Scream: quando cinema e realtà si influenzano a vicenda
“Qualcuno sta esagerando con la sua passione per i film dell’orrore”.
(Scream, 1996)
Il 25 febbraio scorso è uscito nelle sale italiane il settimo capitolo della fortunata e longeva saga cinematografica di Scream, ideata dal regista Wes Craven.
Per evitare spoiler, non parlerò di quanti assassini diversi si nascondono stavolta dietro la maschera di Ghostface, che richiama il celebre quadro L’Urlo di Munch, ma del serial killer realmente esistito che ha ispirato Craven per creare il personaggio: l’americano Danny Rolling, noto come lo “Squartatore di Gainesville”.
Di Scream e di Rolling ho discusso anche sul canale youtube Tramaland, dove si parla di storie, che siano reali o che appartengano alla finzione nelle sue varie forme (narrativa, cinema, tv, anime ecc).
Daniel Harold Rolling (26 maggio 1954 – Starke, 25 ottobre 2006) durante l’ultimo weekend di agosto 1990 uccise barbaramente cinque studenti che dormivano nel campus universitario di Gainesville: Sonja Larson (18 anni) e Christina Powell (17) nella notte tra il 23 e il 24 agosto; Christa Hoyt (19) il 25 mattina, verso le 11:00; infine, Tracy Ines Paules, (23 anni) e Manuel Taboada (23) nella notte tra il 26 e il 27. Quest’ultimo, l’unico maschio, fu eliminato subito perché “colpevole” di trovarsi nel momento e luogo sbagliati. Rolling, infatti, era interessato solo alle ragazze, e non le fece certo morire in modo rapido, tanto che forse non si rese neppure conto del momento preciso della loro morte, dal momento che accadde mentre le stuprava e torturava. Lasciò poi i loro corpi in pose che le denigravano e che avrebbero impressionato chi li avrebbe trovati.
Si accanì soprattutto con il cadavere della Hoyt. Quando gli agenti di polizia si recarono a casa sua perché non si era presentata al lavoro, pur sapendo cosa era stato fatto a Christina Powell e Sonja Larson, non erano preparati a quello che avrebbero visto: in bagno le pareti e il pavimento erano ricoperti di schizzi di sangue, mentre su uno scaffale della libreria della camera da letto, Rolling aveva sistemato la testa della padrona di casa in modo che sembrasse guardarli, ancora terrorizzata. Il resto del corpo, buttato su una sedia come un vestito sporco, era stato sventrato dallo sterno all’osso pubico, mentre i capezzoli erano stati abbandonati sul letto. Uno specchio era stato rotto e i suoi pezzi, sparsi per tutta la stanza, ripetevano la scena all’infinito, rendendo impossibile girare lo sguardo altrove e sfuggire a tanto orrore.
Se pensiamo che Il silenzio degli innocenti sarebbe uscito solo l’anno dopo, si può capire come né l’opinione pubblica, né i poliziotti, soprattutto in una cittadina tranquilla e sede di un campus universitario come Gainesville, fossero abituati a tanta efferatezza e a una scena del crimine così “cinematografica”. Durante il processo vennero rivelati i particolari peggiori e Craven ne rimase colpito. Rolling non usava una maschera iconica, tutt’al più un passamontagna nero, ma al regista serviva un escamotage per gestire una coppia di assassini che agissero come fossero un solo individuo – in modo che, mentre uno uccideva, l’altro poteva essere visto altrove, rendendo entrambi insospettabili – e così creò Ghostface.
Le influenze tra realtà e cinema in questo caso non si fermano qui: Rolling, infatti, al processo dichiarò che i suoi delitti gli erano stati
ordinati dalla sua “parte cattiva” che chiamava Gemini. Una parte cattiva che si manifestava come un essere malvagio e che, guarda caso, portava lo stesso nome di un demone che, nei giorni precedenti ai delitti, egli aveva visto ripetutamente nelle sale cinematografiche per sfuggire alla calura estiva nell’ultimo capitolo de L’Esorcista, uscito il 17 agosto del 1990.
