Lullaby, la farfalla d’inchiostro e la proiezione onirica

“Solo immagini fuggenti come una notte di mezza estate in cui credi che la giovinezza ti permetta di poter realizzare i sogni. Una foto che sbiadisce man mano che ti avvicini per guardarla. Un tramonto che troppo in fretta si trasforma in una notte buia senza stelle e senza luna.”

Come in A Midsummer Night’s Dream, Barbara Baraldi ammanta il lettore di una nebbia fatata in virtù della quale ci si trova sognanti sul “limitare del bosco” già dalle prime pagine. Ma il bosco Shakespeariano da lei ricordato viene trasformato in incubo, un incubo quotidiano perché è così che succede sempre.

E, come sempre, è di scena l’inconscio, il bosco archetipico. Il lettore viene fatto accomodare, come davanti a un palcoscenico silenzioso, ed ecco che il sipario rosso si apre. In scena è presente la semplicità dei sentimenti contro la complessità degli istinti.

Il protagonista è l’oscurità, il ragno che arriva dolcemente attraverso le ombre del sole calante, cercando la paura nell’oscurità. Barbara ricorda il brano di Robert Smith e non a caso.

Lullaby mostra come nessuno sia buono o cattivo ma è evidente come tutti siano malati di umanità laddove l’istinto muove ciò che la ragione paralizza, il tutto con una sensibilità molto particolare e con una complessità che compare al lettore come rara semplicità. Come Bukowski, secondo cui “Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice”, così, nelle pagine del romanzo, è presente un narrare molto semplice che arriva dritto ai meandri dell’essere, mostrando ciò che in genere si tiene scrupolosamente nascosto, per consuetudine, per timore, pudore… o paura.

E, in risposta al solito maschilismo di Henry Chinaski, qui è una donna, una scrittrice geniale, a raccontare magistralmente la Paura, questa “farfalla nera d’inchiostro”, come Barbara ama immaginarla, che vola lontano man mano che la narrazione volge al termine.

Ė uno scrivere con gli occhi chiusi quello di Lullaby, una narrazione onirica e una traccia sfortunatamente troppo vicina alla realtà. Come in un sogno, i particolari dell’esperienza quotidiana vengono a essere rielaborati in una sorta di rappresentazione che è l’immagine di una realtà distorta e irreale, che è lo specchio della vita.

Giada, la ragazzina nera, è una giovane come tante. Ė ribelle e reagisce a un sistema sociale che perpetua e impone stereotipi sociali. Anche Marcello è un ragazzo come tanti. Marcello scrive e attende l’ispirazione davanti allo schermo nero di un computer, sullo sfondo di una vita che va sempre più in pezzi, non lavora, sua madre è malata, gli si secca il sangue. Questi sono gli eroi di Lullaby, i protagonisti, persone che la società attuale classificherebbe come ragazzina disadattata e disoccupato depresso. Ma Barbara sceglie loro, racconta le loro storie e dal loro punto di vista e poi gli dà nuovamente quella fiducia, quella voce che la società gli aveva tolto impunemente. Lullaby racconta l’orrore della disperazione nella vita di ogni giorno. Non ci sono personaggi straordinari né eventi soprannaturali in queste pagine, è semplicemente la vita, la storia degli umili, dei piccoli. Ė la verisimiglianza verghiana della Lupa, ma, al contempo, è l’orrore di quel luccichio della scure al sole, che si abbatte sul rifiuto sociale del diverso, quel rifiuto che tramuta gli uomini in mostri.

Per questo motivo Lullaby ha profondi riferimenti che hanno radici solide nella produzione letteraria del passato.

Non si può parlare di una vera e propria analogia con i Vinti verghiani, né con gli Umili manzoniani. Ai Vinti della Baraldi manca la lotta drammatica contro il destino e gli Umili di Lullaby non hanno la provvidenza divina che li guida nella storia. Tuttavia, si percepisce in tutto il testo una misteriosa aura sovrannaturale che non è esplicita, ma solo accennata, quasi come percepita dai personaggi attraverso coincidenze, piccoli indizi della presenza silenziosa di una realtà nascosta, il vero motore della storia, che scorre sotto le vite di questi due ragazzi semplici che chiedono solo di poter vivere.

La ragazzina nera, Giada, ricorda molto Rosso Malpelo, gli altri che “hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi”. E anche di Giada molti hanno paura, ma lei, come Rosso Malpelo, ha poi un’umanità disarmante. Entrambi rappresentano una diversità sociale e i diversi colori, la ragazzina nera e il ragazzo rosso, sono simbolo di qualcosa. Entrambi, per la società, rappresentano il male, entrambi sono vittime di un disagio, entrambi vivono ai margini e pagano con l’ostracismo il loro desiderio di essere amati.

Se la caratterizzazione dei personaggi ricalca per certi versi una traccia verghiana, anche il prologo con la descrizione della natura presso l’acquedotto, ad esempio, ricorda molto le meravigliose rappresentazioni letterarie del primo novecento. Si pensi all’introduzione di Malaria:

“Vi nasce e vi muore il sole di brace, e la luna smorta, e la Puddara, che sembra navigare in un mare che svapori, e gli uccelli e le margherite bianche della primavera, e l’estate arsa, e vi passano in lunghe file nere le anitre nel nuvolo dell’autunno, e il fiume che luccica quasi fosse di metallo, fra le rive larghe e abbandonate, bianche, slabbrate, sparse di ciottoli”.

Dunque, sebbene vi sia un riferimento molto forte alla precedente tradizione letteraria, Barbara introduce il noir e lo fa senza fronzoli e, come fosse un pittore, aggiunge semplicemente al suo quadro dei nuovi elementi. Ma anche il Noir, in Lullaby, viene trattato in modo innovativo.

Non voglio dilungarmi oltre, ma un elemento molto interessante, oltre all’ironia che viene sapientemente gestita e alle altre innovazioni stilistiche portate nel genere dalla Baraldi, è il fatto che, diversamente dai romanzi Noir, dove le atmosfere sono molto cupe e oscure, qui sono descritti dei paesaggi molto caldi e luminosi.

Le atmosfere evocate dal romanzo non vengono assolutamente penalizzate per questo. Leggendo Lullaby, il Noir, il Nero si rivela, prorompe forte, dal fondo dalle passioni dei personaggi, e si insinua nel cuore di tutti noi.

(Luigi Bonaro)


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