Black Poetry presenta: Sylvia Plath

Per il consueto appuntamento con la nostra “Domenica Vintage”, vi presentiamo un vecchio articolo della rubrica Black Poetry, curata da Cristiana Morroni.

Se avessi avuto il timore di scadere nel retorico, nel deja-vu, tentando questo sguardo diverso sul mondo poetico, troppo spesso ridotto a una carrellata di arie bucoliche e cuori infranti, non avrei mai pensato di proporre una rubrica su questo blog che, apparentemente, niente ha a che vedere con la poesia.
Quello che vorrei sperimentare, invece, è un percorso attraverso i paesaggi oscuri, i cul-de-sac umidi e pericolosi; spazi dove la coscienza abbraccia il buio. Il nero della vita.
Qui non troverete eroi, né violenti assassini, tanto meno poeti maledetti, ma si discuterà di vite tormentate da un immaginario che si appoggia all’esperienziale attraverso parole crude, difficili. Quelle del dolore, della paura, della morte. Una morte lenta, perché coinvolge tutto il sentire diventando un riscatto definitivo e un inappellabile affrancarsi dalla vita.
Ho già in mente i nomi di una decina di poeti, qualcuno più noto, altri incomprensibilmente ignorati. Spero siate pronti, fatelo in apnea, si parte!
Inizio da lei. “È dunque questo il mio amante? Questa morte, questa morte?” (Lady Lazarus)

Sylvia Plath

La fine.
Sylvia, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1963, prepara del pane imburrato e due bicchieri di latte per i suoi figli; lascia il vassoio vicino ai loro lettini mentre ancora dormono, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo e alcuni asciugamani, poi scende in cucina, sigilla anche qui porte e finestre, si sdraia con la testa nel forno e apre il gas. Sylvia ha 31 anni.

L’inizio.
Nell’esperienza poetica di Sylvia Plath, nei suoi primi tentativi, esiste e vive una ragazza innamorata dell’amore, della vita; da subito, però, si intuisce l’esistenza di un mondo altro chiuso dentro quell’involucro delizioso. È come se in lei ci fosse una musa maligna, bianca, primitiva, una strega crudele; la visione netta e chiara della morte.
Un male ossessivo, questo suo, all’inizio latente e poi conclamato, che la scaraventerà in una crisi esistenziale violentissima, fino a condurla ad aborrire la perfezione stilistica, cercata in modo disumano e con ossessiva metodicità, fin dai suoi primi tentativi poetici. Come in Metaphors, enigma del nove.
Nove sillabe in ogni verso per nove versi.

Metaphors

I’m a riddle in nine syllables, Sono enigma tutto di nove

An elephant, a ponderous house, elefante, casa massiccia,
A melon strollin on two tendrils. popone a spasso su due cirri
O red fruit, ivory, fine timbers! Fragola, avorio, belle travi!
This loaf’s big with its yeasty rising. Son pane che fermenta e cresce,
Money’s new-minted in this fat purse. Borsa gonfia di soldi nuovi.
I’m a means, a stage, a cow in calf. Son mezzo, tappa, vacca pregna,
I’ve eaten a bag of green apples, Pancia piena di mele acerbe,
Boaded the train there’s no getting off. Sul treno da cui non si scende.

(Trad. di Anna Ravano – I Meridiani)

“Son mezzo, tappa, vacca pregna/pancia piena di mele acerbe/sul treno da cui non si scende.”

Il demone.
Questa prima fase lascia presto spazio a una crisi profonda, da un lato la schizofrenia che incombe, dall’altro una irrequietezza di fondo che la lascia sempre scontenta; le sue poesie le sembrano finte, spente, e sentenzia: “Sono nate morte queste poesie. Sono aborti di poesie. Non vivono.” Confesserà: “I poeti che amo sono posseduti dai loro versi come dal ritmo stesso del loro respiro”.
Da qui in avanti, nel suo poetare, si affaccia prepotente una presenza sinistra; ogni verso diventa un messaggio di morte, voce del demonio che la perseguita, della quale si innamora ma che la costringe a vivere nel terrore: “Io ho paura” dice. E non solo della vita; ma persino delle sue stesse poesie. Il disturbo bipolare diviene vita e l’io omicida inizia la sua perversa sostituzione.
Ecco dunque il mondo sotterraneo e claustrofobico di Dark House.

