Appunti di un venditore di donne, di Giorgio Faletti

Ho adorato Faletti. Io uccido è stato per me uno dei migliori noir della storia. Trama stupenda, ambientazione vivida, e uno stile clamoroso. Letto in un soffio, entusiasta. Poi, però, l’ho odiato. Quasi come un amante deluso. Niente di vero tranne gli occhi, e soprattutto Io sono Dio. Certo, lo stile è sempre quello. Caratura descrittiva sublime. Ma. Due frane. Giallisticamente improponibili. Soluzioni agli enigmi che avranno fatto indignare qualsiasi appassionato del genere, e anche non. Una croce sopra. Per cui, quando mi è capitato casualmente tra le mani Appunti di un venditore di donne, l’ultima fatica dell’astigiano, sono rimasto interdetto. Perplesso, dubbioso. Specie quando ho letto la prima riga. “Mi chiamo Bravo e non ho il cazzo”. Altra fantasiosa arrampicata sul nulla, o rinascita? Certamente, tutto o niente. Preso dalle circostanze, ho lasciato il beneficio del dubbio e ho letto.
Milano, fine anni ’70. Notti di piombo, di ristoranti lussuosi, di cabarettisti in embrione, di mala vita e mala esistenza. E di Fiat con tanto metallo e poca plastica. Milano ancora non potabile, Milano già frenetica e impaziente. Bravo vende donne. Le migliori. Le più costose, le più appaganti, le più discrete. È uomo ai margini, cammina sul bordo, tra boss e alta società. La sua merce è la migliore su piazza. La sua anima ghiacciata dalla menomazione andrologicamente più umiliante. Carla è l’ultima arrivata nella sua scuderia. Ovviamente bellissima, ovviamente impacciata. In lei forse Bravo spera di intravedere una luce diversa. O forse se ne illude. Sentimenti impossibili. Ma pian piano tutto prende una piega differente. È l’inizio di un incubo, dove Bravo si troverà a combattere da solo, preso in mezzo dal Bene e dal Male, dove nessuno è quello che pare essere, o forse lo è troppo. Il mondo cui aveva cercato di sottrarsi scegliendo di vivere nell’oscurità, lo trascina al centro, sotto le luci di un’epoca senza scrupoli né morale. Ma con tanto sangue.
Sospiro. Giorgio Faletti è tornato. Ovvio che la qualità narrativa è intatta. Fiato sospeso a ogni riga. Ridondanze poco ortodosse ma efficacissime. Divagazioni che colorano ogni piccolo spazio. Chiarezza lucente. Semplicità ed efficacia totale. Ma non era quello il dubbio. Era sulla trama e sulle ambientazioni, dopo le cadute di cui si è già accennato. Bene, occorre dire, esame superato. L’ambientazione è in questo caso “casa sua”. Le sue origini di cabarettista underground presto assurto al successo, i suoi locali, i suoi anni. Ed è resa in maniera perfetta. Come descrivere la propria camera e i suoi arredamenti. Centrata in pieno. E la trama. Sta in piedi. Gli insospettabili son davvero tali, le sorprese non mancano, l’intreccio, seppure un po’ forzato, risulta sufficientemente credibile, al contrario del recente passato. Certo, qualche lieve pecca c’è. Bravo che si salva sempre per miracolo, vicino all’inverosimile in certe sue azioni, sempre vincente nell’intuire la soluzione giusta agli enigmi ludici e soprattutto reali. Poi, qualche ingarbuglio eccessivo, e reazioni spesso un po’ forzate. Ma, nel complesso, con quello stile fantastico, il libro lascia soddisfatti.
Da ingollare tutto d’un fiato, dovunque siate, anche nei momenti più impensabili, mentre aspettate l’ascensore o, che ne so, a un semaforo rosso, mentre attendete che bolla l’acqua della pasta. Perché Faletti è così. Mette voglia di esser letto. Anche in questo caso, che non è da dieci, ma certamente da sette e mezzo.

(Giovanni Cattaneo)


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