Pesi e misure, di Stefano Riccesi

Di seguito, il racconto vincitore della X Edizione di Minuti Contati.

***

Della prima avrò gli occhi,
Della seconda le mani,
E mi piacerà, bella, e mi piacerà.
Della prima avrò gli occhi,
Della seconda le mani,
La terza il suo cuore darà, oh se lo darà.

La filastrocca batteva incessante nella sua testa.
Anna era nata cieca. Ma ce l’aveva fatta, a crescerla felice, a darle così tanto amore da non farle temere il mondo. Con Giulia era stata più dura. Una bambina senza mani, nonostante quelle ridicole protesi, non poteva avere vita facile… Con Sara però era stato ancora peggio. Perché era perfetta, fin da piccola. E non aveva niente di strano al cuore, era sana come un pesce. Per quello Alice aveva avuto paura per sedici lunghi anni. Dov’era la fregatura?

Le tre sorelle non sapevano niente della maledizione, altrimenti l’avrebbero odiata. Come spiegare che, qualsiasi precauzione prendesse, compresa l’astinenza, aveva sempre finito per rimanere incinta? Che alla fine erano nate tutte da stupri? Come spiegare che ogni volta che tentava di operarsi per sterilizzarsi o di abortire qualcosa andava storto?

Gli infermieri portarono via Sara. Sul volto di Alice il dolore era simile a un velo di ghiaccio scuro, un dolore senza lacrime. La sua terza figlia aveva avuto un infarto. Impossibile, ma temuto. La ragazza era ancora viva, ma per quanto? Di certo non era che il primo avvertimento.

Alice poteva sempre individuare un varco, se c’era. E passarlo. Non sapeva come aveva ottenuto questa facoltà. Aveva rimosso totalmente i primi anni della sua vita e il suo primo ricordo era già quello di una stanza al di là di un varco. Quella sera, di ritorno dall’ospedale, si fermò al negozio di cibi orientali e, senza farsi notare, scivolò tra il banco della pasta e quello del pesce essiccato. In un attimo attraversò il muro e si ritrovò nella stanza del Cappellaio.

Alle pareti c’erano come sempre cappelli di ogni sorta. In un angolo, seduto su un tappeto a gambe incrociate, nudo, glabro e magrissimo, il Cappellaio Matto mormorava la filastrocca.
«La tua vendetta è quasi completa» disse Alice senza preamboli.
«Visto cosa succede a disobbedire?» fece l’altro interrompendo la cantilena.
«Ero solo una bambina. Era solo un lecca lecca» fece lei con voce monocorde.
«Pesi e misure dell’al di qua non sono quelli dell’al di là, ormai lo sai».
«Questa volta lo accetterai uno scambio?»
Il Cappellaio sorrise.
«Sì».
«Come posso essere sicura che se ti do la mia vita, Sara vivrà?»
«Non puoi. Puoi solo rischiare».

Non c’era altra chance. Poteva essere tutto falso, ma di là dai varchi si sentiva spesso parlare di quale prezioso trofeo fosse una vita ceduta volontariamente. Forse era a quello che il Cappellaio puntava. Un tris speciale. Alice fece di sì con la testa e allargò le braccia in segno di resa. Almeno non soffrirò più, si disse. E stramazzò al suolo senza vita.

La terza il suo cuore darà, oh se lo darà.
E la madre?
La madre da sola verrà, sì. La madre da sola verrà.

«Carino questo finale», mormorò il Cappellaio. «Devo scrivermelo».


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