Come ricordiamo tutti, un tormentato padre Karras era precipitato giù per le scale nel primo film (1973), rompendosi l’osso del collo. Nel terzo capitolo, molto meno noto, Kinderman, un poliziotto che era stato amico del sacerdote, deve occuparsi quindici anni dopo di alcuni omicidi piuttosto inquietanti. A compierli sembra che sia la stessa mano, un criminale che si ispira in modo impressionante a quelli di un altro serial killer, soprannominato Gemini, morto sulla sedia elettrica proprio mentre padre Karras perdeva la vita. Come se non bastasse, c’è pure un uomo rinchiuso in un ospedale psichiatrico che asserisce di essere posseduto da Gemini e che assomiglia a padre Karras. Per sua bocca, Gemini rivela a Kinderman di essere uno spirito malvagio che si diverte a far commettere crimini immondi a tutti coloro di cui, di volta in volta, controlla la mente e le azioni.

Nella realtà, Rolling affermò la stessa cosa: era stato Gemini a costringerlo a uccidere, tanto che il delitto di Christa Hoyt richiamava un episodio del film dove una vittima viene decapitata e fatta pezzi. Il suo avvocato al processo cercò di fargli avere l’infermità mentale e di farlo rientrare nella categoria dei serial killer visionari; anche gli psichiatri chiamati dall’accusa ammisero che soffriva di un forte disordine di personalità e che dimostrava la maturità di un quindicenne, ma era “perfettamente in grado di intendere e di volere” mentre massacrava le sue vittime, perciò la giuria il 20 aprile del 1994 lo condonnaò a morte per ben cinque volte, una per ogni delitto commesso.
Per toglierci ogni dubbio su Gemini e su quanto abbia davvero ispirato gli omicidi, Rolling a poche ore dalla sua esecuzione confessò il massacro della famiglia Grissom, avvenuto il 4 novembre 1989 a Shreveport, molto prima che uscisse il film che lo vede protagonista: William Grissom di 55 anni, sua figlia Julie di 24 e il nipote Sean di appena 8. Al massimo, dunque, si può affermare che Rolling abbia copiato dal film qualche idea per realizzare le sue fantasie.
Da notare che Gemini a sua volta si ispira a Zodiac, un serial killer che agì a fine anni Sessanta, uccidendo dalle sette vittime accertate alle trentasette di cui si vantò nelle lettere inviate alla stampa. La sua identità rimane sconosciuta, anche se vi sono molte ipotesi, compresa quella che lo identifica con lo stesso autore dei cosiddetti “delitti del mostro di Firenze”.
Ricapitolando, il serial killer protagonista di una serie di film (Ghostface) è stato ispirato da uno reale (Rolling) il quale in parte si è lasciato a sua volta condizionare da un demone cinematografico (Gemini) che ricalca le gesta malvagie di uno reale (Zodiac). Come se non bastasse, dal secondo capitolo compare all’interno del mondo di Scream una serie cinematografica, Stab, tratta dai libri della giornalista Gale Weathers (interpretata da Courtney Cox) che da sempre indaga su Ghostface.
Come se non bastasse, anche Scream ha ispirato alcuni delitti realmente avvenuti. Nel gennaio 1998 Mario Padilla (16 anni) e il cugino, Samuel Ramirez (14), accoltellarono la madre di Mario, Gina Castillo, per quarantacinque volte, uccidendola. Sebbene al processo fu vietato di citare il nome del film, i due cugini dissero di essere stati ispirati da Scream; il furto seguente all’omicidio di Gina sarebbe servito per procurarsi il denaro necessario a comprare due vestiti di Ghostface, un apparecchio per il camuffamento della voce (lo stesso usato dagli assassini nel film) e le armi necessarie per commettere una serie di omicidi.
Il 17 gennaio del 1999 Ashley Murray (13 anni) venne accoltellato più volte alla testa e alla schiena, prima di essere abbandonato perché dato per morto dai suoi “amici” Daniel Gill, (14) e Robert Fuller (15). Nelle loro camere furono trovati disegni e materiale riguardanti Scream, motivo per cui vennero soprannomatati “Scream attackers”, mentre a Padilla e Ramirez fu affibbiato il nome di “Scream killers”.
Nel 2001, in Belgio, Jaradin Thierry assassinò la quindicenne Alisson Cambier con trenta coltellate. Era mascherato da Ghostface.
(Biancamaria Massaro)
