Vuoto, di Roberto Bommarito

Il silenzio, all’altro capo della cornetta, dopo che dai loro la notizia che non avranno mai un figlio, è come inchiostro che ti macchia l’anima, una bella, fottuta macchia indelebile, s’intende. Un poco alla volta. Si espande, fino a renderti gli occhi smorti, come quelli di coloro che dovrei sperare diventino i miei colleghi. Oggi mi daranno una risposta. Mi diranno se mi prenderanno o meno, che diavolo ne sarà del mio futuro.
«Solo per una notte» questa è stata la frase che ha dato inizio a tutto. Pronunciata da una donna, Lara. Bella abbastanza da farti dire di sì prima ancora di pensarlo.
E la notte è diventata settimane, mesi, anni. La speranza di costruirci una vita assieme, che ha sostituito il mio piano originale: diventare parte della statistica dei disoccupati che si ammazzano.
Roma è affollata.
L’Italia lo è.
O meglio, il mondo intero.
Avere un figlio è un privilegio che ottengono in pochi.
«Se ti prendono» mi ripete come un mantra Lara da tre mesi a questa parte, «con un lavoro fisso, al Ministero Controllo Nascite addirittura, è quasi certo che ci daranno il permesso di essere genitori. Devi riuscirci, a ogni costo, capito?»
Sul computer compare un altro numero da chiamare.
Risponde una donna, eccitata e impaurita. Le trema la voce. Trema sempre.
Dico la stessa frase di tutti gli altri miei colleghi, questi corpi che sembrano svuotati di vita: «Mi spiace informarla che la sua richiesta è stata respinta.» Come loro, a ogni telefonata mi importa sempre meno della persona all’altro capo della cornetta.
Le prime settimane pensavo alle voci rotte, ai sogni cestinati. Una eco senza sosta. La sentivo mentre facevo la doccia, guardavo un film. Erano i loro volti immaginati che vedevo al posto di quello di Lara, anche mentre la scopavo.
Chissà se anche loro, a casa, hanno avuto una moglie che li aspettava. Una Lara che diceva loro, con malizia: «Dimostrami che non sei una nullità.» Perché le cose col tempo cambiano, specie se l’amore diventa obbligo.
«Il capo ti vuole» sbotta Lucio. «Mi sa che ha deciso.»

È proprio Lucio a dirmi di non farlo. «Non saltare giù.» Ma senza convinzione. «C’è tua moglie al telefono.»
Venti minuti prima, il capo mi ha detto: «Come ti trovi qui?»
E io ho mentito, sorridendo: «Bene.»
«Lara vuole parlarti» insiste Lucio. O forse è qualcun altro. La sua voce alle mie spalle sembra uguale a quella di tutti gli altri. Senza umanità.
«Non capisco» fa Lucio. «Ma perché ti vuoi ammazzare?»
Il capo, dopo avermi sorriso di riflesso, ha detto che mi prenderanno.
Lara sarà felice.
Dovrei esserlo pure io. Saremo papà e mamma.
Invece penso solo alle voci al telefono che non mi provocano più il bruciore allo stomaco.
«Cosa dico a tua moglie?»
Mi volto.
Dietro di me, una caduta di cento metri.
Le espressioni dei miei colleghi: maschere di cera prive di emozioni.
«Dille che preferisco il mio piano originale.»
Un passo indietro.
Poi, prima che quella macchia possa trasformarmi in loro, il vuoto.


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