Il pianto della Banshee: Dylan Dog 322

Davvero molto bello, il numero attualmente in edicola di Dylan Dog. Si tratta del n. 322, intitolato Il pianto della Banshee. Soggetto e sceneggiatura sono del bravo Giovanni Gualdoni, già autore di una storia tra le migliori del recente Dylan Dog Color Fest, che conteneva quattro versioni alternative del celebre Indagatore dell’Incubo.

L’autore sembra aver concepito questa storia quasi per dar libero sfogo alle matite incantate di Corrado Roi, il Gene Colan italiano, sempre più bravo e ispirato, anche nella scelta delle inquadrature.

Il grande disegnatore fa ricorso per questo albo a frequenti primi piani, salvo concedere poi spazio a vignette quasi a tutta pagina quando la scena lo richiede. Interessante in tal senso anche il lavoro di sottile rimodellamento operato sui volti di Dylan e del comprimario, battutista impenitente, Groucho. Il primo appare ringiovanito, con lineamenti tanto belli da apparire quasi efebici; il secondo è rappresentato con un tratto meno caricaturale di quanto non facciano altri disegnatori della serie.

Per gli amanti dei raffronti puntuali consiglio di esaminare le prime storie disegnate da Roi, in corso di ristampa nella nuova edizione a colori pubblicata dal Gruppo Repubblica – l’Espresso. La copertina dell’albo come di consueto è firmata da Angelo Stano, in questa occasione forse leggermente al di sotto del suo abituale standard qualitativo.

La vicenda è ambientata nella brughiera irlandese, dove vengono commessi una serie di delitti, all’apparenza provocati dallo spirito di una banshee, creatura mitologica capace, com’è noto, di uccidere con la voce. Non potendo sviscerare troppo la trama per evitare di cadere nella trappola dello spoiler, dirò soltanto che siamo più dalle parti del giallo che non dell’horror gotico vero e proprio, anche se non mancano alcuni elementi tipici, come la presenza di gnomi e di una nera carrozza fantasma messaggera di morte.

Gualdoni riesce inoltre a inserire nella storia un elemento di critica sociale di grande rilevanza e attualità, ossia la denuncia degli abusi commessi ai danni delle donne. Il tema del femminicidio approda insomma, molto opportunamente, anche sulle pagine della narrativa popolare, di cui Dylan Dog rappresenta da sempre una delle espressioni più alte.

Il numero di D.D. in questione appartiene a una fase di transizione del personaggio, prima degli annunciati grandi cambiamenti, che, a partire dal n. 325, dovrebbero immettere nuova linfa nella collana, da molti ritenuta ormai un po’ a corto d’idee. Sono specialmente i lettori della prima ora, quelli che considerano gli albi di Dylan Dog successivi ai primi 100 numeri quasi apocrifi, perché non più scritti dal creatore del personaggio, il geniale e ombroso Tiziano Sclavi. Sono punti di vista rispettabili, per carità, anche se è più che comprensibile e direi anzi fisiologico che possano subentrare una certa stanchezza e ripetitività nel percorso editoriale di una serie tanto amata, soprattutto in passato.

Il riferimento temporale non è casuale, dal momento che non va trascurato neppure il fattore anagrafico: il pubblico dei lettori è cresciuto – per non  dire invecchiato – assieme all’amatissimo Dylan, e spesso continua a cercare nell’albo bonelliano sensazioni ed emozioni forse più figlie della nostalgia che di altro.

In Rete il dibattito infuria da mesi, accesissimo come si conviene a una platea di grandi appassionati di un medium importante come il fumetto, e può essere foriero di stimoli proficui e interessanti.

Approfittiamo dell’occasione per ricordarvi biecamente la recente uscita di Knife 6, contenente un lungo speciale dedicato proprio a Dylan Dog, protagonista anche della, lasciatecelo dire senza false modestie, splendida copertina realizzata da Marco Bianchini.

(Luigi Milani)


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