La figlia del boia, di Oliver Pötzsch

La figlia del boia, di Oliver Pötzsch
2012, 432 p.
Neri Pozza Editore
Genere: giallo storico

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barcaiolo, con il petto squarciato da tagli profondi. Sotto la sua scapola destra si scopre uno strano segno impresso con inchiostro viola: un cerchio sbiadito dalla cui estremità inferiore parte una croce.
Il bambino muore e non sarà l’unico. Qualche tempo dopo è la volta del piccolo Anton, trovato immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sul corpo del bambino c’è il medesimo segno: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe.
I due bambini si conoscevano. Insieme con la piccola Clara e altri due coetanei costituivano un gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice del villaggio.
Quando Clara – la mattina dopo che sua madre trova su di lei, sulla spalla destra, il fatidico cerchio – scompare al seguito di una sinistra figura con una mano di ossa, nessuno ha più dubbi: la strega assassina è la levatrice. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, Martha attende di essere arsa sul rogo.
Jakob Kuisl, il boia di Schongau, non crede alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon, il figlio del medico. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che forse è stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile che dovranno scoprire nel giro di una settimana, il tempo che separa Martha dal rogo.

Questo romanzo mi ha fatto perdere il sonno. Da parecchio tempo non mi capitava di far notte tarda divorando pagine, incapace di smettere.
Nella scelta sono stata attratta da due cose: l‘indagine storica attorno alla figura del boia, che si annunciava rigorosa, e il fatto che l’autore sia un diretto discendente di una importante stirpe di carnefici della quale narra: i Kuisl. Johann Jakob Kuisl era un suo avo; consiglio di leggere la postfazione dell’autore prima del romanzo, per capire come sia nato da racconti e documenti originali raccolti in famiglia e nella stessa Schongau.
La figlia del boia non è solo un giallo, è una ricostruzione storica fedele e documentata che ci catapulta nella Baviera del XVII secolo, con un’ambientazione meticolosa che arricchisce l’intreccio di particolari inaspettati quanto interessanti, e atmosfere suggestive che evocano immagini palpabili.

Stile. Definirei lo stile di Pötzsch armonioso, al completo servizio della storia. L’autore resta sempre un passo dietro i suoi personaggi e non si concede invasioni di campo con orpelli narrativi non necessari.
La scelta stilistica pulita e funzionale, attenta alle esigenze della storia e del lettore, rende la scrittura efficace e non prolissa, ma non per questo distante dall’epoca della quale narra: la fusione tra stile moderno ed esigenze evocative è in equilibrio perfetto.
I dettagli più efferati sono sempre funzionali alla trama e all’ambientazione e sono introdotti nella storia con una sorta di pudore narrativo che li eleva sopra ogni sospetto di ricerca dell’effetto speciale.

Trama e personaggi. L’architettura che sorregge la storia è solida e articolata; l’intreccio si dipana in modo lineare e chiaro, ma non per questo poco articolato: è come se una serie di torrenti, ognuno con il proprio corso, alla fine confluissero in un unico flusso, e per fare questo, senza creare confusione nel lettore, è necessaria una grande abilità narrativa.
L’autore non lascia mai passare più di una manciata di pagine senza introdurre un nuovo colpo di scena o un dettaglio fondamentale, mantenendo alta la tensione e l’attenzione del lettore.
A metà libro, però, mi sono chiesta se il ritmo stesse un po’rallentando. Ho dovuto subito ricredermi: non era il ritmo a essere lento, ma la mia impazienza a farmi scalpitare.
La domanda che mi sono posta a poche pagine dall’inizio è stata questa: l’intreccio sarà all’altezza della parte storica, così importante e quasi essa stessa protagonista?
La risposta, da parte mia, è sì: entrambe le componenti si armonizzano a tal punto da non permettere di distinguere la parte romanzata dagli elementi reali e comprovati; si rafforzano a vicenda, senza mai predominare l’una sull’altra.
I personaggi sono delineati con poche pennellate; si spiegano e prendono forma nel corso della storia, arricchendosi di chiaro-scuri e spessore.
Sono figure credibili, empatiche. Jakob Kuisl è complesso, intenso, lontano dal classico protagonista-eroe che tutto può; il suo essere non solo torturatore, ma anche uomo illuminato che cura con le erbe (particolare che corrisponde al vero, i boia Kuisl possedevano una fornita biblioteca a riguardo) lo rende sfaccettato e affascinante. Il giovane Simon è figlio di un medico della vecchia scuola, medico lui stesso ma più interessato ai libri del boia, di cui diventa discepolo, che a quelli stantii e inefficaci della medicina ufficiale. Magdalena, la figlia del boia, la “fanciulla insanguinata” come era usanza chiamare la discendenza femminile del carnefice, è anch’essa esistita: assieme a Simon rappresenta le idee illuminate che soppiantano a poco a poco, e non senza sacrificio, il vecchio potere/sapere che opprime e discrimina. Gli altri personaggi che gravitano attorno ai tre principali sono a loro volta protagonisti durante le righe di storia che li riguardano: un piccolo mondo che prende vita con le parole.
L’unica perplessità che ho avuto è sulla scelta del titolo: forse addirittura fuorviante.

Perché lo consiglio. Il valore aggiunto di questo romanzo è la conoscenza. Fa luce su una figura attorno alla quale gravitano stereotipi riduttivi e credenze screditanti e su una parte di storia trascurata: si studiano i grandi eventi che hanno cambiato il mondo, ma della vita quotidiana di chi ci ha preceduto si sa poco. Fa affiorare verità storiche spesso ignorate, che condiscono le vicende romanzate con il gusto dell’apprendere.
Rilevanti i riferimenti all’Inquisizione e all’orrore che portò anche in quelle terre: settant’anni prima dei fatti narrati, a Schongau ebbe luogo una caccia alle streghe tra le più sanguinose di Baviera; l’avo dell’autore, all’epoca boia del paese, giustiziò più di sessanta donne innocenti.

La figlia del boia apre una finestra su un passato efferato del quale le stesse vittime sono colpevoli: miserabili nella sostanza e nello spirito, che come belve impaurite si azzannano l’un l’altra invece di proteggere il branco. È una crudeltà che ancora non ci siamo lasciati alle spalle e che, ieri come ora, è drammatica e attuale.

 (Ilaria Tuti)


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