I condannati, di Roberto Ricciardi

Sicilia. Agosto. Calura, sudore, vissuto.
Facce scolpite, orgoglio antico, sapore di cannoli alla ricotta. Rispetto, terrore, dignità dissepolta. Poche case raggruppate, dominate da leggi non scritte ma imposte e assolute. Dove il silenzio diventa assordante. Dove gli eventi non accadono, ma sembrano, appaiono, potrebbero, corre voce che. Dove il dubbio diventa certezza di ancestrali, definitive angosce.
A Villasicura, provincia di Palermo, il giovane comandante della locale stazione dei Carabinieri, Renato Roversi, si imbatte nel delicato caso di due fratelli pastori improvvisamente scomparsi, lasciando a casa vestiti, effetti personali, tutto. Semplice fuga volontaria, o più verosimilmente preludio a eventi del colore del sangue e dal rumore di colpi secchi di lupara? Meglio aprire i finestrini dell’auto di servizio, per far svanire l’idea di una guerra locale incipiente. Di cui gli indizi iniziano a moltiplicarsi. E, in mezzo, un viaggio a Roma per assistere – salvare invano – il matrimonio di una vecchia e mai sopita fiamma, collaboratori molto lontani dagli stereotipi da fiction, golosi, arguti, accaldati, filosofiche “considerazioni del piffero”. E, in sottofondo, ansie di donne. Non amate, impaurite, in strenua, silenziosa difesa della domus. Che si trovano dalla parte giusta o, spesso e loro malgrado, dalla parte sbagliata della barricata.
Roberto Ricciardi, autore di questo romanzo, è un ufficiale dei Carabinieri. E si vede. Conosce benissimo, dall’interno, la realtà dell’Arma. Tratta con paterno affetto i militari, dipingendoli con sapienza, realismo, ironia. Intrisi di umanità. Li descrive dal di dentro, non solo della caserma, ma della divisa. Sembra di vederli dalla visiera dei loro cappelli. E ne produce un ritratto a tinte impressioniste, delicato, stilisticamente leggero e impeccabile, animando i personaggi di carta e donandogli vita. Con le loro nobiltà ma coi loro errori, e debolezze. Mai banali. Arrivando in qualche passo quasi a esagerare in benevolenza, descrivendo il capitano come ignaro ma invincibile universale frantumatore di cuori femminili. Riuscendo anche a farci sorridere, talvolta, seppure con una punta di amaro, in una realtà tanto drammatica come la Sicilia mafiosa. E si mette anche dall’altra parte, di quella della gente spinta solo dal desiderio di guadagnare sempre più denaro, sempre più potere, eterni scalatori che alla fine si ritrovano inevitabilmente a precipitare.
Lieve, gradevole, quasi televisivo, leggibile anche durante un pendolarico trasferimento in treno, in viaggio, in vacanza. Ma assolutamente dopo aver gustato a profusione veri cannoli siciliani. Ripromettendosi di bissare a lettura conclusa.

(Giovanni Cattaneo)


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