Armageddon Rag, la dinamo stellare nel meccanismo della notte

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade negre all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters testadangelo bramare l’antico spaccio paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte…”

Howl – Allen Ginsberg

Non avevamo ancora ben chiaro ciò a cui il futuro ci avrebbe destinato, passavamo il tempo ascoltando i Creedence di Proud Mary, David Crosby con i Birds, con Still e Nash, Grateful Dead, il vecchio Syd Barrett, i Traffic di Freedom raider, Clapton con i Cream, i Doors, i Jefferson (Airplane), gli assoli di Alvin Lee dei Ten Years After, ma ascoltavamo anche roba nuova, Audioslave, Temple of the Dog, Eddie Vedder di No Code. I Soundgarden si erano tagliati i capelli in segno di protesta, Curt Cobain era ancora vivo, i Porcupine e gli Ozric suonavano a cinquemila lire nei centri sociali, i Pink Floyd ci avevano appena lasciato salutandoci a Cinecittà con un concerto del 1997 – c’ero dalle sei di mattina – “The Night of

George R.R. Martin

Wonder”, così chiamarono quel concerto da uno stralcio di testo di High Hopes, (Registrazione live che oggi si può ascoltare in Pulse); per tutti, ma soprattutto per me, lo sciamano, il dio elettrico che suonava con i denti la sua Foxey Lady… Gente che era schiattata, grandi tossici sopravvissuti, i Velvet, Lou Reed, i Rolling Stones, un’eredità dura da raccogliere, la musica e la letteratura appena scritta o in corso di stampa, Dylan, Chet Baker, Kerouac, Fante, Ginsberg, Bukowski con il suo Pulp, tutto ciò che sarebbe andato a costituire la nostra cultura di oggi. Ma la nostra generazione non era hippie, gli hippie erano grandi ma soprattutto erano morti o si erano trasformati in qualcos’altro, si leggevano ormai nei libri, facevano letteratura, erano finiti nei salotti degli intellettuali. Non eravamo hipster, quelli come Beck Hansen a quel tempo provavano a fare hip-hop, suonavano con roba costosa, il vox ’65 a valvole e la Danelectro con il battiplettro a forma di foca alla Jimmy Page.

Sandy Blair, il personaggio di Martin, il giornalista musicale di Armageddon Rag, rievoca in qualche modo tutto questo mondo, queste sensazioni, ciò che è diventato in seguito la nostra cultura. Il thriller ruota tutto intorno al mistero di una band, un gruppo che avrebbe suonato a Woodstock. Sono i Nazgùl, un gruppo inventato da Martin, riprendendo il nome dai cattivi de Il Signore degli Anelli, omicidi che rievocano rituali hippie, l’Helter Skelter di Manson, colpi di scena e affreschi e ritratti nostalgici di pura poesia rock. Martin da sapiente scrittore riesce a coniugare elementi fantasy o a inventarne dei nuovi, come il gruppo musicale degli Steel Angels, e a inserirli in un contesto storico ben preciso rendendo la sua narrazione assolutamente coerente e verosimile. Che si voglia negare o no, c’è molta della nostra cultura recente in Armageddon Rag, esperienze del vissuto, percepite prima che scritte, prima che il divenire storico le cristallizzi in storia. Il thriller che Martin tira 

fuori in questo libro sembra quasi un pretesto per raccontare le emozioni che erano quegli anni, House Burning Down su un’autostrada a pedaggio nel New Jersey, Green Rever dei CCR, il White Album dei Beatles. Armageddon Rag parla di un mondo mitico, per certi versi molto pericoloso, fatto di speranze e di aspettative di vita, di valori e di morte, soprattutto di morte. Non è sicuramente un thriller canonico sebbene vi siano all’interno tutti gli elementi del genere. Jamie Lynch è morto, gli hanno strappato il cuore – un rituale hippie – ed era l’impresario dei Nazgùl, sciolti dopo che Patrick Henry “Hobbit” Hobbins è stato ucciso con un colpo di fucile durante il concerto di West Mesa. Dalle pareti della casa di Lynch è stato asportato il poster di quel concerto. Da qui, si origina l’indagine di Sandy Blair, alla scoperta di vecchi amori e vecchie conoscenze, che lo porterà a scrutare nei meandri del suo passato, di quanto è rimasto di quel mondo, nell’oscurità della follia, mostrandone gli aspetti negativi, un viaggio attraverso l’America, alla ricerca del passato, alla ricerca di una verità malvagia che fa da forte contrasto rispetto alla musica, alla ricerca della purezza e ai ricordi di libertà. Ne emerge un quadro, forse più realistico e disincantato, della realtà sociale di quel periodo poiché, se da una parte viene ritratto un mondo onirico fatto di musica, di ideali, di musicisti mitizzati, dall’altro il libro riporta alle frasi di Ginsberg sulla follia dell’uomo, sull’alienazione e l’autodistruzione. Penso a Howl di Ginsberg ma anche a Burroghs e alla pazzia di Junkie, a Lawrence Ferlinghetti che recita i suoi canti nel Last Waltz di Scorzese.

Insomma, Martin, in questo libro del 1983, abbandona la mitologia del fantasy per ricalcare la mitologia di Woodstock e così facendo si addentra nel mistero realizzando questo thriller atipico… Chi erano alla fine i Nazgùl? E cosa nasconde il loro brano, Armageddon Rag? A noi e voi l’onere di unirvi a Sandy Blair per scoprirlo oltre al piacere della lettura di un godibilissimo romanzo.

(Luigi  Bonaro)

 


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