Reazione a catena, di Mario Bava (1971)

11403C’è un errore che gli appassionati di cinema horror commettono spesso: soddisfare la propria sete di sangue spremendo come arance marce le filmografie anni 80 convinti siano le più succose. Così facendo ignorano la decade precedente (peraltro efferatissima) e tralasciano gemme assolute antesignane del genere gore.
Come Reazione a catena.
Il film più violento di Mario Bava.
Da un soggetto di Franco Barberi e Dardano Sacchetti su indicazioni dello stesso Bava che desiderava una storia “con tante morti bizzarre”, Reazione a catena disturba ancora oggi per l’atrocità di sequenze passate alla storia come progenitrici del genere splatter. Anche se non va dimenticato che il primo film splatter della storia fu Blood Feast, realizzato agli inizi degli anni ’60 da un mattacchione di nome Herschell Gordon Lewis.
Ma torniamo in Italia.
Torniamo a Bava.
Per la precisione siamo nel 1971. All’epoca erano in molti a chiedere al regista, già famoso per aver realizzato La maschera del demonio (primo horror gotico italiano) perché non girasse un film violento alla Dario Argento. Così Bava, che ad Argento aveva spianato la strada del giallo all’italiana realizzando nel 1964 il seminale Sei donne per l’assassino, decise di zittire tutti con un film che avrebbe mostrato, con sfrenata brutalità, i modi più strani in cui si può essere assassinati.
Vecchiette paralitiche impiccate. Accettate in faccia. Coppie impalate mentre fanno sesso. Decapitazioni. Strangolamenti. Roncolate. Non manca nulla. Il sangue scorre a fiumi e il regista si diverte come un bambino. Guarda caso gli unici superstiti alla mattanza sono due ragazzini, fratello e sorella, che sparano una fucilata ai genitori e poi se la ridono sotto i baffi come deve aver fatto Bava quando, con un ghigno perverso, consegnò il film per il visto censura.
Il titolo originario era Così imparano a fare i cattivi, ma è anche la battuta che i fratelli esclamano dopo aver ucciso i genitori. Quando però si decise di sostituire questa battuta con la più umoristica “Come giocano bene a fare i morti!” si stabilì anche di cambiare titolo al film, che divenne Antefatto, poi Ecologia del delitto (non lo trovate sublime?) e infine l’odierno e più commerciale Reazione a catena distribuito all’estero con lo stuzzicante Bay of blood.
Ed è proprio Bay of blood uno dei pochi film di cui Bava si considerasse soddisfatto. Il merito va soprattutto al produttore Giuseppe Zaccariello il quale, felice che i suoi registi lavorassero a briglia sciolta come quando produsse A ciascuno a il suo di Elio Petri, lasciò carta bianca anche a Bava che, libero d’esprimersi, non solo diresse al meglio la pellicola, ma tornò a occuparsi della direzione della fotografia otto anni dopo La ragazza che sapeva troppo.
A differenza di altri film di Bava, Reazione a catena non presenta un’illuminazione fumettistica dai toni acidi e accesi, ma luci fredde e naturali coadiuvate da un massiccio utilizzo del fuori fuoco per dare un’apparenza illusoria ai soggetti inquadrati. Quando crediamo di osservare un sole al tramonto, la messa a fuoco ribalta la percezione e il sole si trasforma in un occhio che guarda.
Per Bava, che come direttore della fotografia si era formato sui set di Roberto Rossellini, l’aspetto tecnico era determinate, anche se spesso, soprattutto di notte, si stancava e lasciava la macchina da presa al figlio Lamberto. La maniacalità di Bava è rimasta impressa nella mente di Dardano Sacchetti che ricorda che sceneggiare per il padrino dello slasher significava scrivere una scena in funzione di un movimento di macchina, poiché nella testa del regista la storia era già disegnata in un susseguirsi di quadri in movimento. Bava “storybordava” tutto con schizzi talmente essenziali da risultare infantili e, se si fissava con un’immagine, quella doveva essere trasferita dalla sua testa alla sceneggiatura.
Abbiamo detto che Bava desiderava una storia che gli desse la possibilità di mettere in scena un delitto via l’altro. Quindi, quando gli autori gli presentarono un soggetto incentrato su un gruppo di impostori che si scannano per ereditare una baia, gli s’illuminarono gli occhi. Più personaggi ci sarebbero stati, più alto sarebbe stato il numero delle vittime. Sangue, sangue, e ancora sangue! Crepano tutti nei modi più assurdi. Crepa Isa Miranda, crepa Leopoldo Trieste, crepa Laura Betti, crepa Anna Maria Rosati, crepa Claudio Camaso (fratello minore di Gian Maria Volonté) e crepano Claudine Auger e Luigi Pistilli fucilati dalla loro prole. In realtà gli omicidi sono di più, ma il filo logico che li unisce presenta qualche imperfezione, come se gli sceneggiatori avessero tralasciato di dare alla storia una parvenza di credibilità per consegnare in fretta un copione che grondasse più sangue di un maiale sgozzato. Da questo ne deriva una vicenda dai risvolti narrativi sghembi e naif che però, grazie agli effetti di Carlo Rambaldi che dà fondo a ogni contenitore di sciroppo all’amarena, ha il merito di inorridire lo spettatore con scene d’estrema violenza che faranno da ponte per tutto il cinema splatter d’oltreoceano. Chi ha amato la scena della coppia impalata mentre fa sesso in Venerdì 13 Parte 2, corra a vedere quella realizzata in Reazione a catena. Sono identiche. Solo che quella di Bava è più giovane di dieci anni. Perché il peccato di molti di ignorare i tesori del passato, per fortuna, non è il peccato di tutti.

(Filippo Santaniello)

profondo nero


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