Sylvia noir

Riproponiamo, per il nostro ciclo “domenica vintage”, un articolo della Rubrica Black Poetry, ancora una volta dedicato a Sylvia Plath.

“A me piacciono le affermazioni nere”.
Dopo aver vissuto la morte, Sylvia inizia una danza magica (e macabra) con l’universo oscuro del doppio, il suo doppio.
È l’ombra che la incatena, la chiude al mondo e, in essa, il poeta smarrisce il sé, perde sostanza, diviene a sua volta etereo, ineffabile, nel disordine creato dal continuo scambio dell’io che, lei, confonde con la morte.
Quasi fosse la morte il suo doppio.
Così s’allontana, incerta, inceppata in quel mondo piccolo e troppo chiaro, netto, che l’acceca e che sente estraneo. Così precipita, credendo d’innalzarsi, in un mondo poetico che risponderà solo della morte, dell’oscurità, delle ombre, di ciò che ai più è celato, nascosto… e che lei vorrebbe portare alla luce.
Fallisce, perché la poesia non si fa guidare e lei è troppo intelligente per pensare di averne chiarito i misteri. Dunque, si rifugia nell’ossessione della perfezione, cercando l’ultima chiave possibile; infine, abbandonato ogni compromesso, diviene scura, cattiva, malvagia e pronta ad affrontare il poeta nascosto fra i rami dell’Olmo.

Elm


Nightly it flaps out
I am inhabited by a cry.
Looking, with its hooks, for something to love.

I am terrified by this dark thing
That sleeps in me;
All day I feel its soft, feathery turnings, its malignity.

Its snaky acids hiss.
It petrifies the will. These are the isolate, slow faults
That kill, that kill, that kill.

Olmo

Esce di notte svolazzando
Quel grido dentro me
A cercare, con gli artigli,qualcosa da amare

Sono terrorizzata da questa cosa oscura
Che dorme dentro me;
Tutto il giorno avverto la sua morbida, pennuta malignità.

Il suo sibilare acido strisciante
Pietrifica la volontà. Sono le colpe staccate e pigre
Che uccidono, che uccidono, che uccidono.

(Trad. Cristiana Morroni)

Colpe d’amore, ombre, acido e forme oscure. Sylvia soffre la realtà, ogni vincolo la soffoca, la strazia, suo padre è imperdonabile, l’ha fatta ammalare, poi è morto. Nella disperazione dell’irrisolto, con terrore gli permette una resurrezione per ucciderlo ancora, questa volta di sua stessa mano, con un palo ficcato nel cuore.

Daddy

The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.

There’s stake in your fat black heart
And the villagers never liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you,
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.

Papà

Quel vampiro disse di essere te,
E bevve il mio sangue, per un anno intero
Per sette, se proprio vuoi saperlo
Papà, non puoi più tornare indietro.

C’è un palo nel tuo grasso cuore nero
Non ti hanno amato mai gli abitanti del Villaggio.
Danzano, ora, calpestandoti con i loro piedi
Hanno sempre saputo che eri tu
Papà, papà, bastardo, ho finito.

(Trad. Cristiana Morroni)

Prodromo dell’amore tragico che con Ted Hughes è arrivato. Dell’amore assoluto e potente che farà di lei una poetessa immensa rendendo immortale la sua voce.
Ted è andato via, la poesia è arrivata.
Sylvia ora è della poesia. È la poesia.

ARIEL

Stasis in darkness
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.

God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of the heels and kness!
___ The furrow

Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,

Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks___

Black sweet blood mouthfuls,
Shadows,
Something else

Hauls me through air____
Thighs, hair;
Flakes from my heels.

White
Godiva, I unpeel_____
Dead hands, dead stringencies.

And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry.

Melts in the wall
And I
Am the arrows.

The dew that flies
Suicidal, at one with the drive
Into the red

Eye, the cauldron of morning.

ARIEL

La stasi nelle tenebre
Poi il blu senza sostanza
In caduta rocce e distanze

Leonessa di Dio
Così come sei cresciuta
Perno di talloni e ginocchia
____Il solco

Divide e trapassa, sorella
L’arco bruno
E il collo che non posso afferrare

Occhio di negro
Bacche gettano al buio
Uncini_____

Nero bocconi, sangue dolce
Ombre
qualcos’altro

Mi trascina nell’aria
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei talloni

Bianca
Godiva, io senza veli
Mani morte, morte limitazioni.

E ora, io
Schiuma di grano, luccichio di mari
Il pianto di un bambino

Si scioglie nel muro
E ora, io
Sono le frecce

La rugiada che vola
Suicida, tutt’uno con la punta
Nell’occhio

Rosso, il calderone del mattino

(Trad. Cristiana Morroni)

(Cristiana Morroni)


This entry was posted in Black Poetry and tagged . Bookmark the permalink.

Comments are closed.