Rave di morte, di Mario Gazzola

Il nostro futuro prossimo. Come potrebbe essere? Ci sarà un limite al potere delle grandi multinazionali? Quanto potranno spingersi avanti nell’induzione del pensiero, nell’imbrigliare “menti libere”, finanche nel Potere Supremo, quello “divineggiante” proprio di chi decide della vita e della morte?
New York, 2024. Un giornalista-critico musicale, Lester Peel, viene invitato ad ascoltare e recensire l’anteprima di un nuovo prodotto musicale (definirlo “disco” è roba del passato…). Prodotto da una potentissima Major e interpretato da Yorki, una giovin cantante dalla pelle artificialmente resa azzurra e da una protesi metallica come ornamento. Durante l’attento ascolto si imbatte però in uno strano rumore di sottofondo, una sottotraccia quasi subliminale dove sembra che si odano voci e un tonfo. Prova ad analizzare l’inciso, verificando che la voce cantante ha tonalità molto, troppo particolari. Impossibili da raggiungere in natura. Quando poi Lester viene a sapere dello strano suicidio di una corista che aveva partecipato alla registrazione, intuisce che forse c’è qualcosa di strano. E prova a vederci chiaro, intervistando la cantante, chiedendo, verificando. Subito, però, da cacciatore diventa preda. Incastrato e accusato di “crimini contro l’intelletto”, spedito in un penitenziario particolare, ovvero le rovine di quella che una volta era la città di Detroit. Dove riesce a sopravvivere per miracolo alla prima notte, da dove esce nell’unico modo possibile, arruolandosi volontario nell’esercito in vista della “Quinta missione in Iraq”. Nel corso dell’addestramento, si imbatte in Yorki, l’interprete (forse) dell’opera musicale, terrorizzata e trasformata nei tratti somatici. Per nascondersi. Ora i braccati sono due.
Il finale beffardamente amaro, sorprendente, nerissimo, è senza dubbio la parte migliore di questo romanzo d’esordio di Mario Gazzola. Che per il resto è un po’ troppo carico, colorato con fluorescenze luminose, psichedelico-lisergico, arrivando a rasentare il kitch. La visione del futuro immediato come prevista dal romanzo, nonostante questo sia datato appena 2009, appare già oggi notevolmente inverosimile, sia dal punto di vista sociopolitico che da quello prettamente tecnologico. Si parla ad esempio di una quinta spedizione americana in Iraq, decisamente poco verosimile oggi, ma probabilmente anche quattro anni fa. Manca un pizzico di sana autoironia, un possibile alleggerimento che avrebbe reso meno stonata la poca “futuribilità”, sottraendo un po’ di pretese di verosimiglianza per traslare in una più evidente post-fantascienza. Raffinata è invece, e da qui si intuiscono provenienza e background dell’autore, la “colonna sonora” della vicenda, che diventa non parte autocelebrativa ma architrave fondamentale che sorregge l’intera storia. E ne diventa protagonista ossessiva, martellante nella sua onnipresenza, addirittura pensata come stimolante in dotazione all’esercito. Lo stile appare un po’ diviso in due parti: ossessivamente sincopato, quasi come fosse da conseguenze di trip acidi, e quindi estremamente funzionale nella prima parte, diventa più canonico, tradizionale, privo di acuti ma in ogni caso intellegibile, nella seconda metà dell’opera. I moralismi proposti poi risultano invero troppo facili, scontati, ritriti. Direi luminoso, accecante fino a diventare eccessivo. Da leggere solo con occhiali da sole protettivi, evitando le lenti azzurre. Ma arrivando assolutamente fino alla fine.

(Giovanni Cattaneo)


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