Cemetery Girl, di David Bell

Cemetery Girl, di David Bell  
New American Library 2011

Sono arrivato alla fine di questo romanzo solo perché avevo letto così tante recensioni positive che non riuscivo a comprendere come potesse non piacermi. Ora posso dirlo con cognizione di causa: non mi è piaciuto.

L’idea di base è anche interessante: una ragazzina di dodici anni scompare per quattro anni. Riappare che ne ha sedici, proprio nel cimitero dove i genitori ormai stremati hanno appena celebrato la sua morte presunta. Il modo di comportarsi della ragazza è però strano e non vuole parlare di cosa sia accaduto nel corso dei quattro anni appena passati.

Il punto di vista della narrazione è quello del padre della ragazza. Primo passo falso. Perché il romanzo è purtroppo noioso, almeno nella prima metà. Forse la possibilità di cambiare punto di vista avrebbe reso più dinamica la storia. In questo modo abbiamo solo un padre che si compiange per la perdita della figlia e poco altro. Si fa qualche cenno al suo lavoro (professore al college) e al fatto che scriva, ma in modo molte generico e non coinvolgente. Per il resto abbiamo discussioni infinite tra lui e la moglie e tra lui e il suo fratellastro.

Stop.

Capisco il tentativo di creare l’atmosfera, ma qualcosa deve pur succedere in un romanzo, altrimenti subentra la noia. Torna la figlia e qui le cose migliorano sebbene tutto appaia poco verosimile. Ho sentito parlare della sindrome di Stoccolma, ma dubito che una ragazzina di sedici anni possa affezionarsi a un ciccione di cinquanta che la tiene segregata in cantina fino al punto di voler tornare da lui invece che restare coi genitori e vivere un’esistenza più o meno normale. Come dicevo, la verosimiglianza non è di casa.

Passiamo alla narrazione. Il problema è che per buona parte del romanzo si ha l’impressione che l’autore non sappia cosa far succedere. Le pagine si trascinano faticosamente una dietro l’altra, fino a quando un qualche personaggio decide di aggiungere qualcosa alla storia. Perché il punto è questo: allungare il più possibile il brodo fino alla rivelazione finale. Tutto fila in modo così lineare da essere imbarazzante, nessun colpo di scena, niente di niente. I personaggi risultano piatti e poco credibili.

Devo riconoscere anche dei pregi a questo lavoro. Lo stile è gradevole e alcuni degli innumerevoli dialoghi sono di ottimo livello e avrebbero funzionato in una storia strutturata meglio. Il problema è che quando si vede il burattinaio tirare i fili, la magia si perde e il romanzo diventa solo un insieme di parole senza costrutto.

Un revolver. Puntato contro chi ha parlato esageratamente bene di questo libro.

(Mauro Saracino)


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