Il mare c’è sempre stato. Amplificazione di un sogno

La bellezza di un sogno come quello che segue è che esso, in sostanza, è un’autorivelazione della mente, una sorta di trattato Zen generato spontaneamente dall’inconscio.

Salgo lungo una strada sterrata, in campagna. Non è ripida. Salgo con fatica, stando praticamente sdraiata per terra e aggrappandomi a essa con le mani. A un certo punto supero una casa, ma dietro ci sono tre cani che vengono verso di me. Chiedo a una signora, la padrona della casa, se sono pericolosi. Lei dice di no, però mi fermo lo stesso e davanti a me, sopra un muretto, vedo alcuni amici. Mi dicono che davanti a noi c’è il mare. Guardo, ed effettivamente ho un’immagine bellissima, sembra quasi un dipinto. In essa l’immagine della campagna è riflessa in un po’ di mare, quasi come se ci si potesse tuffare… su una collina. Una natura bellissima. Chiedo ai miei amici dove siamo, e loro mi rispondono che siamo a nove chilometri da Firenze. Io dico che non c’è il mare a Firenze, ma loro rispondono che il mare c’è sempre stato.

Salire stando distesa significa acquisire consapevolezza (un grado più elevato) attraverso l’umiltà (lo stare vicina alla terra). Per compiere il passaggio di crescita racchiuso in questo sogno, la sognatrice deve tenersi ben salda al terreno, il che significa rimanere aderente alle percezioni che la psiche le offre. I tre cani rappresentano tre aspetti primigeni, arcaici, vitali della psiche della sognatrice, che li teme come guardiani della soglia, i tipici personaggi che sfidano l’eroe di una storia a superare una paura o un limite per impedirgli di andare avanti. In questo caso, i guardiani motivano l’Io a fare una pausa nel cammino e sostare in una condizione adatta a ricevere un messaggio. Forze interiori alleate (gli amici) indicano il mare, che appare nel sogno in tutta la sua valenza di sorgente della vita (psichica). La collina è riflessa in essa, come a dire che la realtà, così come la vede l’Io, non è che un’immagine proiettata sullo sfondo della natura essenziale della mente, che è vuota, nel senso di una cavità ricettiva o, appunto, di uno specchio. Grazie all’umiltà di questa ascesa l’Io può contemplare veramente la propria essenza, quella mente senza confini e senza distinzioni indicata da ogni via spirituale, e rispetto alla quale la realtà è il vero sogno. L’Io è incredulo («a Firenze non c’è il mare») e invece riceve l’informazione che no, il mare c’è sempre stato, ovvero tat tvam asi, «tu sei quello», quello è sempre stato il tuo volto essenziale. Se comprendi questo, allora puoi anche goderti l’infinita bellezza di questo mondo di sogno (la splendida natura riflessa). Il cammino dell’anima può essere faticoso, ma lo sforzo deriva dalle percezioni prospettiche dell’Io. Come in una nascita, l’apparizione del nuovo è il frutto di una battaglia importante e della messa in gioco della propria volontà di vivere, e permette di sperimentare l’immensa meraviglia dell’essere.

(Stefano Riccesi)


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