Recensione: Bacchiglione Blues

Bacchiglione Blues di Matteo Righetto (Perdisa pop)

Ivo si prese cura della sua nutria bianca e nel pomeriggio ripassarono a memoria la seconda parte del piano B riprendendo in mano la carabina San Swiss, la Caracal e la Smith & Wesson, e preparandole a festa per l’importante incontro del giorno dopo. Ché, come diceva sempre Tito: per ottenere il meglio, prepararsi al peggio.«Avete seppellito per bene i due cadaveri?» aveva chiesto agli altri due quando furono di ritorno.«Meglio di così non si poteva. Non li troverà mai nessuno», disse Toni. Ivo rise e disse:«A parte i vermi. Scavando ne ho visti di bianchi e grossi come il mio pollice, cazzo. Si chiamano camminatori della notte… Sai che scorpacciata si faranno

Eccoli qua, Tito, Ivo e Toni, tre delinquenti senza scrupoli e con il quoziente intellettivo di un camminatore della notte, per dirla alla Ivo-maniera. Il libro ci mostra come la stupidità umana possa mandare all’aria un piano che, sia pur imperfetto, aveva buone basi per andare a buon fine.Tito, il meno cerebroleso del gruppo, organizza il rapimento della bella moglie di un ricco industriale del padovano. Ivo, fissato con qualsiasi tipo di animale, specie se raro, e Toni, il rompipalle del trio (sempre per dirla alla Ivo-maniera), non lesinano colpi di testa e discussioni da osteria durante tutto lo svolgimento della vicenda, strappando più volte il sorriso al lettore.

Certo, si tratta di un divertimento amaro, incentrato sul compatimento per l’idiozia dei personaggi, che non potrà che condurli verso un finale inevitabile, sia pur scontato.Il ricco industriale e il suo braccio destro, per liberare la sfortunata donna, decidono di coinvolgere un’altra banda di criminali. Così, mentre è in corso il Bacchiglione blues Festival, le due fazioni movimenteranno un po’ le cose, diffondendo il caos durante il concerto di un gruppo locale, scatenando un inseguimento in auto che li porterà fino in cima a una montagna.

Le ambientazioni sono suggestive, campi di barbabietole avvolti in una grigia nebbia, torme di insetti a infestare la zona, un silenzio colmo di un’aria asfissiante. Il nascondiglio dei rapitori, una baracca marcia e fatiscente, diventa un ricettacolo di lordure di ogni tipo, schifezze che insozzano non solo il corpo, ma pure l’anima.E quando i tre malviventi scoprono che il loro piano sta miseramente per fallire, a causa di un imprevisto che affonda le radici – ancora una volta – nella loro superficialità, un intervento “divino” viene in loro soccorso, consentendogli di andare lo stesso fino in fondo. In tutto questo caotico andirivieni di personaggi e follie varie, spicca la figura di Zlatan Tuco, imponente giustiziere dall’etica ben definita. Il libro stesso si apre su di lui. Lo slavo sta cercando Tito per chiedergli conto di un vecchio debito mai saldato.

Matteo Righetto sembra giocare con i paradossi, con l’ironia più nera, portandoci a pensare a come ogni personaggio del libro sia in fondo una caricatura, uno schizzo di inchiostro su un foglio bianco. Tutti, eccetto lo slavo, l’unico ad avere un cervello efficiente. L’unico anche, a essere coerente con se stesso. Citando una frase ben precisa da un discorso dello slavo: «Tuco dice, Tuco fa!»

(Nero Cafè – Daniele Picciuti)


This entry was posted in Il Terzo Occhio - Recensioni. Bookmark the permalink.