Vita, di Attilio Facchini

OLYMPICS/MASCOTS-NAMESRacconto vincitore della Special Edition – All Time, Seconda Era di Minuti Contati.

Le pareti del reparto di ostetricia erano tappezzate di disegni di case dai tetti rossi e uccelli gialli. La maggior parte dei lettini era vuota. Uno dei bambini iniziò a piangere, un mugolio sommesso.
«Arrivo».
La voce assonnata anticipò i passi dell’infermiera. Entrò nella stanza, si avvicinò al neonato che piangeva e lo guardò. Un brivido la scosse. Si strinse nel cappotto. Gli sistemò il ciuccio in bocca e lo cullò finché riprese a dormire.
Mentre tornava alla sua sedia accanto al termosifone, diede un’occhiata alla sala parto. Erano quasi le due e molte persone aspettavano impazienti. Negli occhi non c’era la gioia tipica di chi attende la bella notizia. I visi erano tirati, le espressioni serie.

Il professor Sandro Marini guardò l’orologio. Erano le due.
«Manca molto?»
«Siamo quasi arrivati», disse l’uomo alla guida.
Il fuoristrada procedeva lentamente perché la via era resa viscida dalla gelata notturna.
«Un evento così importante, in un centro così piccolo», disse l’autista, forzando un sorriso.
«Già».
«I genitori non sono stati molto contenti, vero?»
Il professore non rispose.
«Non capisco come abbiano fatto a tenerlo nascosto per tutto questo tempo. Per fortuna, il primario ci ha avvertiti in tempo».
«Già».
«Ci devono essere state delle complicazioni. Altrimenti non sarebbero mai andati in ospedale».
Il professore annuì.
«Per loro non sarà facile».
«Non sarà facile per nessuno» rispose il professore.

I carabinieri piantonavano l’ingresso dell’ospedale, tenendo a bada giornalisti e curiosi.
L’infermiera richiuse le tende della finestra e tornò a scaldarsi al termosifone, accanto alla collega del turno di notte.
«Ma ci pensi?» domandò questa. «Proprio qui».
«Era meglio se nasceva da qualche altra parte».
«Finisia, ma che dici? Domattina sarà pieno di televisioni e di gente importante! Magari ci intervistano».
«A me interessa solo starmene tranquilla per i fatti miei».
«Io proprio non ti capisco» disse eccitata la collega. «Sono trent’anni! E non solo qui a Sora, ma in tutto il mondo! Trent’anni. Ma lo sai cosa vuol dire?»
Certo che lo sapeva. Forse avrebbero scoperto il motivo per cui la Terra, da un momento all’altro, aveva smesso di concepire il genere femminile, decretando così l’inizio della propria fine. Ma quella povera bambina non avrebbe avuto una vita facile. Di certo sarebbe stata sottoposta a esperimenti e ricerche. Sulle sue piccole spalle ricadeva la responsabilità dell’intero genere umano.
Un clacson suonò più volte. Finisia si affacciò di nuovo e scorse un fuoristrada che veniva fatto passare tra due ali di folla. Doveva trattarsi di quel professore di Roma.
«Andiamo a vedere». La collega si alzò e corse verso la sala parto.
Anche Finisia si alzò, con calma, e lentamente la seguì.

Vide il professore che parlava con il primario. I loro volti erano bianchi, gli occhi sgranati, increduli.
Si avvicinò alla collega che era crollata su una panca. Stava piangendo.
«Cosa è successo?» le domandò con le labbra tremanti.
«La bambina non ce l’ha fatta».


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