A piena voce, di Chiara Paci

Vladimir fissò la pistola, posata sul tavolo tra i fogli e i libri. Prima di impiccarsi, Sergej ha scritto un’ultima poesia col suo stesso sangue. Sergej era sempre stato eccessivo in tutto. Quanti anni erano passati? Quattro, forse cinque.
Vladimir guardò verso la finestra: la primavera a Mosca era appena arrivata. Mia amata Lilja, cosa penserai di me domattina? Diranno che l’ho fatto per te, ma non è vero.
Sergej sì che ci sapeva fare con le donne: si era sposato persino la Duncan. Ci uccide la stessa mano, amico mio.
Si mise a frugare tra i libri. Ne aveva pubblicati troppi. Che ne è stato dei nostri ideali, Sergej? E della nostra poesia? Trovò dei fogli scritti a mano, spiegazzati e strappati. Quanti anni erano passati da quando aveva scritto quei versi e li aveva fatti leggere in giro?

* * *

Vladimir aveva riconosciuto i fogli che Maksim teneva in mano e si era avvicinato.
— È la mia poesia quella?
Maksim aveva sollevato le sopracciglia e fissava i fogli perplesso.
— Sì.
— E che ne pensi?
— È ambientata negli anni sessanta.
— Sì, nel nostro futuro, quando alla fine riusciremo…
Vladimir non finì la frase.
— Il presente, Vladimir. Al futuro ci pensiamo domani.

* * *

Sergej e Maksim: Vladimir non avrebbe saputo trovare due persone più diverse, eppure gli venivano a mente insieme.
Girò la testa verso il tavolo: la pistola lo aspettava. Sergej piangeva spesso negli ultimi giorni, tra un bicchiere e l’altro. «La mia poesia, Vladimir, che male ha fatto la mia poesia?»
Era stato lo stesso giorno, quello in cui Maksim gli aveva ricordato il presente, che aveva visto quella barca, sotto il ponte.

* * *

Vladimir si era messo i fogli in tasca e tornava verso casa. Si strinse nel cappotto, alzando il bavero: sul ponte c’era un vento gelido che veniva da nord. Delle voci attirarono la sua attenzione: giù, nel fiume, una barca era stata spinta contro uno dei piloni.
C’erano mulinelli e la corrente era forte. I barcaioli erano finiti in acqua ed erano fradici. Come noi. Trascinati dalla corrente, nel gelo, abbandonati.

* * *

Si era chiesto spesso perché quell’episodio gli fosse rimasto impresso. Adesso lo sapeva. Maksim, la tua letteratura si fa col sangue dei nostri poeti. La rivoluzione è come la barca, nessuno sa più dove va, ma tutti abbiamo freddo e anneghiamo. Quanti erano morti? Quanti, come Sergej, si erano tolti la vita, perché ormai non c’era più voce se non quella che il partito voleva da loro? Stasera uno di più.
Si sedette e prese la pistola. Posò le mani sulle ginocchia. Non è giusto. Noi volevamo solo scrivere, essere poeti. Essere liberi.
Portò la canna al cuore. Canto un’ultima volta la mia rivoluzione.
Premette il grilletto. Sentì le costole che si spezzavano e il respiro che si fermava, e tutto divenne buio.
Addio, mia Lilja, mio amore, mia vita.


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