Il Caso di Serena Mollicone

Nell’ultimo mese si è riparlato dell’omicidio di Serena Mollicone, la ragazza di Arce ritrovata morta nel bosco di Anitrella in provincia di Frosinone ben dieci anni fa.

Sono stati iscritti nel registro degli indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere: Michele Fioretti, ex fidanzato di Serena, insieme alla madre, Rosina Partigianoni, oltre all’ex comandante dei carabinieri della stazione di Arce, il maresciallo Franco Mottola, al figlio Marco e a un altro carabiniere, Francesco Suprano.

Nell’aprile del 2008 il brigadiere Santino Tuzzi si è ucciso con la pistola d’ordinanza dopo essere stato interrogato come testimone sul caso.

Per il delitto è rimasto per 17 mesi in carcere un innocente.

Serena Mollicone scomparve la mattina di venerdì 1° giugno 2001, dopo aver effettuato un’ortopanoramica presso l’ospedale di Isola di Liri. Non si recò all’appuntamento con il fidanzato alle 14 a Sora. L’allarme venne dato verso le 20.30 dal padre, proprio presso la caserma di Arce, comandata da Mottola.

Il corpo della ragazza fu rinvenuto domenica 3 giugno alle 12.00, località Fontecupa.

Le indagini, dopo aver interessato il padre e il fidanzato della ragazza, si concentrarono su Carmine Belli, un carrozziere del posto, arrestato il 6 febbraio del 2003. L’uomo fu accusato di aver portato Serena nel boschetto di Fontecupa, con il pretesto di darle un passaggio. Al rifiuto di una prestazione sessuale l’avrebbe colpita e “confezionata” ancora in vita, per poi lasciare il corpo nella sterpaglia. Il 14 gennaio successivo iniziò il processo contro di lui, assolto poi in via definitiva dalla Cassazione il 6 ottobre del 2006.

Serena Mollicone è stata ritrovata supina con le mani legate dietro la schiena. Il corpo aveva subito un laborioso “confezionamento” che ha richiesto alcune ore. Le mani, il viso e le ginocchia erano fasciate con abbondante nastro adesivo di tipo Ghost. Il viso era racchiuso anche in una busta di plastica, marca “Eurospin”. Polsi, caviglie, ginocchia e un avambraccio presentavano ulteriori legature con un filo di ferro da carpentiere. L’avambraccio era assicurato a un arbusto e altri rami spezzati e un elemento metallico a forma di parallelepipedo nascondevano il corpo. Purtroppo i rami non furono repertati, perciò non vi è stato possibile cercare tracce dell’assassino.

Si è accertato fin da subito che Serena morì per soffocamento dovuto al complesso impacchettamento subito.

Il suo aggressore, come nel recente caso di Yara Gambirasio, si è perciò trasformato in assassino per non averla soccorsa dopo averla colpita. Troppo spesso giovani donne trovano la morte perché un uomo, non volendo affrontare l’accusa di violenza fisica e/o stupro, preferisce macchiarsi di un crimine ancora più grave, lasciando morire una vittima che poteva essere salvata.

Nel caso di Serena, se non è stato l’ex fidanzato, il movente sessuale è da escludere.

La mattina della sua scomparsa, la ragazza si sarebbe infatti recata in caserma per denunciare Marco Mottola per spaccio. Aziché essere indirizzata verso gli uffici, fu fatta salire nell’alloggio del maresciallo, come avrebbe dovuto confermare Santino Tuzzi se non si fosse ucciso.

È probabile perciò che Marco abbia colpito Serena e poi abbia chiesto aiuto al padre. Piuttosto che prestare soccorso alla ragazza e dover spiegare l’accaduto, i due Mottola scelsero di far morire soffocata Serena, impacchettandola.

Speriamo che si riesca a far piena luce su questo caso. La soluzione del delitto dell’Olgiata ha dimostrato che, se non ci si arrende mai, si può arrivare alla scoperta della verità. I familiari non dimenticano e pretendono sempre giustizia. Ci auguriamo che anche l’ostinazione della madre di Elisa Claps verrà presto premiata.

(Biancamaria Massaro)


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