebook (epub, mobi), Pagine: 145.

(Luigi Bonaro)


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