Il sentiero di rose, di Marcello Gagliani Caputo

“Il sentiero di rose” di Marcello Gagliani Caputo (Ciesse)

Nel panorama degli esordienti c’è sempre qualche nuovo nome interessante e il Terzo Occhio stavolta si è posato su Marcello Gagliani Caputo, che ha composto un thriller di ambientazione italiana dalle potenzialità in parte inespresse.

Il libro è strutturato in modo che il lettore segua tre vicende diverse, convergenti nel finale.

C’è un commissario a cui viene affidata l’indagine su una serie di delitti che ricalcano in tutto e per tutto degli omicidi avvenuti quattro anni prima, l’ultimo dei quali ha visto la morte di sua figlia. E quindi c’è introspezione psicologica, c’è il conflitto, la paura di non essere di nuovo all’altezza, il coraggio di riprovarci, la determinazione di un uomo spezzato.

Ci sono due ragazzi che si incontrano e si innamorano. La loro storia è però segnata dalla ricomparsa di un ex-fidanzato geloso e dalla nascosta minaccia di questi delitti, che sembrano puntare a dividerli, in un modo o nell’altro.

C’è un vecchio psicologo costretto a rituffarsi nel passato per affrontare i suoi fantasmi e mettere fine, una volta per tutte, agli omicidi del “paparazzo”, come viene chiamato il serial killer delle rose, che ama sistemare le sue vittime in pose che ricordano quelle di un calendario.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato, la lettura risulta fluida e piuttosto piacevole. La struttura a tre piste funziona egregiamente, spingendo il lettore verso ogni capitolo con la curiosità di andare avanti. Quel che invece funziona meno, o non funziona affatto, è il finale. A parte qualche imperfezione al livello di intreccio e di logica investigativa che, sebbene possa passare inosservata, c’è, si arriva al punto da comprendere fin troppo presto chi sia il “paparazzo”. Qui non lo diciamo, ma quando si hanno poche alternative e il depistaggio da parte dell’autore viene attuato in modo sfacciatamente palese, la soluzione si presenta da sola.

Inoltre è un vero peccato ritrovarsi di colpo in uno di quei filmetti americani in cui la famigliola di turno si ritrova rintanata in una baita di montagna isolata dal mondo, minacciata da uno squilibrato che ha tutti i deus ex-machina del caso per uscire di testa al momento opportuno, finendo per rovinare il proprio astuto – e folle – piano.

In definitiva, belle alcune immagini – come il sentiero di rose che dà il titolo all’opera – e situazioni – i ricordi dello psicologo su tutte – ma si tratta di un lavoro riuscito solo a metà, che avrebbe avuto bisogno di idee più fresche. Insomma, luci e ombre in quello che è a tutti gli effetti un romanzo d’esordio.

Il Terzo Occhio si spegne. Girata l’ultima pagina, è bene ritirarsi tra le braccia di Morfeo, per riposare l’iride e la pupilla e prepararsi a una nuova lettura.

(Nero Cafè – Daniele Picciuti)


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