Non è un paese per…, di Maurizio Bertino

Giunse sopra l’affollata piazza e percorse un ampio cerchio. Le genti, intente nelle umane faccende, procedevano senza apparente logica, chi portandosi appresso buste colme fino a scoppiare, chi soffermandosi di fronte all’immensa costruzione la cui facciata era per metà oscurata da impalcature abbandonate. Avendo cominciato a odorare puzza di bruciato, decise che quello fosse il palcoscenico agognato quale conclusione del suo mezzo millenario viaggio e, con dignità e decoro, atterrò di fronte alla grande fontana in uno spazio sgombro da umani, ma densamente affollato da piccioni.
– Papà, guarda! Un super piccione!
Contrariata per la definizione con la quale era stata appellata, si voltò in direzione della vocina: un pargolo umano stava puntando verso di lei trascinandosi appresso un padre impegnato in una conversazione con qualcosa che teneva appoggiato all’orecchio.
– Papà papà! Posso dargli da mangiare?
– Va bene, ma non allontanarti – rispose quello.
Il bimbo le corse incontro e si fermò a una manciata di passi: riusciva appena a sostenere il suo sguardo, tanto era basso.
– Toh! – esclamò lanciando a terra un pezzo di mollica.
Lei lo fissò inclinando appena il capo e, con una zampata ben assestata, calciò la mollica proprio in mezzo al gruppo di piccioni che non persero tempo a fare la conta per decidere a chi dovesse spettare o per operare assennate divisioni: ci saltarono sopra in gruppo senza scontarsi colpi di becco.
– Papà papà! Il super piccione non vuole mangiare la mia mollica!
Non lo degnò d’ascolto, si voltò in direzione opposta e cominciò a zampettare cercando di erigersi il più possibile a sfoggio della propria beltà e fierezza.
– E quello cos’è?
Una voce di donna.
– Non so, ma di sicuro non un piccione.
Una voce d’uomo.
– C’è un circo in città, sarà scappato da lì?
Una stridula voce d’anziano.
– Non avvicinarti, magari è velenoso!
Una vecchia al nipote che credeva, anch’egli, che fosse un super piccione.
Costernata, si fermò per scrutarsi attorno: le genti continuavano il loro andirivieni e solo pochi fuggenti sguardi la colpivano di striscio.
– Sei una fenice?
Si voltò di scatto e si trovò di fronte un bambino intento a dividere i suoi sguardi fra lei e una tavolozza che stringeva fra le mani.
– Ti ho googlata: aspetto di un’aquila reale, piumaggio dal colore splendido, collo color d’oro, rosse piume del corpo e coda azzurra, ali in parte d’oro e in parte porpora, che non so che colore sia, ma comunque hai un colore strano, un lungo becco, lunghe zampe, lunghe piume… Stai su wiki. Sei una fenice?
Le sue ali cominciavano a fumare, il tempo era quasi giunto. Prese congedo dal bambino con un rispettoso cenno del capo e si voltò per iniziare a risalire la scalinata, proprio di fronte alla grande costruzione, che l’avrebbe portata fin sul palcoscenico dove avrebbe potuto inscenare il suo grande spettacolo: quello per il quale ogni volta doveva attendere cinquecento lunghi anni.
Non ci arrivò mai, prese fuoco prima.
Stupita per non essere riuscita a trattenersi entro i tempi che si era prefissata, rotolò avvolta dalle fiamme lungo gli scalini già risaliti. Non aveva potuto allargare le ali, mettersi in posa e sfoggiare la spettacolare ritualità del suo essere, ma quello che le fece più male furono le parole che, mentre si trasformava in cenere, sentì provenire dal suo pubblico.
– Quel bambino con il tablet gli ha dato fuoco con l’accendino, l’ho visto!
– Ma cos’era? Un super piccione?
– Ma no, sarà fuggito da qualche zoo!
– O magari da quel circo!
– Ma che puzza! Chiamate qualcuno!
– Povera bestia! Sta continuando a contorcersi, che qualcuno le tiri una botta in testa!
– Ecco, bra…
Silenzio.

Rinacque dalle sue ceneri raccolte in un sacchetto dell’immondizia gettato in un angolo della grande piazza. Era il primo giorno della sua nuova vita: lo inaugurò piangendo.
Infine si alzò in volo e scomparve nello smog della notte.


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