Belve, di Alda Teodorani

“La città fa schifo e a noi piace per questo” [1].

 «Il futuro è un posto pericoloso da frequentare,
 fittamente minato e con la tendenza ad azzannarti
 i polpacci a tradimento mentre ti ci inoltri»
(James Graham Ballard)

 In questa frase a mio avviso è riposta l’idea di futuro di Alda. Cosa si può trovare in Belve.

Innanzi tutto, delle ambientazioni fantastiche di stanche metropoli consumate. Basta scorrere le pagine del libro per trovarsi di fronte a immagini vivide di un romanticismo futuro o, per utilizzare le insostituibili parole di Alda, “la Cinecittà serale con le luci soffuse e pub lerci e soffocanti pieni di fumo, dalle fauci caliginose, odore ferroso e tabacco o la Kaleidemar, una crosta corrosa da immensi crateri che vomitano fumo, aria irrespirabile, pochi quelli che rimanevano, un vecchio postatomico del 1970 e dintorni”.

I personaggi che si possono trovare in queste Cronache del dopobomba teodoraniche sono assolutamente surreali, meravigliosamente descritti nel dettaglio. Come “Giò il  transessuale, ringhio, bocca sdentata senza labbra, guancia butterata, vagine artificiali su tutto il corpo collegate a terminazioni nervose, la sua nuova pelle gli si avvizzisce addosso come una foglia secca. Giò si è schiantato con la sua auto e dopo l’incidente sente nell’aria odore di morte, il suo sesso e la sua vita sono diventati tutto un ammasso di ceneri”. Elle, la compagna, un lavoro normale, un amore puro e anomalo; Simpson, un politico corrotto con i Tic; un attore scadente, Schwarz; Lisa la vigilantes e altri personaggi come Toby e Bruce; tutti contribuiscono ad animare l’universo teodoranico con le loro caratteristiche, il loro modo di vivere e il loro particolare modo di morire. Attraverso questi personaggi Alda ritrae un mondo futuro consumato, dalla psiche corrotta e deviata, a causa dell’oppressione esercitata dalla dittatura dei potenti di Cinecittà.

Un affresco malato quello di Alda e un libro di grandi verità, di citazioni su incredibili pagine del cinema da L’abominevole Dottor Phibes  a Operazione paura per chi, come me, ama un certo tipo di cinematografia.

E scopriamo che in Belve come in Operazione Paura si ripresenta lo sperimentalismo cromatico delle scenografie bruno-giallastre di Bava. Alda infatti sperimenta con i cromatismi, con il verde:

 — e luci potenziate e il cielo sarebbe diventato verde
— il bagliore verde nella pineta sintetica
— il verde negli occhi di Peter
— il tatuaggio verde della contea sulla clavicola

Al di là di tutto questo, è evidente una ricerca di sperimentazione del codice narrativo attraverso un impiego particolare della lingua che le consente di scardinare il linguaggio tradizionale letterario, retorico e vuoto che ancora si può incontrare in molti testi attuali. Troviamo inoltre una sperimentazione nella struttura, nella realizzazione barocca di architetture sceniche che sono molto vicine al fumetto. Sembra quasi che la narrazione abbia il carattere di un mondo circoscritto all’interno di riquadri, immagini disegnate con la china, impresse nella carta di una memoria di un futuro già scritto.

Belve non è un libro per tutti ma solo per quelli che, come me, hanno subito almeno una volta il fascino decadente della metropoli, che si sono persi almeno una volta nelle tavole di Andrea Pazienza, che amano andare alla deriva nel cemento buio della città mentre ascoltano i Weather Report di Mr Gone.

Una parola per definire Belve è sicuramente “futuro”. Ma un’altra parola è “metafora”. Metafora sociale alla maniera dei libri di Orwell, o alla maniera dei libri di Gibson: Night City si presenta come un esperimento dissennato di darwinismo sociale”.

C’è davvero un dissennato darwinismo sociale a Cinecittà, dove la parola d’ordine è la sopravvivenza, contro le Belve delle dittature dei governi corrotti. Ripetiamo insieme fino alla noia:

«Il governo ci nutre e ci protegge. Il governo ci guida e sa cosa è meglio per noi. Non bisogna ribellarsi. Chi si ribella viene eliminato. Chi trasgredisce viene eliminato. L’eliminazione è la maniera più pulita di sistemare tutto. Il governo ci nutre e ci protegge…»

Il testo propone uno scenario dove i personaggi sono spinti ai margini di un mondo freddo e distaccato, nel quale gli interessi dei politici non sono quelli delle persone. E, per dirla in teodoranese, provo a ricomporre una sintesi con le stesse parole di Alda:

la corruzione ristagna, si infiltrerà sotto le macerie e raggiungerà gli strati più profondi del sottosuolo. Non potrà mai essere eliminata completamente, perché è una forza fisica invisibile, come l’elettricità.

L’attuale capo di Stato di Cinecittà è un certo Simpson, un politico con i tic nervosi è inadeguato all’incarico. È un attore scadente. C’è bisogno di un grande attore come capo di Stato. Per questo, viene deciso che Simpson prenderà una malattia virale passando dalla tomba all’inceneritore. Al suo posto verrà preso à un bravissimo attore, Isle.

Già, perché Simpson, e quindi Isle, come altri prima di loro, sono solo marionette. Chi comanda veramente a Cinecittà, insieme a pochi altri, sono altri.

