L’Almanacco del Crepuscolo: Draghi e Dinosauri in Lombardia

Vi siete mai fermati a pensare come appariva la nostra bella Lombardia nel lontano passato? Oggigiorno siamo fin troppo abituati alla Milano da bere, ai turisti chiassosi che affollano i laghi, alle comitive che se ne vanno a spasso per rifugi alpini chiacchierando al cellulare. Difficile quindi immaginare che in un’epoca lontanissima questa regione era occupata da un bacino lacustre talmente grande che qualcuno oggi lo definisce “il mare di Milano”.

In realtà si trattava di un lago a cavallo tra l’alta e la bassa Pianura Padana, probabile eredità del Cretaceo. La sua estensione è ancora in discussione tra gli esperti, ma doveva comprendere una vasta zona che andava da Brembate a Lodi, tangendo Crema lungo la sua costa orientale. Al centro del bacino d’acqua dolce c’erano anche diverse isolette, tra cui Fulcheria, spesso citata nelle cronache antiche e ora scomparsa del tutto.

Questo lago ha anche un nome: Gerundo, termine che deriverebbe dal dialettare “ghiaia”, o “sasso”. Ciò che rimane di esso è oramai ben poco: qualche cava, un terreno molto fertile, ma null’altro. Eppure il Gerundo un tempo doveva essere ricco di fauna acquatica particolare, visto le numerose strane bestie che venivano spesso avvistate dalle popolazioni locali nel Medioevo. Bestie che diedero vita a numerose leggende locali su draghi e mostri che infestavano villaggi e anfratti.

Ciò che forse non tutti sanno è che alcuni resti di questi presunti draghi sono tutt’oggi custoditi in diverse chiese della Lombardia, guardacaso dislocate su quelle che un tempo erano le sponde estreme del Gerundo. La più famosa di queste “reliquie” è forse la la costola di drago appesa all’abside della chiesa di Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo. Si tratta di un osso lungo ben 260 centimetri, che la leggenda vuole essere un trofeo donato alla comunità locale dal cavaliere che sconfisse il mostro, il quale aveva la sua tana alla foce del Brembo. In realtà gli studi moderni fanno pensare che si tratti piuttosto di un osso di balena, il che potrebbe confermare la teoria che vuole il Gerundo come ciò che rimaneva di un mare preistorico.

Un’altra costola di drago, alias osso di balena, è esposto in bella mostra in un altro paese della zona, Paladina. Alcuni naturalisti sostengono però che questo secondo reperto, più piccolo rispetto a quello di Almenno, (170 centimetri) appartiene invece alla carcassa di un mammut.Anche nella chiesa di San Bassano a Pizzighettone è presente un resto misterioso. Sulla facciata è infatti visibile un arco d’osso che, secondo la tradizione locale, doveva appartenere alla costola di un animale primitivo o di un drago. In questo caso gli zoologi sono propensi a identificarlo coi resti di qualche serpentone di dimensioni inusuali che infestava la vicina palude, non a caso una propaggine del Gerundo.

Il corpo del drago più famoso dell’epoca, Tarantasio, manca invece all’appello. Vero e proprio mostro di Loch Ness ante litteram, Tarantasio era temuto in un’area che andava dal lodigiano al cremasco. A lui erano attribuite sparizioni di bambini e affondamenti di imbarcazioni fluviali, ma anche il diffondersi della febbre gialla, causata dal suo alito velenoso. Le spoglie di Tarantasio vennero scoperte durante la bonifica del lago, ma andarono disperse a inizio ‘800, e da allora nessuno le ha più viste.

Nella chiesa di S.Maria Annunziata di Ponte Nossa, sempre dalle parti di Bergamo, è invece custodito il corpo imbalsamato di un coccodrillo lungo tre metri, ammazzato nelle acque del Serio attorno al 1500. In S.Maria del Monte (Varese) si può invece vedere solo la pelle di un altro coccodrillo, ucciso circa duecento anni più tardi, nel 1700.

Gli studiosi hanno avanzato diverse supposizioni riguardo alla provenienza di queste bestie, abituate a climi caldi. La più accreditata di esse sostiene che i coccodrilli erano regolarmente commerciati in Lombardia da alcuni mercanti arabi, ma poi sfuggiti dai serragli dei nobili che li avevano acquistati. Altri parlano invece di “fossili viventi”, retaggio dei tempi antichi in cui il clima della Pianura Padana era subtropicale.Di certo in passato era facile scambiare tutti questi animali per mostri mitologici, draghi e viverne. Esporre i loro resti mortali nei luoghi di culto dimostrava la superiorità della Chiesa e dei suoi cavalieri sulle creature infernali che minacciavano il quieto vivere del popolino.

E ora? Siamo sicuri che in Lombardia non ci siano più “draghi”? O forse in qualche laguna poco battuta dei laghi meno turistici…

(Nero Cafè – Alessandro Girola)

 


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