Sull’abisso del nulla dell’ente: lo scandalo della parola poetica (Georg Trakl)

«Credo che anche colui che si trova vicino venga a contatto con queste immagini prospettiche pur sempre come se fosse un escluso, col volto schiacciato contro i vetri: perché ciò che da T […] viene vissuto procede come in immagini riflesse in uno specchio, del quale riempie interamente lo spazio cui non è possibile accedere, come appunto nello spazio dello specchio. (Chi mai può essere T […] ?)»(1), scriveva Rilke.

Da esclusi proviamo allora a metterci in viaggio, in cammino verso il linguaggio, alla ricerca della parola che fonda, della parola poetica fondante, sapendo di correre il rischio più scandaloso di tutti, il rischio di trovare il nulla a suo fondamento.

Oh, voi silenziosi specchi della verità.
Sulle tempie eburnee del solitario
appare il riflesso di angeli caduti (2).

Lo specchio: luogo ambiguo del dis-velamento, luogo del darsi dell’apparenza e allo stesso tempo dell’esistenza del soggetto.
Ma gli specchi del poema sono specchi silenziosi, perché la verità, l’a-lètheia, il non-esser-nascosto, reca con sé la possibilità della manifestazione nel non-detto, che avviene proprio in un luogo velato oltre la superficie, in cui la presenza si affaccia.
I silenziosi specchi rimandano alle tempie del solitario, e di nuovo nel poema rincorriamo un riflesso, un doppio, a chiederci quale sia ora il luogo reale dell’apparire, o dell’epifania, o ancora dello s-velamento della realtà.

A notte mi trovai in una landa,
irrigidito d’immondizie e polvere di stelle.
Nel cespuglio di nocciòlo
risuonavano ancora angeli cristallini (3).

Il linguaggio si fa senso, si stacca dalla stringente corrispondenza tra segno e concetto, la parola fondante diventa di volta in volta un riflesso, un’apertura, dove gli angeli caduti svelano angeli cristallini, emersi da una tempia o da un cespuglio di nocciòlo.
Ma l’essere è così: possiamo definire ciò che sta base dell’esistente? No, non possiamo. Tutto quel che possiamo fare è tracciare un profilo, segnare dei contorni in base a rivelazioni parziali, velate, che sempre rinviano ad un altro sé.
Cosa accade, però, quando la poesia assume radicalmente la storicità dell’esistenza, aprendosi alla dimensione esistenziale in cui impera la crisi epocale dell’essere? Cosa accade quando l’essere non può essere definitivamente nominato dal dire poetico?

L’orologio che prima del sole le cinque batte –
uomini solitari che un oscuro orrore afferra.
Nel giardino serale sussurrano spogli gli alberi;
il volto del morto si muove alla finestra (4).

Accade il predominare delle figure della de-composizione che accompagna il tramonto dell’anima, accade che il poeta assume fino in fondo la sua parola poetica per pervenire all’abisso del nulla dell’ente, in cui alla finestra (ennesimo riflesso di un affacciarsi sul mondo per ritrovare le apparizioni) solo il volto del morto si muove.
È l’abisso mostruoso della differenza tra l’essere e le cose, fra l’essere e l’ente. L’apertura al nulla della differenza, dove la parola chiama l’essere al suo disvelamento e dona la cosa, corrispondendo ad un appello del mondo.
Ma se il mondo, se l’Occidente non fosse più in grado di corrispondere a questo appello? Se non fosse più in grado di abitare nel linguaggio e si fosse perso nell’oblio dell’essere?

Oh, ombre piene di tristezza lungo i muri.

Le altre fuggono lungo le arcate al crepuscolo;
e di notte precipitano da rossi brividi
del vento stellare, come infuriate menadi (5).

«L’intrinseca impossibilità della poesia di nominare la terra della salvezza implicherebbe allora, per l’uomo contemporaneo, anche l’impossibilità di superare la crisi di significati e valori rimanendo al suo interno, sicché egli dovrebbe assumersi la responsabilità di percorrere l’avventura del negativo sino in fondo, senza opporvi ancora una volta aprioristiche e positive certezze» (6).

Ed ecco l’accadere dell’oblio, quando l’anima è straniera sulla terra.
Straniera in un tendere perpetuo verso la meta, straniera come essere viandante in cui l’essere in cammino è la realizzazione di un destino, quello per cui il luogo da raggiungere è un luogo in cui sostare, in cui abitare poeticamente.

E allora, chi è T., chi è il poeta che, in una lettera a Johannes Klein, scrisse: «io anticipo le catastrofi mondiali, non prendo partito, non sono un rivoluzionario. Sono il partito, nella mia epoca non ho altra scelta se non il dolore»?

Ottobre 1914, Galizia, prima guerra mondiale.
Sul campo di battaglia di Grodek, teatro di una carneficina, dovette assistere da solo e senza medicine novanta feriti.
È la lacerazione di un’epoca, la crisi d’essere di un intero continente.

Sonno e morte, le cupe aquile
sussurrano la notte attorno al mio capo:
che dell’uomo l’aurea immagine
sommerga la
gelida onda dell’eternità? (7)

Il dis-velamento della verità passa per la parola poetica, a volte, in luminosi squarci prima di raggiungere la Casa dell’Essere.

(1) Si veda Erinnerung an Georg Trakl. Zeugnisse und Briefe, a cura di H. Szklenar, Salisburgo, Müller, 1966 [1926], p. 9.
(2) G. Trakl, Canzone notturna, in Le Poesie, Garzanti, Milano, 2004, p.127
(3) Id., De profundis, in Le poesie, cit., p. 99.
(4) Id., Tristezza umana, in Le poesie, cit., p. 87.
(5) Id., Crepuscolo, in Le poesie, cit., p. 95.
(6) M. Caput, Introduzione, in Le poesie, cit., p. XV.
(7) Trakl, Lamento, in Le poesie, cit., p. 321.

(Maria Carla Trapani)


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