La nebbia e il mare, di Raffaele Serafini

nebbiaRacconto vincitore di Minuti Contati, 51° Edizione

Ci sono paesi, sull’Appennino, proprio là, dove non sapresti dire se è già Toscana o ancora Umbria, le cui case paiono gettate sul fianco della montagna in due o tre manciate da un gigante indolente, che subito dopo pare essersene scordato.
A volte, d’inverno, una nebbia biancastra arriva senza bussare e si corica in basso, nelle valli e lungo i fossi, avvolgendo le case e gli uliveti. Solo i campanili e gli alberi più alti mettono fuori il capo, come isole misteriose sperdute in un mare di cotone.
Io e Federico abitiamo uno di questi borghi e il mare non l’abbiamo visto mai, per questo amiamo la nebbia.
Vediamo il lago, lontano, quando l’aria è limpida e sembra di vetro, ma il mare no. Dicono serva un’automobile, o i soldi per una corriera. Io non potrò mai.
Federico non so. Lui, forse, un giorno avrebbe potuto.

Con la nebbia ci troviamo sempre qui, tra le macerie della casa dove vivevo un tempo. Immaginiamo sia un promontorio, di essere i guardiani del faro. Giochiamo.
Sotto di noi, un prato digrada lentamente, fino a lambire la risacca, immobile e fumosa. C’è una vecchia quercia, spaccata dal fulmine, che appare e scompare: è una sirena, che si contorce nel suo lamento. Un tetto, più spavaldo degli altri, è un veliero in balia dei marosi, non vede il nostro segnale, ipnotizzato dal richiamo finirà per schiantarsi o incagliarsi tra gli ulivi. Lepri, istrici, caprioli, cinghiali… li immaginiamo nuotare in questi vapori, con un guizzo di quando in quando.
Ma dobbiamo agire, ci basta uno sguardo e corriamo, a perdifiato, per il pendio, prendiamo velocità. A volte uno dei due cade, si rialza. Siamo i guardiani, dobbiamo arrivare presto sulla riva, bucare le onde con la velocità dei nostri corpi.
Attraversiamo l’asfalto a rotta di collo, il rumore dei passi di Federico si fa ciabattare ovattato, poi torna fruscio, nell’erba alta e ingiallita. C’è un orrido, sulla destra, ma siamo esperti, conosciamo i crepacci sommersi, e viriamo nell’altra direzione, passando di fianco alla sirena, sul cui volto scorgiamo una smorfia di disappunto. Sappiamo che la nebbia è una bugia e dirada, quando ne penetriamo i segreti. La sirena torna quercia, il veliero abitazione. Il campanile ci guarda, rimproverandoci l’incoscienza. Noi non ce ne accorgiamo e ridiamo come pazzi: perduti nell’illusione ci sembra quasi di sentire l’odore del sale.
È sempre Federico, che si ferma, prima di arrivare all’uliveto.
Si butta a terra e rotola, per arrestare lo slancio.
Mi fermo anche io, subito dopo, perché proseguire da solo non mi divertirebbe.

Avremmo fatto così anche oggi.
La nebbia era più fitta del solito. La sirena metteva fuori a malapena un ghigno di corteccia, dell’imbarcazione intravedevamo le vele, tegole ammuffite che beccheggiavano disperate.
Correvamo appaiati, ridevamo, gridavamo.
Uno, due passi sull’asfalto, due luci, uno schianto di ossa spaccate. Le strisciate degli pneumatici si sono allungate fino a sfiorare il sangue.

Io e Federico ci guardiamo, sotto la vecchia casa. C’è la nebbia… partiamo!
Superiamo il prato, la strada, gli ulivi, una macchia di ginestre, schizziamo tra erba e rocce, nuotando nel nostro mare, senza respirare. Non ci fermiamo più, attraversiamo il borgo, le case, più e più volte.
In paese, dicono che da quando Federico è morto, con la nebbia, arriva l’odore del mare.


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