Recensione: Quindici giorni di novembre

Quindici giorni di novembre” di José Luis Correa (Del Vecchio)

– E tu? Tu l’hai amata?

– Tu ami questa spiaggia?

– Ma certo, fesso!

– Allora che caspita domandi?

– Ma io l’amo da più di cinquant’anni.

– Dammi tempo, vecchio. Dammi un po’ di tempo.

Ricardo Blanco è un investigatore privato, un improbabile incrocio tra Philip Marlowe e Sam Spade, che si muove, solitario e muto, tra le case e le spiagge di Las Palmas, sull’isola di Gran Canaria, luogo di libertà e di perdizione, dove i cosiddetti “figli di papà” credono di essere i padroni del mondo. E qualcuno lo crede davvero.

Quando la bellissima Maria Arancha Manrique si presenta nello studio di Ricardo chiedendogli di indagare sul presunto suicidio del fidanzato, il pressoché perfetto Antonio Camember, l’esperto detective capisce fin da subito di trovarsi di fronte a una montatura. Qualcuno ha ucciso il disgraziato, inscenando il suicidio, riuscendo a mettere nel sacco l’inesperta polizia isolana, ma non certo Ricardo. Attratto più dal fascino della donna, che dal caso in sé, decide di accettare.

Purtroppo, si troverà a dover affrontare i quindici giorni peggiori della sua vita, quelli di un novembre velato di amarezza e malinconia, dove gli sguardi, i gesti, i ricordi, non sono quello che sembrano, confondendosi gli uni con gli altri in un crescendo che lo porterà a disseppellire scomodi scheletri negli armadi di molte, troppe persone.

 

Questo romanzo – forse troppo breve – ha la grande forza di essere compatto, come un gioiello di forma ottagonale le cui facce, tutte perfettamente definite, gli conferiscono un potere unico, non facile da trovare ancora, oggi.

Otto facce, dunque.

La prima, lo stile profondo noir, macchiato di ciniche consapevolezze circa la diabolicità della vita; la seconda, i personaggi, due – forse tre – su tutti, perfettamente pennellati, esseri vividi come le particelle d’aria tra l’iride e la cellulosa, all’apparenza irreali ma invece fin troppo verosimili nelle loro debolezze, nella forza e nell’ingenuità delle azioni; tre, una storia nera, che ci porta a scavare sempre più a fondo nel passato della vittima e dei sospettati, seguendo il più classico degli schemi ma – occorre dirlo – senza per questo annoiare, né essere del tutto prevedibile; quattro, l’atmosfera di solitudine che permea la storia dall’inizio alla fine, una finestra sull’anima di ciascuno di noi, che ci porta a riflettere su come in fondo, forse, siamo tutti soli; cinque, l’ironia di Ricardo, mai troppo marcata, ma puntuale, in grado di strappare questo o quel sorriso nei punti critici della lettura, alleviandoci a tratti il cuore dalla solida amarezza stesa sul fondo della vicenda; sei, la linea temporale perfettamente delineata, fin dal titolo, che ci permette di collocare ogni cosa – personaggi, vicenda, noi stessi – all’interno della storia, ben sapendo quando arriverà la fine; sette, la sensazione di isolamento di Ricardo, di Maracha, di tutti coloro che li accompagnano in questo viaggio verso il nulla, permettendo anche a noi di essere lì, su quell’isola, sigillati tra le righe di un libro che si lascia divorare; otto, infine, la chiusura.

Poche righe, a recidere con un brivido l’ultimo filo che ancora ci lega alla storia, sottile e invisibile, che permette alla nostra mente di essere lì, dentro Ricardo, nella sua muta e solitaria disperazione, fino a che un’ultima onda ci lambisce, prima che venga girata l’ultima pagina.

Quattro coltelli, tutti meritatissimi. (Nero Cafè – Daniele Picciuti)

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