“La sorellina” di Raymond Chandler: stile, dialoghi e personaggi dell’Hard Boiled

Gli anni trenta e quaranta segnano l’inizio di un cambio di passo rispetto al modo di scrivere gialli della cosiddetta Golden Age (Conan Doyle, Christie, Van Dine, Wallace ecc.). In particolare, in America, Dashiell Hammett (quest’anno sono cinquanta senza di lui, sigh!) e Raymond Chandler impongono una svolta in termini di stile e di contenuti. Si scrive in modo più diretto, con meno fronzoli, e nelle loro storie il piombo sostituisce le celluline grigie. Altro modo di vedere il delitto. E la detection.

Chandler, in particolare, nel 1949 ci regala un libro che ritengo un piccolo gioiello di quell’epoca. Forse più mite, meno violento di altri, La Sorellina (Little Sister) ci narra la vita di Hollywood, le sconcezze del mondo del cinema e del teatro, imponendo a Philip Marlowe un’indagine in un contesto di sesso, soldi, malinconia e rancori. L’Hard Boiled nell’accezione più corrotta e intimista.
Chandler apre nel modo più Marlowiano possibile, così:
“Sul vetro smerigliato della porta è scritto a lettere nere, un po’ scrostate: Philip Marlowe… Investigatore. È una porta passabilmente scalcinata, in fondo a un corridoio passabilmente scalcinato in un edificio che era nuovo pressapoco nell’anno in cui le stanze da bagno a tutte piastrelle son diventate la base della civiltà. La porta è chiusa a chiave, ma vicino ce n’è un’altra che non lo è. Venite pure avanti… non disturbate, ci siamo solo io e un grosso moscone iridato. Ma non entrate, se siete di Manhattan, Kansas.”
Raymond Chandler già scriveva per il cinema e si vede. In queste poche parole c’è tutto Marlowe, non solo nelle immagini che evoca nel lettore. C’è la narrazione in prima persona. C’è la provocazione (“Venite pure avanti… non disturbate”). C’è l’immagine decadente dell’America del proibizionismo e del post-proibizionismo, del dopoguerra dei sogni e delle prime miserie.
La sorellina è ambientato, come detto, nel mondo di Hollywood. O lì vicino.
Sparisce una persona. Non è la sorellina del titolo. È suo fratello. Almeno all’inizio. Poi non si capisce più chi si è perso, chi si è trovato e chi è stato ammazzato. Si rimane in balia di Marlowe. In balia e in compagnia. Gangsters, medici corrotti, pazzi, attrici provocanti, prostitute, alcolizzati, droga, corruzione. Meno famoso de Il Lungo Addio (1953) e Il Grande Sonno (1939), meno noir di tutti gli altri romanzi della produzione Chandleriana, La Sorellina è forse la storia in cui esce di più l’anima di Philip Marlowe, e solo per questo va letto.
Lo stesso Chandler marca una differenza rispetto alla sua produzione, con questo libro. Nel 1948 ne parla con l’editore Hamish Hamilton, e dice: “Il problema è che in questa storia non c’è altro che stile, dialoghi e personaggi”. L’autore di Chicago è molto critico sulla trama. Sempre con Hamilton: “La storia ha dei punti deboli. […] Come noir è un po’ troppo complicato, ma come storia di persone è molto semplice. […] Ci sono angoscia e suspense, che stanno tutte nella scrittura.”
Il risultato, in realtà, è particolarmente potente. Il libro scorre veloce e il lettore si lascia accompagnare da Philip Marlowe in una sequela di eventi e di personaggi che ancora oggi dettano gli stili della letteratura contemporanea di genere.

(Cristian Fabbi)


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