Bianco come la notte, di Stefano Mazzesi

Nella Grande Pianura. Dove non c’è il cielo, non c’è l’orizzonte. Non c’è nulla, non si vede nulla. Fuori e dentro le persone. Dove sei bagnato fino alle ossa, dove la nebbia ti entra nel corpo, attraversa i vestiti, attraversa l’anima. Nessun vento a spazzar via le malinconie, nessun raggio di sole a scaldare le coscienze.
Ravenna. Michele è un DJ, meglio, uno speaker, di una delle ultime radio locali. La sua voce entra nelle case, nelle auto, nella vita. Chi lo sente, inizia a pensare a lui quasi come ad un amico. Uno di casa. Uno a cui raccontare, uno a cui aggrapparsi. Rendendolo partecipe, coinvolgendolo nel ritrovamento di un corpo senza vita. Femminile. Restituito dal mare, appartenente, forse, a qualcuno di famiglia, a qualcuno di molto vicino. E Michele si ritrova, quasi suo malgrado, dentro una bruttissima storia di mala familiare, di faide per il controllo del territorio, dove delinquenti della peggior risma diventano vittime, dove insospettabili diventano esecutori spietati e terribili. Nella nebbia che tutto cela, che trasforma le persone in spettri. E ogni volta che Michele pensa di essere vicino alla soluzione, ogni volta che trova la chiave per aprire la cassaforte dove sono custoditi segreti orribili, si trova davanti solo un altro cofanetto, più piccolo, più nero, più complesso. In un continuo gioco di scatole cinesi che sembra non finire mai. Alla ricerca ossessiva di una espiazione per un’assenza passata. Che gli ha fatto perdere tutto.
Romanzo d’esordio per Stefano Mazzesi, di professione speaker radiofonico e tecnico audio per la TV. Intanto, con un titolo d’impatto. Che ci immerge perfettamente nelle cupe, sinistre atmosfere della bassa ravennate, fertile terreno di conquista malavitosa e nuovo crocevia per i peggiori traffici internazionali, tipica zona a “due livelli”, dall’apparenza tranquilla ma dalla realtà parallela estremamente dinamica e melmosa. La trama è avvincente, partecipativa, non priva di un bel simbolo nerissimo a far da filo conduttore, il pagliaccio bianco. Con la costante scenografia del delta padano, fatta di sfumature e sfocature, metafora geografica perfetta per una vicenda così torbida. La narrazione in prima persona è essenziale, priva di troppi fronzoli ma molto intimistica. Tutto ciò che prova Michele, il protagonista attorno al quale ruota la vicenda, è reso convincente. Volutamente sfumati sono invece gli altri personaggi, lasciando al lettore il dubbio, che si legittima con lo scorrere della vicenda, sulla reale collocazione di ciascuno. Certo, quest’opera ricorda, non tanto vagamente, quelle di Eraldo Baldini. Di più, se non si conoscesse l’autore, sembrerebbe in tutto e per tutto un libro di Eraldo Baldini. Che non a caso cura questa collana e scrive la prefazione. Decisamente poco originale. Un discepolo, un allievo. Che peraltro ha assimilato bene la lezione.
Da leggere guardandosi bene attorno, oltre l’immagine, oltre le apparenze. Perché spesso l’animo delle persone ha colori imprevisti.

(Giovanni Cattaneo)


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