Cyberbullismo: i pericoli di un uso non consapevole della vita virtuale

Presentiamo la prima parte del Dossier Adolescenti e social. Cyberbullismo: i pericoli di un uso non consapevole della vita virtuale. Approfondimento a cura di Biancamaria Massaro.


Il 26 gennaio scorso si è saputo che in Lousiana (USA), davanti a un negozio Walmart, quattro ragazzine di età compresa tra i 12 e i 14 anni hanno accoltellato a morte una quindicenne. Il delitto è stato postato in diretta su Facebook e Instagram: si è trattato di un caso estremo di cyberbullismo? Non posso rispondere: in Italia non abbiamo più avuto notizie perché gli spazi dell’informazione sono tutti occupati dalla crisi di governo e dalla pandemia.
In compenso, si è parlato molto di Antonella Sicomero, la bambina di appena 10 anni che è morta per asfissia il 21 gennaio nel bagno di casa sua a Palermo, dopo essersi annodata la cinta di un accappatoio intorno alla gola. È stato un incidente avvenuto durante una Challenge, una delle tante sfide che circolano su Tik Tok? Non è chiaro, le indagini sono ancora in corso.
Le due morti sono geograficamente lontane tra loro ma hanno molto in comune: vittime e carnefici sono minorenni che hanno avuto accesso troppo presto ai social. Social che neanche gli adulti spesso usano in modo corretto e consapevole, perciò sono inadatti a spiegare ai figli i pericoli del mondo virtuale, tant’è che li autorizzano a iscriversi violando il limite di età previsto e lo smartphone è diventato il regalo preferito per la Prima Comunione.

Già i preadolescenti (8-10/11 anni) si stanno abituando ad avere almeno un’immagine pubblica sui social (ben pochi, infatti hanno il profilo privato), in un’età in cui non sanno ancora difendersi nella vita reale, quella in cui – si spera – gli adulti sono figure protettive e ci si può scegliere gli amici con cui parlare dal vivo e non interagire con generici “contatti”, spesso anonimi.

Sebbene i social abbiano un limite minimo di età per accedervi, si stanno riempiendo di foto e brevi video di bambini che si mostrano in attività divertenti e/o con pose sessualizzate: oltre a esserci la concreta possibilità che finiscano nelle mani, anche solo “virtuali”, dei pedofili (il grooming, l’adescamento di minori in rete, è sempre più diffuso), i piccoli filmmaker permettono – con il complice assenso/consenso degli adulti che non li controllano – che la loro autostima si formi sulla base della spasmodica ricerca di un like, della temuta ricezione dei dislike o, per certi versi peggio ancora, dell’essere ignorati. Il desiderio di accettazione da parte dei pari, inoltre, porta i giovani a cercare chat di individui con interessi simili e, purtroppo, problemi: si capisce perciò il successo di gruppi, per esempio, in cui ci si incoraggia a vicenda a portare avanti atti di di autolesionismo o si esalta l’anoressia.
Non è però mia intenzione demonizzare i social: ricordo che in periodo di emergenza Covid-19, sono stati fondamentali per far restare in contatto le persone, in particolare i minori: senza più un luogo fisico dove incontrarsi – la scuola e i centri sportivi son stati i primi a chiudere e gli ultimi a riaprire – grazie alle piattaforme on line hanno potuto continuare a mantenere i rapporti di amicizia e studiare.
Come il più delle volte, non è lo strumento il problema, ma il suo (ab)uso.

Quello che per gli adulti è un nuovo mezzo di comunicazione da imparare, ma che rimane un secondo e meno importante metodo di interazione umana, per i giovani sta diventando invece quello predominante, quello dove incontrarsi e scontrarsi, tant’è che il bullismo digitale sta sostituendo quello reale e l’esclusione dai gruppi virtuali o l’essere presi di mira in uno di essi può portare all’esclusione sociale e alla depressione.
A volte alla base di tutto c’è solo un’inconsapevole leggerezza. Immaginiamo la classica “figuraccia” che ognuno di noi può fare in classe e di cui fino a poco tempo fa se ne parlava in un gruppo ristretto al massimo per qualche giorno e poi poteva essere dimenticata; ebbene, oggi quell’episodio può essere filmato e condiviso in qualsiasi momento e su diversi social, perciò può perseguitare la vittima anche se cambia scuola, diventando stigma sociale. Ma il tutto è iniziato con un innocente click e la prima condivisione.
Altre volte, proprio come nel bullismo tradizionale, c’è invece una manifesta volontà di fare del male e di mostrarlo al maggior pubblico possibile.
Nel romanzo I due mondi di Eva, l’autrice, Marta Duò, ci mostra proprio come il bullismo possa isolare la protagonista all’interno della classe reale (le parlano solo per offenderla) e virtuale (la tolgono da tutte le chat, dove però continuano a prendersi gioco di lei in modo sempre più pesante), tanto che la ragazza si rifugia sempre più spesso in un mondo onirico, l’unico posto dove riesce a sentirsi meglio; quando la persecuzione on line sale di livello con la creazione di un profilo falso su Instagram dove viene inserito materiale al limite del pedopornografico, la depressione porterà Eva a percorrere un cammino che la cambierà per sempre.

Quanto è grave il problema in Italia?
Il sito Skuola.net ha pubblicato nella primavera del 2016 i risultati di una ricerca sulla correlazione tra suicidio e cyberbullismo. Ne pubblico parte del comunicato stampa di presentazione:
Il legame tra autolesionismo, depressione e suicidio – tentato o compiuto – e cyberbullismo e bullismo è sempre più evidente ed è ciò che emerge con chiarezza da una ricerca di Skuola.net e AdoleScienza.it, effettuata intervistando sul territorio 7000 studenti di 11 scuole superiori di tutta Italia. Il bullismo è di gran lunga più comune: circa il 20% del campione dichiara di esserne stato vittima, contro il 6,5% del cyberbullismo. Eppure, le conseguenze della violenza on line si rivelano ben più pericolose.
Tra le vittime di cyberbullismo, infatti, circa la metà ha pensato di togliersi la vita, e una pari percentuale pratica autolesionismo: si fa cioè intenzionalmente del male, si taglia con lamette o altri oggetti appuntiti, si brucia, ha dato pugni al muro, ecc. L’11% di loro, poi, dichiara di aver addirittura tentato di uccidersi.
[…]
Ad aggravare la situazione, si aggiunge il dato per cui circa il 62% delle vittime di cyberbullismo confessa di essere preso di mira anche nella vita reale.
[…]
Le più esposte ad entrambi i fenomeni risultano le ragazze, in particolare per il cyberbullismo, dove il 62% delle vittime è femmina. Per il bullismo, si tratta del 53%.

Continueremo ad approfondire l’argomento del cyberbullismo nei prossimi articoli del Dossier.

(Biancamaria Massaro)