22/11/’63, di Stephen King

librokingTitolo: 22/11/’63
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2011
Pagine: 737
Prezzo: 7,99 euro (ebook) 15,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Jake Epping ha trentacinque anni, è professore di inglese al liceo di Lisbon Falls, nel Maine, e arrotonda lo stipendio insegnando anche alla scuola serale. Vive solo, ma ha parecchi amici sui quali contare, e il migliore è Al, che gestisce la tavola calda. È proprio lui a rivelare a Jake il segreto che cambierà il suo destino: il negozio in realtà è un passaggio spaziotemporale che conduce al 1958. Al coinvolge Jake in una missione folle e follemente possibile: impedire l’assassinio di Kennedy. Comincia così la nuova esistenza di Jake nel mondo di Elvis, James Dean e JFK, delle automobili interminabili e del twist, dove convivono un’anima inquieta di nome Lee Harvey Oswald e la bella bibliotecaria Sadie Dunhill. Che diventa per Jake l’amore della vita. Una vita che sovverte tutte le regole del tempo conosciute. E forse anche quelle della Storia.

La recensione di Nero Cafè

Mi sono avvicinata al genere horror attorno ai dodici anni ed è stato proprio grazie a Stephen King, di conseguenza gli sono ciecamente fedele anche in quelle opere che, a onor del vero, non sembrano uscire dalla penna del Re dell’horror.

La narrazione è controversa: in alcuni passaggi non avanza, è lenta, sa di stantio, mentre in altri fila con maggior fluidità. Questo accade, probabilmente, perché vi sono picchi in cui il lettore si sente più coinvolto, mentre in altri mastica azioni ed emozioni scontate, dette e ridette all’inverosimile. Tuttavia, l’intreccio che l’autore presenta – grosso modo lineare – è ben strutturato e il narratore in prima persona rende possibile un’introspezione profonda grazie alla quale il lettore riesce ad afferrare meccanismi e comportamenti che, con un narratore in terza, seppur onnisciente, gli sarebbero preclusi. Lo stile del romanzo è kinghiano e non c’è altro modo di definirlo: periodi complessi, dalla sintassi ricca e articolata, che denotano non solo la meravigliosa padronanza linguistica dello scrittore, ma anche una propensione al perfezionismo lessicale (perfezionismo che, come vedremo, è andato a farsi benedire a causa di una traduzione davvero pedestre).
Per il resto, il Re lo si ritrova pienamente nella caratterizzazione dei personaggi, ben definiti sotto l’aspetto fisico e psicologico e ideologico. Bellissime le descrizioni di Marina, la moglie di Lee Oswald, di cui King riesce a dipingere la triste bellezza con tocchi sapienti di penna. Un riferimento doveroso ai dialoghi, sempre vivi, sempre veri, capaci di differenziare i personaggi e darne concretezza. Ottime le ambientazioni, tridimensionali e realistiche, perfettamente in linea con il periodo storico trattato.

22/11/’63, per me, è uno dei titoli firmati Stephen King più controversi e di difficile catalogazione, quindi è complicato dare un giudizio univoco. Mi spiego meglio.
In primis, è necessario dire che la lettura è inficiata da una traduzione davvero terribile, sgrammaticata e ridondante. Punteggiatura “messa a caso” (ho perso davvero il conto delle virgole tra soggetto e verbo), refusi e una marea di avverbi di modo non presenti nel testo originale. E già qui non ci siamo. A peggiorare le cose sono gli eventi proposti dall’autore stesso: un “librone” che, a ben rifletterci, si sarebbe potuto dimezzare senza problemi. Tediosissime le parti relative alla storia d’amore tra Jake e Sadie, così barbose che persino io (amante di Hugo, Dickens e Dostoevskij, quindi non parliamo propriamente di letture leggere) ho avuto più volte l’istinto di chiudere il libro e non aprirlo mai più. Loro e quella dannata torta paradiso sono stati molto spesso sul punto di farmi saltare tutti i nervi in un colpo solo. Di conseguenza, se dovessi valutare il libro sotto l’aspetto puramente narrativo, appiopperei un coltello e mezzo giusto perché sono una grande fan di King e ho per lui un occhio di riguardo.
C’è un però. Dopo aver imprecato in tutte le lingue del mondo, anche quelle morte, e aver chiuso il libro, mi sono resa conto che io, schifosissime torte paradiso a parte, ero lì. Sì, esatto, ero lì, ero nell’America anni Sessanta, ero a Dallas il giorno dell’attentato a J.F. Kennedy; io ero per quelle vie e respiravo sia l’enfasi della popolazione acclamante sia la folle rabbia di Oswald; ero lì e vedevo i palazzi, le fabbriche, le auto, i vestiti. Questo significa solo una cosa: il lavoro di ricerca e di riproduzione storica è stato immenso, attento e maniacale. King è riuscito nell’intento di dipingere come un meticoloso pittore fiammingo gli Stati Uniti di quegli anni, rendendoli accessibili a qualsiasi lettore capace di resistere sino alla fine del libro. Ciò glielo si deve riconoscere e, di conseguenza, se dovessi valutare l’intera opera come ricostruzione storica sarei propensa ad attribuire la valutazione piena.
Dunque, dove sta la verità? Secondo me, la verità sta nel mezzo e ciò giustifica il mio giudizio finale.

