La crudeltà verso gli animali è crudeltà verso noi stessi

Poco tempo fa il mio collega “nero” Daniele Picciuti, su Facebook, ci ha esortato a firmare una petizione per costringere la Danimarca a chiudere i bordelli di animali. Pur conoscendo la zoofilia (dal greco zôon “animale” e philia, “amore”, perciò l’atto di intrattenere rapporti sessuali con gli animali) come perversione umana, confesso che non credevo potesse essere non solo tollerata ma perfino legalizzata in uno Stato “civile”.
Mi sono già in passato occupata di crudeltà verso gli animali sul sito La Tela Nera; dopo una scoperta simile mi sento obbligata a tornare sull’argomento. Prima di tutto voglio ricordare che l’uomo è un animale, perciò non c’è molta differenza tra chi fa violenza contro un animale o contro un uomo. Affermazione che può sembrare esagerata, perciò la spiego subito, prendendo prima in esame le due solo apparentemente diverse tipologie di vittime sopracitate.

Sono entrambe creature viventi che sperimentano dolore e angoscia, tanto da mostrare segni fisici e psichici delle sofferenze subite, fino a morire per le conseguenze. Ci commuoviamo di fronte alla storia dei cani che per anni aspettano fedeli i padroni anche dopo la loro morte: facciamolo anche per quanti vengono maltrattati e abbandonati. Tornando invece all’autore: che la vittima sia a due o quattro zampe, egli prova lo stesso piacere nel controllare e somministrare dolore a una creatura indifesa che si trova alla sua completa mercé.
Già nel 1953 l’etologo e piscoanalista inglese John Bowlby riconosceva che “La crudeltà verso gli animali e verso gli altri bambini è un tratto caratteristico, sebbene non comune, dei delinquenti non empatici. Manifestazioni occasionali di crudeltà senza senso sono ben conosciute in alcune forme di malattie mentali”. Nel 1987 la crudeltà sugli animali è stata inoltre inserita fra i sintomi indicativi del disordine della condotta nel DSM-III-R (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).
Se questo non bastasse, è noto che molti futuri stupratori e serial killer hanno sfogato durante l’infanzia il loro desiderio/bisogno di fare del male sugli animali, prima di passare agli esseri umani. Nell’infanzia e nell’adolescenza di molti serial killer si riscontrano infatti i seguenti comportamenti comuni, raggruppati sotto il nome Triade di MacDonald: enuresi, piromania e proprio l’aver commesso torture sugli animali. Gli assassini seriali, dunque, mostrano molto precocemente la mancanza di empatia che li porta da adulti ad accanirsi su vittime innocenti, ridotte a giocattoli come lo erano gli animali che hanno torturato da bambini.
In Italia il fenomeno delle crudeltà verso gli animali è sempre stato sottovalutato e solo nel 2010 si sono recepite le direttive europee. Con la legge 189/2004 anche il nostro codice penale prevede, tra l’altro, che: “chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale è punito con la reclusione da 3 mesi a 1 anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. La pena è aumentata della metà se l’animale muore” (art. 544-ter).

(Biancamaria Massaro)


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