 … ci vogliono dei prestanome che mettano a disposizione la loro faccia, che rassicurino il pubblico…

perché gli uomini tendevano sempre verso l’anarchia che loro stessi e le loro grandi menti politiche e filosofiche avevano, un tempo, definito utopia. L’anarchia, qualcosa di inverosimile, sostenuta solo dagli scrittori e da pochi altri artisti… eppure la gente ci aveva creduto.

Per fortuna che, nel tempo, i libri e chi li scriveva erano stati eliminati. In un mondo dominato dal caos, chi voleva leggere più?

 È un meccanismo commerciale talmente fragile, quello dell’editoria di una volta, che si è seppellito da solo ancor prima della catastrofe.

Sono rimasti Internet e le vecchie copie di libri, gli scrittori sono passati al cinema. Poi, a causa della catastrofe, sono stati scalzati i cavi telefonici che collegavano il mondo intero e consentivano alla rete di esistere. Allora il Web si è bruscamente spento e la gente ha smesso di leggere.

 «Siamo in troppi, troppi  e agli studi non ce la fanno più a mantenere tutta questa gente. L’eliminazione è il minore dei mali, è la maniera più pulita di sistemare tutto».

 Massima libertà per gli abitanti di Cinecittà. Licenza di difendersi dagli stranieri e dai vagabondi. Chi non possiede un reddito deve darsi da fare per ottenerlo, o dovrà essere eliminato.

 E a proposito della gente. In quella zona zona di palazzacci fatiscenti, coi senzatetto che dormono sotto i cartoni nei vicoli o le bande di giovinastri che scorrazzano su vecchie moto puzzolenti a benzina convivono poveracci, ubriaconi, anziani eccentrici che spesso improvvisavano comizi per strada protestando contro il Governo, come avevano sempre fatto fin da ragazzini per tutti i governi che si erano susseguiti.

«Questo marciume va eliminato alla svelta – riflette “Killer” Denver controllando l’elenco» Giura che farà il lavoro nel giro di due settimane.

Così facendo, sarà instaurato un clima di sicurezza sociale che consentirà ai vampiri, provenienti da un pianeta che si sta estinguendo, di avere la meglio.

Scenario fantasioso e terribilmente realistico quello descritto da Alda. Forse è vero ciò che scriveva George Sterling nel giugno del 1994 dalle colonne della rivista Isaac Asimov S.F.M:

«È un fatto oggettivo che riguarda la cultura del tardo XX secolo. Il Cyberpunk non ha inventato nessuno scenario; lo ha solo riflesso».

Vi confesso che mi sono fatto un’idea in proposito e ho il sospetto che questo libro nuoccia gravemente alla salute dell’attuale equilibrio politico-sociale. E allora mi chiedo, siamo sicuri che sia solo un horror fantascientifico?

Belve.

Codice ISBN: 9788895246253
Alda  Teodorani
Collana: Cut-Up/Strade perdute
Numero pp.: 150
Data pubblicazione: 01/10/2011

Questa nuova edizione di Belve, l’opera che in tutta la mia produzione è forse quella che amo di più, segna una novità. È infatti la prima volta che lavoro in maniera così massiccia alla riscrittura di un libro (…)

i motivi sono tanti ma si possono probabilmente riassumere in uno solo, e cioè il fatto che Belve contiene davvero tanto di me, della mia vita, del mio pensiero e della mia scrittura,dei miei gusti letterari, dei romanzi che ho letto anche molto tempo fa (…)

(dalla prefazione di Alda Teodorani)

Tutto iniziò quel pomeriggio. Mi ero affannato combattendo contro la tirannia dei miei lunghissimi orari lavorativi per riuscire a raggiungere il mito, Alda e il suo gruppo. Suonavano in una libreria del centro. Correvo, volevo arrivare presto per poter ascoltare i 15 Desideri da quella voce graffiante e calda che tante volte mi aveva tenuto compagnia nell’iPod, durante le mie serate a passeggio di notte nella periferia della città deserta.

Arrivato alla libreria, salutai il proprietario, lasciando qualche copia della nostra rivista (Knife, n.d.r.) e scesi le scale che portavano alla saletta stringendo un libro, Belve. Ero riuscito a trovarlo giusto qualche giorno prima grazie a un’indicazione di Alda.

Lei era lì con il suo gruppo. Ma i 15 desideri erano quasi finiti. Mesto e senza Desideri, mi presentai timidamente. Le dissi che ero Luigi, che ci eravamo conosciuti su web, mi riconobbe e mi sorrise e mi diede la mano. Quella donna sprigionava un candore surreale, mi resi conto che ero molto emozionato. La sua semplicità disarmante, la sua accoglienza, la sua maglietta dei Ramones, mi resero ancora più imbarazzato. Avevo molto da dirle ma non riuscivo a parlarle. Lei così accogliente e tranquilla, io così goffo e impacciato. Insomma, alla fine, le chiesi una dedica sul libro che tenevo in mano. Oggi, a distanza di tempo, rileggo con piacere quella dedica, due righe d’inchiostro, nel silenzio del mio studio:

«Per te, Luigi».


[1] Editoriale della rivista Pastiche di Paolo Battista e Pierluca D’Antuono – Gennaio 2012 n°3

(Luigi Bonaro)

 


This entry was posted in Radiografie in Nero and tagged , , . Bookmark the permalink.