Un’ultima cosa, forse la più importante. Consiglio o no la lettura del libro?
Se avete pazienza, nervi saldi e soprattutto siete curiosi di conoscere l’America anni Sessanta e le dinamiche dell’assassinio di Kennedy, la risposta è senza alcun dubbio sì.
Se, al contrario, cercate una lettura coinvolgente e in grado di farvi venire i brividi, la risposta non può che essere no.

Estratto

Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Uomini con martelli, uomini con coltelli, uomini con pistole. Donne che pervertono ciò che non possono dominare e denigrano ciò che non possono capire. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre.

Valutazione: tre coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhiop tre coltelli


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La scatola a forma di cuore, di Joe Hill

461978886061GRA_1_227X349_exactTitolo: La scatola a forma di cuore
Autore: Joe Hill
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2008
Pagine: 367
Prezzo: 10,50 (cartaceo)

Sinossi

Judas Coyne, mito invecchiato del rock death-metal, è un collezionista del macabro: un ricettario per cannibali, un cappio da boia di seconda mano, un film snuff. Ma niente può competere con quell’oggetto in vendita su Internet: “Vendesi il fantasma del mio patrigno al miglior offerente…” dice l’annuncio. E Judas Coyne ha già la carta di credito in mano. Per mille dollari diventa l’unico proprietario di un abito che appartiene a un uomo morto. Judas Coyne non ha paura. È da una vita che gestisce una serie di fantasmi: quello di un padre molestatore, delle amanti abbandonate senza cuore, degli amici traditi. Ma quello che gli porta il corriere in una scatola a forma di cuore non è un fantasma come tutti gli altri. L’ex proprietario dell’abito è “morto e vegeto” ed è ovunque: dietro la porta della camera da letto, seduto nella Mustang restaurata di Judas, in piedi davanti alla finestra, dentro lo schermo gigante del suo televisore, nel corridoio con un rasoio affilato appeso a una catena nella sua mano scheletrica. E sempre in attesa.

La recensione di Nero Cafè

Altro libro, altra “rece”. Mi sono avvicinata a Joe Hill partendo dal suo primo lavoro tradotto in italiano, La scatola a forma di cuore, per l’appunto, che è rimasta per anni nella mia libreria in attesa di essere sfogliata. Quando, finalmente, ho sentito il suo richiamo, mi sono immersa nella tanto attesa lettura.
N.B.: Prima di proseguire con l’analisi del testo (e, quindi, prima che voi visitatori andiate avanti nella lettura) vorrei fare una puntualizzazione: sappiamo tutti che Joe Hill è il figlio di Stephen King, che ha deciso di non sfruttare il suo vero cognome per una lunga serie di motivi; ciononostante, egli – Joe, intendo – è uno scrittore a se stante che merita di essere valutato in maniera del tutto indipendente, senza dover godere o subire l’ombra del padre. Di conseguenza, non farò riferimenti a King e il mio giudizio non verrà influenzato (né in senso positivo né in senso negativo) dal grado di parentela che ha Hill col Re dell’horror.

