IL RIFIUTO DEL RIFIUTO
L’Associazione Culturale Nero Cafè ha avviato con il Liceo Classico Pilo Albertelli di Roma un progetto di Formazione Scuola e Lavoro sull’Editoria e la Comunicazione. È con piacere che, in prossimità del 25 novembre, Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, pubblichiamo l’articolo di una giovane voce femminile, Fiammetta Casinghini.
La violenza sulle donne è una malattia di cui da sempre soffre l’Italia. È un problema generazionale, una questione perpetuata e mai risolta. È la mortificazione che ogni donna, appartenente a qualunque estrazione sociale, in ogni nazionalità e culto, di ogni età, rischia di patire, nonostante parlare di “rischio” sia ormai illusorio e utopico. Il maschilismo sembra un morbo radicato nelle viscere del nostro stato e in tutte le sue componenti. Ognuno di noi, senza accorgersene, è, purtroppo, portato a una tipologia di pensiero non per scelta, ma per abitudine culturale.
Ai nostri giorni – stato verificabile ed evidente ogni anno – un minimo risultato viene visto come la risoluzione del problema e come una tregua per tutte le lotte verificatesi nel corso della storia. combattute da donne convinte di poter cambiare davvero i meccanismi feroci e oppressivi da sempre imposti da un sistema arcaico e patriarcale. Non può consolare l’episodio singolo di una donna che non viene uccisa, perché a morire ce ne sono state altre trecento. Non ci si può meravigliare di qualcuno che presta aiuto a una donna in difficoltà, proprio perché altri due milioni di vittime sono state ignorate nel momento dell’abuso. Non ci si può allietare quando la propria figlia rientra a casa sana e salva perché ad altre cinquecento ragazze non sono bastati i corsi di autodifesa o lo spray al peperoncino. In buona sostanza, rallegrarsi di un mancato avvenimento negativo è prova di quanto questo persista nella realtà e possa concretamente accadere.
Gli aspetti della mentalità maschilista della società sono molti e ricollegabili tutti alla matrice patriarcale di questo paese. Dal rito della puerpera in età medievale, che vedeva una donna utile solo a procreare, ma altrettanto impura e perciò momentaneamente allontanabile una volta avvenuto il parto, alle questioni ereditarie monarchiche delle nazioni, fino al matrimonio riparatore, che con oscenità si è ritenuto valido e applicabile in Italia fino al 1981, si sono resi sempre più evidenti i tentativi di eliminare l’autodeterminazione e il valore della scelta delle donne. I problemi più frequenti oggi, infatti, sono legati all’assidua possessività e all’ego, dunque all’onore, degli uomini e all’incapacità di rispettare il concetto di consenso. Il rifiuto del rifiuto è difatti un altro colosso del maschilismo; donne uccise dopo il divorzio, donne uccise a seguito della chiusura di una relazione o private dell’esistenza per un semplice, primo rifiuto. È sbagliato trattare unicamente del caso dell’omicidio, poi, solo perché si reputa che sia all’apice della violenza umana.
E le molestie? Attuabili in ogni luogo, a ogni ora. Circa tre milioni di donne (il 15,6%, dati ISTAT “Indagine sulla sicurezza delle donne”, 2025) hanno subito molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà. Gli stupri? La più oscena negazione del valore della volontà. Un’atroce sofferenza che si perpetua per sempre nella vita di una donna. E le violenze sui corpi delle donne non si fermano a volte, neanche quando se ne ferma la vita.
Il problema della violenza riguarda una storia che parla di figlie, di madri e di nonne, e della quale ci si può augurare che le figlie e le nipoti non debbano soffrire le stesse violenze, gli stessi arcaismi, discriminazioni e abusi. Non si può porre fiducia nel cambiamento di una mentalità ormai troppo diffusa e radicata; il problema è proprio che il meccanismo patriarcale si alimenta e stabilizza nel corso dei secoli, e che quindi non è semplice da rimuovere o rimpiazzare. Davanti alla questione generazionale si deve lottare, bisogna far sentire la propria voce ogni volta in cui si attui una violenza maschilista, contro chi è stato educato ed è cresciuto pensando di poter normalizzare simili pensieri o azioni. Bisogna alzare la testa, adesso che si può farlo più che prima, e spezzare questo sistema che vuole silenziare un dramma rendendolo normalità. D’altra parte, si possono educare le nuove generazioni al meglio su quella che dovrebbe essere la normalità, insegnando l’antiviolenza, il rispetto del consenso e del rifiuto e educando al bello. Si deve recapitare e determinare il messaggio che la parità di genere non può essere solo un sogno, ma una lotta volta a trovare il suo punto di vittoria. La speranza sta solo in ciò che saremo, con la consapevolezza di quello che siamo stati.
Non si può cancellare tutto ciò che milioni e milioni di donne hanno subito nel corso della loro vita: anche se non ci si può redimere da queste colpe sociali, si può almeno cercare di ottenere una forma di giustizia. Un parallelismo delle situazioni e dei generi. Non si può cercare la vittoria solo nei tribunali, non si deve aspettare l’atto per innescare il cambiamento; non serve ogni giorno la prova evidente di qualcosa che sembra intrinseco alla società del nostro paese. Non è assimilabile come giustizia quella che è conseguenza del sangue e della violenza. Bisogna parlare, urlare quando si è testimoni di eventi di violenza di genere, informarsi e agire di conseguenza, e informare gli altri, e il venticinque novembre è proprio il giorno per farlo più forte. Bisogna dire una volta per tutte basta, in onore di tutte quelle donne che l’hanno detto e sono state sentite, ma sono brutalmente ignorate.
(Biancamaria Massaro e Fiammetta Casinghini)
