La ragazza che sapeva troppo

Il giallo, all’interno del panorama cinematografico italiano, è già presente in alcune pellicole minori degli anni Cinquanta. Quello che però viene comunemente riconosciuto come primo film giallo italiano è La ragazza che sapeva troppo, diretto da Mario Bava, uno dei maestri del thriller e del fantastico del cinema nostrano. Uscita nel 1962, è una pellicola che forma tutti i principali aspetti caratteristici del giallo all’italiana, genere portato al successo internazionale dai successivi film degli anni Settanta firmati da Dario Argento. Il titolo di questo film omaggia in maniera diretta L’uomo che sapeva troppo, uno dei tanti capolavori di Alfred Hitchcock, ma la collocazione della vicenda è tipicamente italiana.

La città di Roma è il teatro per una serie di omicidi efferati, caratterizzati dall’ordine alfabetico del cognome delle vittime. Nora Davis, interpretata da una divina Letícia Román, è una turista venuta in viaggio in Italia, ma la sua permanenza nella capitale si trasforma presto in un incubo. Assiste, dopo aver battuto la testa, a un delitto: una donna viene uccisa con un coltello davanti a lei. Una serie di circostanze fanno diventare Nora una testimone inattendibile agli occhi della polizia, al punto da farla passare per ubriaca o pazza. La ragazza quindi continua le indagini per conto suo, aiutata dal dottor Marcello Bassi, invaghitosi di lei fin dal primo incontro.

Già dal nucleo narrativo si possono individuare elementi tipici di questo genere: il ruolo centrale di un testimone oculare, l’inettitudine e la marginalità della polizia, l’assassino che uccide con un coltello. La stessa follia dell’assassino, manifestata soltanto durante le uccisioni e mai durante la vita “normale”, è un elemento tipico di questo filone cinematografico. L’elemento centrale nell’intera pellicola però è lo spazio, inteso come mezzo principale attraverso cui costruire la suspence e la tensione.
Esistono due dimensioni spaziali in questa pellicola: quella esterna e quella interna. La prima è rappresentata essenzialmente dalla scalinata di Trinità dei Monti, ed è visivamente slanciata in verticale, grazie a delle inquadrature particolarmente ricercate da Bava. Basti pensare alla ripresa iniziale dello scippo che subisce Nora, a cui seguirà la visione dell’omicidio, oppure la scena in cui la ragazza va a prendere un taxi, in cui lo spettatore è posto al livello dei gradini della scalinata e vede la scena da lontano, nella parte alta dello schermo. Piazze, strade e scalinate diventano quindi luoghi di terrore. La seconda dimensione spaziale è invece quella interna, come detto, e si sviluppa essenzialmente in orizzontale. Ad esempio la casa dei Craven-Torrani, che ospitano Nora durante il suo soggiorno in città, o ancora l’appartamento vuoto e desolante del giornalista Landini, il cui corridoio si allunga in profondità, moltiplicando all’infinito la sensazione di angoscia e pericolo rappresentata dalle porte aperte che conducono alle varie stanze.

Bava, grazie a queste due dimensioni contrapposte, riesce a legare la città di Roma a sensazioni di paura e angoscia. Il confronto tra le scene con componenti thriller e quelle tranquille in cui Nora fa la turista accentua questa sensazione. È lo stesso dottor Bassi che a un certo punto si rivolge alla ragazza descrivendo la vera Roma, quella conosciuta a tutti come meta turistica e affascinante luogo ricco di monumenti e felicità. Il dottore dice, riferendosi alla sua città: “un sogno forse, mai un incubo”. La realtà che invece emerge durante la visione è che l’incubo si annida proprio all’interno della vita cittadina romana, sotto agli occhi di tutti. Celato nell’ombra, in contrapposizione alla luce delle giornate estive e turistiche. Da questo punto di vista la scelta del bianco e nero è funzionale alla sensazione di tensione che il regista costruisce pian piano durante lo svolgersi della vicenda.
Mario Bava dirige quindi un film storico, nel contesto cinematografico italiano. Una pellicola imperdibile per qualità tecnica e riprese di notevole impatto emotivo. Un film che ogni appassionato di cinema di genere deve aver visto almeno una volta nella vita.

(Gianluca Santini)


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