Dark House (Poem for a Bithday)

Pebble smells, turnipy chambers. Odori di ciottoli, antri di rapa.
Small nostrils are breathing. Piccole narici respirano.
Little humble loves! Brevi inutili amori!
Footlings, boneless as noses, Fatti di nulla, senz’ossa come nasi,
It is warm and tolerable è caldo e gradevole
In the bowel of the root nel ventre della radice.
Here’s a cuddly mother. Ecco madre tenerezza.

(Trad. di Cristiana Morroni)

Un grembo stregato che partorisce da sé le proprie immagini. Il demone si manifesta. La morte, da quel momento, vive in lei, con lei, che se ne innamora perdutamente.

“ Un tempo ero ordinaria, ora sto diventando un’altra.” Scrive.

Maenad (Poem for a Birthday)

This month in fit for little, Questo mese serve a ben poco,
The dead ripen in the grapeleaves. I morti maturano tra i pampini.
A red tongue in among us. C’è una lingua rossa fra noi.
Mother, keep out of my barnyard, Madre, sta’ lontana dalla mia aia,
I am becoming another. sto diventando un’altra.

(Trad. di Anna Ravano – I Meridiani)

“Mi sento a casa – dice – qui fra le teste morte.” E parla dei fiori in Ottobre (Sylvia è nata in Ottobre). È il mese in cui si mettono via i frutti, e il capanno dove viene disposto il raccolto sa di muffa, somiglia a un “ventre di mummia”. L’interno (Sylvia è incinta di cinque mesi) il ventre, si muove in costante attività verminosa, in perturbanti metamorfosi che potrebbero mutarla in cagna, in cavalla.

L’elettroshock.
Nel 1953, dopo una forte depressione, viene sottoposta a un primo elettroshock. La madre, con un’amica l’accompagna in ospedale, si siedono nella sala d’aspetto. Sylvia viene portata in un’altra stanza, da sola. Un’infermiera le spalma sulle tempie una pomata unta e puzzolente e il medico le applica due piastrine di metallo ai lati della testa che fissa agganciandole a una correggia. La cinghia le lascia un segno profondo sulla fronte. Le infilano tra i denti una corda, senza somministrarle neppure un leggero anestetico per rilassare i muscoli; il corpo si contrae, si irrigidisce nell’ansia. Le sparano nel cervello potenti dosaggi di elettricità. Con lei non c’è nessuno.
Torna a casa, l’esperienza è stata traumatizzante, non parla per parecchie settimane, non dorme, un pomeriggio si rintana in cantina, nascosta dietro una catasta di legna, si imbottisce di barbiturici. Verrà ritrovata viva, tre giorni dopo, dal fratello. Ha vomitato, questo l’ha salvata.

Waking in winter

I can taste the tin of the sky-the real tin thing.
Winter dawn is the color of metal,
The trees stiffen into place like burnt nerves.
All night I have dreamed of destruction, annihilations-
An assembly-line of cut throats, and you and I
Inching off in the gray Chevrolet, drinking the green
Poison of stilled lawns, the little clapboard gravestones,
Noiseless, on rubber wheels, on the way to the sea resort.

How the balconies echoed! How the sun lit up
The skulls, the unbuckled bones facing the view!
Space! Space! The bed linen was giving out entirely.
Cot legs melted in terrible attitudes, and the nurses-
Each nurse patched her soul to a wound and disappeared.
The deathly guest had not been satisfied
With the rooms, or the smiles, or the beautiful rubber plants,
Or the sea, hushing their peeled sense like old Mother
Morphia.

Risveglio in inverno

Il cielo è di stagno, ne sento il sapore in bocca: stagno vero.
L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
Gli alberi, al loro posto, s’irrigidiscono come nervi bruciati.
Tutta la notte ho sognato di distruzioni, annientamenti-
Una catena di montaggio di gole tagliate, e tu e io
Che ci allontanavamo nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
Veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
Silenziosi, su ruote di gomma, sulla strada per la stazione balneare.

Come echi dai balconi! Come il sole illuminava
I teschi, le ossa disfatte di fronte al panorama!
Aria! Aria! Le lenzuola stremate.
Le gambe del lettino fuse in atteggiamenti terribili, e le infermiere-
Ogni infermiera a incerottare la sua anima a una ferita e poi andare via.
Gli ospiti della morte non erano soddisfatti
Delle camere, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
O del mare, che leniva il loro senso spellato come la vecchia Madre
Morfina.

(Trad. di Cristiana Morroni)

Stagno, metallo, nervi bruciati. Catena di montaggio di gole tagliate, il verde veleno dei prati. Il senso spellato, la Mamma Morfina.
Il danno è fatto.

(continua…)

(Cristiana Morroni)

 


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