La narrazione è scorrevole, la storia scivola bene pagina dopo pagina (tranne alcuni passi piuttosto lenti) e riesce a coinvolgere sufficientemente il lettore tanto da farlo giungere al termine del libro. Hill presenta una scrittura interessante, caratterizzata da una sintassi varia che ondeggia da proposizioni brevi e dirette a frasi più complesse ed elaborate, in grado di trasmettere al lettore la sua cultura narrativa del genere horror. Alcuni stralci sono dei veri e propri gioiellini stilistici, ricchi di metafore e dettagli pur senza scadere in barocchismi inutili. Nei vari capitoli troviamo un discreto mix tra azioni, dialoghi e descrizioni, che riportano a letture di stampo meno moderno e più tradizionale, in contrapposizione a una società e a tematiche prettamente attuali. La struttura non è lineare e si snoda su differenti piani temporali (e materiali), ma il romanzo non perde di immediatezza.
I personaggi sono credibili e propongono vere e proprie persone dei giorni nostri, con il loro passato alle spalle e i loro deliri interiori, i loro vizi, le loro speranze per il futuro. A rafforzare la concretezza dei protagonisti vi sono dialoghi differenziati in base all’interlocutore (sebbene, a volte, risultino banalotti, ritriti) e un’impalcatura psicologica individuale che regge, eppure già dopo la prima cinquantina di pagine il lettore incontra figure stereotipate. Questo inficia pesantemente l’originalità dell’opera e rischia di far storcere il naso a un pubblico smaliziato o conoscitore del genere. Al contrario, le ambientazioni sono molto accurate e l’autore diversifica con maestria gli Stati americani settentrionali da quelli meridionali: questo disegna con chiarezza il divario (ambientale e sociale) che spacca, da sempre, in due gli USA e i rispettivi abitanti.
Ho trovato la lettura gradevole, seppur non troppo impegnativa. Ho molto apprezzato lo stile dello scrittore e in particolar modo ho amato le sue descrizioni. Tuttavia (sì, con me c’è sempre un “tuttavia”, un “ma” o un “però”) mi è parso di leggere un autore ancora acerbo sotto alcuni punti di vista, che ricade in cliché e convenzioni di cui è satura la narrativa mondiale. La storia presentava un potenziale enorme, sebbene la tematica dello spirito infuriato e vendicativo sia stata sviscerata in tutte le forme possibile, ma Hill sembra essersi voluto accontentare di scrivere un romanzo gradevole e nulla più. Peccato, perché, secondo me, ci sono la cultura e il talento adatti a offrire una lettura indimenticabile, ma sembra abbia peccato di pigrizia, specialmente nel finale, frettoloso, quagli gli fosse andata a noia la sua stessa narrazione (o magari, visto la lungaggine di alcuni passaggi, è davvero così).
Sufficiente, Joe, ma nulla di più.

Lettura consigliata a chi cerca un romanzo di intrattenimento senza troppe pretese.

Estratto

Quel bosco dietro il Days Inn era molto diverso dalla foresta che circondava la fattoria di Piecliff, New York. Era un tipico bosco del Sud, aveva un odore dolciastro di putrefazione e muschio bagnato e argilla rossa, di zolfo e acque di scarico, orchidee e olio per motori. L’atmosfera stessa era diversa, l’aria più densa, più calda, umida e appiccicosa. Come un’ascella. Come Moor’s Corner, dove Jude era cresciuto. Angus (uno dei due cani di Jude – NdR) cercò di afferrare con la bocca qualcuna delle lucciole che si libravano qua e là tra le felci, simili a perle di eterea luce verde.

Valutazione: tre coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhiop tre coltelli


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Slumber – Il demone del sonno

imagesTitolo: Slumber – Il demone del sonno
Regia: Jonathan Hopkins
Genere: horror
Anno: 2017
Attori: Maggie Q (Alice Arnolds). Kristen Bush (Sarah Morgan), Sam Troughton (Charlie Morgan), Lucas Bond (Daniel Morgan), Honor Kneafsey (Emily Morgan), Will Kemp (Tom Arnolds), Sylvester McCoy (Amado).

Trama

Alice, affermata dottoressa che si occupa di disturbi del sonno, quando era ancora una bambina ha visto il fratellino morire in seguito a una crisi di sonnambulismo, evento dal quale non si è mai totalmente ripresa. Un giorno, nella clinica dove lavora, si presentano i coniugi Morgan, già reduci dal lutto in tenerissima età di un figlio, insieme ai due bambini Daniel ed Emily: negli ultimi tempi tutti i membri della famiglia e in particolare il più piccolo hanno cominciato a manifestare inquietanti disturbi del sonno, risvegliandosi in piena notte in preda al terrore e intenti a compiere gesti potenzialmente pericolosi.
Alice decide di studiare il caso ma ritiene inizialmente che sia frutto della paranoia, convinzione che si afferma dopo l’arresto del padre, accusato di aver abusato dell’ultimogenito. La dottoressa dovrà però ben presto ricredersi.

La recensione di Nero Cafè

Ho visto questa pellicola attratta principalmente dalla locandina (semplice e sobria, molto elegante) e dall’argomento esposto. Prima di tutto, facciamo una (spero) breve carrellata sugli aspetti tecnici del film.

