Livido, l’inizio dell’immortalità

«Reality means you live until you die,” the agent says.
“The real truth is nobody wants reality»

Survivor – Chuck Palahniuk

Dal picco di Colle Vasto si possono osservare cumuli di spazzatura, la palta, si può intravedere il giovane Peter Pains, un trashformer che si guadagna da vivere ritrovando oggetti di valore nel fiume di immondizia. L’affresco della megalopoli magistralmente descritto ritrae un mondo distopico tragicamente al limite della sopravvivenza ricordando a tratti le atmosfere di Anthony Burgess.
Peter è disabile, ma ha arti artificiali, la preziosa Tantalium, un arto Water Proof 4, ritrovato nella palta e, al posto del moncherino della gamba, la Podox, una protesi ottenuta grazie a un baratto con il vecchio Ion, una sorta di Scienziato ex-demiurgo ridotto quasi alla demenza, la cui mente è stata fatta oggetto di cancellazione selettiva dai maledetti della Reverse, la società che gestisce tutto il sistema di riciclaggio dell’immondizia.
Peter è innamorato della bellissima Alba Vicente. Alba non è umana come lui, ha fatto il mind-uploading, la registrazione della propria identità su un corpo artificiale. Quelli come lei si chiamano nexumani, hanno fatto il load della memoria in supporti esterni, sopravvivono in corpi/copie artificiali, sono la prossima evoluzione del genere umano.

Quanta parte di te stesso puoi dimenticare e continuare a essere ancora tu?
– Cioè? Ogni copia diventa originale perché i nexumani sopravvivono al prezzo di una vita per volta? Come facciamo noi? Solo che loro vivono di più?

Charlie, il fratello di Peter, odia i nexumani e insieme alla sua banda, i Death Bones, rapisce Alba e la fa a pezzi. Da quel momento, Peter sarà animato da un’ossessione morbosa al limite della follia, recuperare le parti di Alba per poterla ricomporre.

Livido è principalmente una struggente storia d’amore, vissuta come malattia, la vittoria dell’uomo sulla morte attraverso l’amore, è la storia di una follia, la storia di una guarigione, di una ricostruzione simbolica di un’identità negata, la nostra:
Forse l’amore è una malattia, un’infezione come altre che chiamiamo affezione. È solo un morbo di diversa natura, misterioso e indecifrabile. È impossibile smettere ciò di cui non ci si rende conto.

Questo racconto è la ricerca dell’identità attraverso il corpo. Le parti di Alba, una volta smembrata, divengono come tutti gli altri oggetti, hanno un valore d’uso e un valore di scambio e, riciclate anch’esse, come tutto nella megalopoli, sono dotate di un tag RFID.
Per questo, Livido racconta di Peter, di Alba ma è una profonda riflessione sul corpo, inteso come ultimo appiglio tangibile d’identità, contrapposto alla dissociazione psichica della società attuale, alla mercificazione/massificazione delle individualità. Come sosteneva Baudrillard:
«tutta la storia attuale del corpo è quella della sua demarcazione, della rete di marchi e di segni che lo suddividono. lo sminuzzano, lo negano nella sua differenza e la sua ambivalenza radicale per organizzarlo in un materiale strutturale di scambio/segno, al pari della sfera degli oggetti, per ridurre la sua virtualità di gioco e di scambio simbolico».

In Livido si legge:

«Ogni giorno, sul lavoro, ricevo migliaia di dati, una nube di info-marketing e promo-vapore che avvolge ogni aspetto della realtà: date e luoghi di produzione, canali distributivi, destinazioni d’uso, tempi di utilizzo e punti di smaltimento e tutti quegli elementi del più generale processo di valorizzazione delle info-merci».

Vi è nel libro una ricerca, un desiderio del non classificato, esterno alla logica commerciale dello scambio, del riciclo, un ritorno alla realtà attraverso una particolare gnoseologia del corpo quasi morbosa, al fine di riacquistare l’esperienza conoscitiva dell’io al di fuori del sistema tassonomico scambio/segno imposto dalle regole della megalopoli. Siamo all’allegoria ma anche in questo caso, si mantiene un sottile confine e una sostanziale ambiguità tra nevrosi e lucidità, il processo di liberazione dalle griglie interpretative della megalopoli viene vissuto dal protagonista come una sorta di regressione infantile, un desiderio di ritorno a una sorta d’intelligenza sensorio-motrice, per dirla alla Piaget:

«Invece di cercare i teli della discordia, mi metto a cercare ciò che non possiede un tag. Le buste silenziose, i pacchi muti e tutti quegli oggetti che necessitano di essere scartati e toccati per animarsi e comunicare. Come durante l’infanzia, quando scoprire e imparare era l’unico modo per appropriarsi di un’esperienza e soddisfare una curiosità».

Sotteso a queste logiche vi è il tema del destino dell’uomo che, differentemente dalla maggior parte dei romanzi di fantascienza dove vi è un’antitesi uomo/macchina, vi confluisce completamente. Il cyberspazio diviene davvero il luogo più reale e più giusto dove vivere, dove trascendere il proprio sé affinché sia finalmente libero dalla schiavitù sociale dello scambio e della morte:

«I Chip sono la nostra destinazione»

Tutto ciò si potrebbe definire spiritualità dei circuiti, laddove l’upload della coscienza è simile a una sorta di risveglio dell’anima dal torpore del materialismo e della quotidianità. Nel testo, vi sono riferimenti precisi alla Bhagavad gītā riportando all’idea di un’immortalità cibernetica del sé. Mi piace accostare a Livido questo passo della gītā:
«Esistevamo nel passato, esistiamo nel presente, e continueremo a esistere nel futuro. Questa è la comprensione preliminare nella vita spirituale—sapere di essere eterni».

In questo contesto l’upload nel cyberspazio non rappresenta la morte ma l’inizio dell’eternità.

Livido è onirico e immaginario, folle e struggente, pervaso da un’oscura ironia, altamente dannoso per la salute mentale. Ne consiglio vivamente il mind-upload.
Fatelo perché Livido è soprattutto un libro che fa riflettere, bello e unico nel suo genere.

Poscritto:

Riporto quanto scritto dal grande maestro Caronia qualche tempo fa:

«La nostra interiorità si sta trasformando a ritmo velocissimo, nel modo più radicale possibile: perde la sua unicità, diventa confrontabile con quella della macchina. Perché televisione e computer hanno aperto il nostro guscio, bruciando i nostri vecchi circuiti e facendone crescere di nuovi, ma noi abbiamo aperto il loro, credendo di trovare tubi catodici e circuiti stampati, e scoprendo invece con sorpresa che c’era tutto un mondo, che c’eravamo, piccoli piccoli, noi, con leggi di funzionamento, rapporti, sensi, un corpo nuovo».

E con la follia che mi contraddistingue vi annuncio la lieta novella: «Donne, è arrivato Livido! Amore, morte, rinascita, follia, il romanzo di formazione del nuovo millennio, tutto tecnologicamente narrato con estremo livore e molta ironia».
Buona lettura,
Luigi

Poscritto secondo, una citazione dal libro:

«È la nevrosi a renderci eroi, santi o soltanto malati?»
Francesco Verso,
Livido

(Luigi Bonaro)


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