Recensione: Dylan Dog – Dead of Night

Riprendiamo la nostra consueta abitudine con la domenica in stile “vintage” per riproporre un vecchio articolo de Il Terzo Occhio:

Dylan Dog – Dead of Night di K. Munroe

Ecco una visione che il Terzo Occhio non poteva perdersi, vuoi perché un film sull’indagatore dell’incubo era atteso da anni da tutto il pubblico “dylaniato”, vuoi per l’insolito exploit degli americani, interessatisi alla trasposizione cinematografica di un fumetto tutto italiano, vuoi per il coro di dissensi pervenuti da una critica sempre molto attenta alle esigenze degli spettatori. Il Terzo Occhio doveva vedere con la sua nera pupilla questa pellicola e giudicarla senza preconcetti.

Veniamo innanzitutto alle differenze plateali, già note alla vigilia della prima: l’assenza di Groucho, braccio destro di Dylan nullafacente ma dallo humour sopraffino, e di qualsiasi altro personaggio noto nella serie (l’ispettore Bloch e l’inventore strambo Lord Wells su tutti), la location diversa (non Londra ma una cupa New Orleans trasformata in un calderone di mostri), il colore del maggiolone (nero anziché bianco). Certo, di problemi questo film ne ha incontrati parecchi: il ridotto budget non ha permesso alla produzione di girare il film oltreoceano e non ha consentito di acquistare i diritti per impiegare la figura di Groucho Marx; la Disney detiene i diritti in esclusiva di utilizzo dei maggiolini bianchi per via di Herby, maggiolino protagonista di una serie di film negli anni 70-80.

Ma a fronte di queste diversità, a loro modo forzate, ve ne sono altre dettate da un riadattemento approssimativo del personaggio centrale. Dylan Dog, infatti, non è quel tipo introverso e allampanato che conosciamo, ma un giovane palestrato e spavaldo, dal grilletto fin troppo facile. Siamo abituati a un individuo riflessivo e non a un uomo d’azione come quello proposto dall’attore Brandon Routh (Superman Returns). C’è da dire poi che questo Dylan ha un passato da marito felice, mentre nella serie a fumetti nessuna donna eccetto una lo ha mai convinto a sposarsi e quel matrimonio è finito molto rapidamente e nel peggiore dei modi (vedi l’albo Finché morte non vi separi).

Guarda il trailer del film

Apparentemente, sembra che né il regista né gli sceneggiatori abbiano mai letto un albo di Dylan Dog, poiché non sono riusciti a cogliere né la nera ironia dylaniata, né il costante risvolto morale sempre ben nascosto tra le righe di questo fumetto. Dylan Dog è, nella serie, una persona con saldi principi etici per i quali si batte strenuamente. Quest’altro Dylan è poco più di una macchietta, un bel tenebroso dal passato tragico, come ce ne sono tanti, che solo in un breve momento sembra accennare al fatto che i mostri non sempre siano i cattivi. Davvero troppo poco.

Va anche detto che forse Kevin Munroe manca d’esperienza, essendo questo il suo secondo lungometraggio dopo TMNT (Le Tartarughe Ninja).

Unica nota lieta, a nostro avviso, l’introduzione di Marcus, il nuovo assistente di Dylan, interpretato dal bravo Sam Hauntington (anche lui già visto in Superman Returns), che riesce a strappare più di una risata dal momento in cui il poveretto rimane zombificato.

Buoni gli effetti speciali anche se appare sprecato l’uso di una supercreatura alata che, nel finale, viene annientata nel giro di una manciata di secondi. Piccola perla, invece, la presenza di Peter Stormare (Prison Break, 8mm, Armageddon, Constantine) nei panni di Gabriel, vecchio amico di Dylan e capo di un clan di licantropi.

Per concludere, tra zombie, vampiri e lupi mannari, questo Dylan Dog si muove con la delicatezza di un carro armato, anziché con l’astuzia che dovrebbe contraddistinguerlo. Vi domanderete: ma allora cosa è rimasto, del vecchio Dylan? Veramente poco. Un clarinetto, un galeone mai finito, vecchie foto in un fotogramma-lampo e la violazione dell’etica professionale. Sì, avete capito, anche qui Dylan non riesce a stare lontano dalle sue clienti

Il film è godibile, se non siete appassionati del fumetto, ma è un horror nel più classico stile americano, senza infamia e senza lode. In poche parole, non è Dylan Dog.

(Daniele Picciuti)


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