Zeder, di Pupi Avati

Giuseppe Avati, conosciuto come Pupi, è uno dei registi più importanti del cinema italiano. La sua produzione è eclettica e variegata, tocca tanto le commedie quanto gli horror, con ottimi risultati in entrambi i campi. Le incursioni di Pupi Avati nel contesto del cinema di genere sono caratterizzate da una poetica e una maniera tutta personale di interpretare la suspense e il terrore. Nel campo dell’horror il suo film più apprezzato e conosciuto è sicuramente Zeder, lungometraggio del 1983.

La storia ruota attorno all’esistenza di misteriosi terreni, i cosiddetti terreni K, ipotizzati dal professore Paulo Zeder e studiati dal professor Meyer. Secondo le ricerche di Zeder, i terreni sarebbero, grazie a particolari proprietà chimico-fisiche, dei varchi tra la vita e la morte e permetterebbero di tornare dall’aldilà se si viene seppelliti nel loro sottosuolo. Il protagonista del film è Stefano, un giovane scrittore che riceve in regalo dalla moglie Alessandra una vecchia macchina da scrivere. In essa rinviene un vecchio nastro che parla dei terreni K e la vicenda inizia a incuriosirlo. Ben presto, per Stefano, il mistero attorno ai terreni K e al precedente possessore della macchina da scrivere, il parroco don Luigi Costa, diventa una ossessione. Per lui inizia una vera e propria ricerca della verità.

Pupi Avati è un maestro nel gestire la suspense e la tensione. Già in un suo precedente film, La casa dalle finestre che ridono, aveva mostrato una grande capacità di mantenere viva l’attenzione dello spettatore nei riguardi della storia, e conferma questa eccellenza narrativa anche in Zeder. Per essere un film espressamente horror e dedicato al tema dei ritornanti – degli zombie quindi – è lento e mai frettoloso. Dura un’ora e mezza circa, ma quasi tutta la componente più tipicamente orrorifica è concentrata negli ultimi minuti, nelle  sequenze finali cariche di una disperazione drammatica che trascende la portata del genere a cui la pellicola appartiene. Avati non versa una goccia di sangue, non indugia sui particolari truculenti, non fa avvenire nulla di veramente terribile, eppure l’impatto visivo è devastante. La portata quasi apocalittica di quello che viene mostrato è palpabile e terrificante. Il finale è duplice: da una parte abbiamo la vicenda misteriosa riguardante don Luigi Costa, dall’altra abbiamo la storia personale di Stefano e della moglie Alessandra, combattuta per l’evidente ossessione che le indagini stanno rappresentando per suo marito. I due filoni trovano conclusione, e riunificazione, nelle sequenze terminali, in un crescendo di disperazione e ineluttabilità che è così forte proprio grazie alla sapiente cura riversata in tutto il film per la costruzione della giusta tensione e suspense.

La poetica di Avati emerge anche nelle ambientazioni, nel contrasto tra il mistero e l’horror e le istituzioni tradizionali e quotidiane, nella commistione con la mitologia e il folclore popolare. Si è parlato più volte, per l’opera di questo regista, di “gotico rurale”. Questa è sicuramente una definizione azzeccata, se si pensa al contrasto tra una città come Bologna che ignora ciò che si nasconde alla vista, ovvero i terreni K, e la campagna attorno a Rimini, dove la presenza di questi terreni si fa sempre più marcata e in cui il ritorno dalla morte si manifesta sotto gli occhi sconvolti del povero Stefano – e con una marcata risata di sottofondo – a sbeffeggiare tutte le convinzioni razionali della società civile. Una risata che gela il sangue nelle vene. Il gotico rurale riguarda poi i personaggi stessi, sospesi tra la quotidianità ignara e la consapevolezza dell’elemento sovrannaturale dei terreni K. Da questo punto di vista è esemplare il personaggio di Benni: un vecchio che non viene considerato dai suoi compaesani per quanto riguarda la sua conoscenza dei terreni K, ma che suscita inevitabilmente la curiosità di Stefano nonostante venga trattato dagli altri alla stregua di un vecchio ubriacone.

Pupi Avati mette in scena il mistero della morte e della resurrezione, contrappone razionalità e fede, suggerisce riflessioni su morale ed etica. Tutto questo è Zeder, per quanto ad alcuni possa risultare incredibile che un semplice film horror riesca a trasmettere tutti questi messaggi. E nel finale Avati lancia il suo messaggio più importante, quello della disperazione e del dolore, sentimenti che fanno annichilire tutto il resto, che mettono in secondo piano tutti i dilemmi etici, i ragionamenti e le indagini. Alla fine dei conti, quello che rimane è l’urlo dell’uomo di fronte alla morte.

(Gianluca Santini)


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