L’elemento misterioso secondo Edgar Wallace: L’uomo dai due corpi

Oggi riesiumiamo uno dei primi articoli della rubrica “Bianco e Nero“, curata da Cristian Fabbi. Questa volta il protagonista è Edgar Wallace.

“È perché Ambrose Sault non mi accarezza, non mi prende la mano e non mi bacia sulla fronte in modo paterno, magari sperando in qualcosa di più, che lo amo. E lo amerò per l’eternità. Anche quando sarà morta e lo sarà anche lui. Non desidero che questo. Se lui dovesse morire domani, io non ne sarei addolorata perché il suo corpo non conta nulla per me”.

Così parla Christina Colebrook, descrivendo ciò che prova per Ambrose Sault, il protagonista de “L’uomo del mistero”, di Edgar Wallace.

Forse meno conosciuto dei romanzi del “Ciclo dei Giusti”, questo giallo ai confini col fantasy resta una delle opere meglio riuscite di Wallace. Conosciuto e tradotto anche come “L’uomo dai due corpi”, pubblicato nella collezione storica dei Gialli Mondadori (numero 4), ci propone un saggio dell’abilità di Wallace di spaziare tra gli stili e i generi.

Ambrose Sault è il fedele factotum del ricco, cinico e spregiudicato Jan Steppe, industriale che ha costruito la propria fortuna sulle truffe. Sault, ex galeotto condannato per omicidio, si dimostra, al contrario del suo padrone, un uomo onesto e caritatevole, arrivando a destinare i pochi averi alle cure di Christina Colebrook, consentendole di riprendere a camminare. In questa storia ci sono molti dei personaggi tipici dell’età dell’oro del giallo: un dandy bellissimo, ricco, spregiudicato e fifone al tempo stesso (Ronald Morelle), la bella da salvare (Beryl Merville, figlia del socio di Steppe), personaggi oscuri che si muovono nell’ombra e, naturalmente, un cadavere. L’elemento misterioso è sostenuto da uno scambio (reale o apparente?) di anime, che offre l’opportunità di far prevalere, almeno in parte, il bene.

Storia di truffe, di amori e di amoracci, tra famiglie della borghesia vittoriana, ricatti, bordelli, galere, e tradimenti. Poveri e ricchi, onesti e criminali in questo “Captains of Souls” (questo il titolo originale dell’opera, scritta nel 1923), opera matura di Wallace, forse penalizzata dalle traduzioni che, in Italia, sono datate e risentono del linguaggio dell’epoca.

Wallace scrive con stile brillante e ricco. Pur essendo un indiscusso maestro del giallo, nella sua produzione ha saputo spaziare in altri generi quali la commedia, l’avventura e il cinema, sempre con eccellenti risultati. Wallace scardina le regole e gli schemi fissati da Conan Doyle, mescolando elementi appartenenti a generi differenti, ed imprimendo un ulteriore slancio sia all’azione che ai dialoghi.

(Nero Cafè – Cristian Fabbi)


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