La regia non è malaccio, vi sono dei passaggi d’immagine davvero carini e la fotografia, pur non eccellendo, propone luci e inquadrature molto naturali. La storia, però, è lenta, lentissima, e le inquadrature naïf non sono sufficienti a donare i guizzi necessari a far innamorare né trasalire lo spettatore (a parte un paio di jumpscare, l’adrenalina rischia di raggiungere i minimi storici). La trama, comunque, pur ricordando alcune pietre miliari del cinema di genere (Nightmare in primis), risulterebbe interessante e avrebbe potuto offrire spunti ottimi per una pellicola davvero gustosa, ma purtroppo ricade nella fiacca ovvietà. I dialoghi sono accettabili, prevedibili ma coerenti, e i personaggi discreti, sebbene non riescano a prendere davvero tridimensionalità e risultare vere e proprie persone. Buono, invece, il doppiaggio e validissima anche l’interpretazione degli attori principali, in particolar modo Lucas Bond (il piccolo Daniel Morgan) e Sam Troughton (Charlie Morgan); dimenticabili alcuni personaggi, principali e secondari, e relative interpretazioni.
Slumber – Il demone del sonno è un film low cost, girato principalmente in ambienti interni e con effetti speciali ridotti all’osso. Questi ultimi sono discreti, anche se risultano molto semplici e, con qualche sforzo in più, la pellicola ne avrebbe senza dubbio guadagnato. Per concludere, i costumi sono adatti ai personaggi proposti, mentre la colonna sonora non risulta in particolar modo interessante.
Il film parte bene e sfocia in un finale così ovvio da risultare imbarazzante. Peccato, perché nei primi venti minuti incuriosisce e l’atmosfera che permea la storia è davvero buona. L’ho già detto, ma lo ripeto: la narrazione ha del potenziale, ma è mal sviluppata, poco innovativa, col risultato che la pellicola sembra non finire mai. A discapito dell’ideatore e del regista devo anche dire che il tema scientifico, pur risultando interessante e offrendo un ventaglio di possibilità quasi infinito, non è facile da trattare se non (s)cadendo in stereotipi di genere di bassa categoria.
Nel complesso, quindi, un film nella media, una media che, nel caso dell’horror, è molto bassa, ultimamente.

Film dimenticabile. Non lo consiglio.

Valutazione: due coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhiop due coltelli e mezzo


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Nel giardino dei fiori che uccidono, di Andrea Costantini

covercostantiniTitolo: Nel giardino dei fiori che uccidono
Autore: Andrea Costantini
Editore: Echos Edizioni
Anno: 2017
Pagine: 156
Prezzo: 12,00 euro (cartaceo)

Sinossi

I personaggi di questi racconti ci provano a vivere una vita normale, fanno di tutto per essere felici. Ma il male fiorisce e questo libro è un giardino, dove puoi trovare fiori che sbocciano malati. Dove puoi sentire le loro radici rimescolare dentro gli abissi oscuri nascosti in ognuno di noi… Quando fu fuori in giardino, i sensi di colpa e il dolore al braccio svanirono. Nessuna sensazione era paragonabile allo spettacolo raccapricciante che gli si materializzò davanti agli occhi, sulla strada di casa. Per la prima volta in vita sua, vide di cosa era capace l’essere umano, quanto disgustosa fosse la creatura che aveva conquistato il mondo. Era nel bel mezzo dell’effetto Bella di Notte. Era l’inferno sulla Terra.

La recensione di Nero Cafè

Per anni sono stata razzista nei confronti delle raccolte di racconti (esclusi i tanto amati classici) e col tempo mi sono pentita e autopunita per aver di certo rinunciato a letture interessanti, di un certo spessore, come nel caso di Andrea Costantini e del suo Nel giardino dei fiori che uccidono. Il primo elemento che mi ha colpito della sua opera è stata la copertina, molto evocativa e particolarmente adatta tanto al genere quanto al titolo e ad alcuni accenni presenti nel testo.
Piccolo avvertimento prima di continuare: la recensione sarà più lunga del solito.

La raccolta è composta da sei racconti di genere horror fantastico. Le tematiche trattate sono differenti, ma tutti, in un certo senso, fanno riferimento al titolo, vuoi per la trama (Questione di concime) vuoi per allegoria (Effetto Bella di Notte, Contratto a tempo determinato, Amori perduti) o vuoi per metafore e similitudini presenti nei testi (Il riflesso, I cattivi pensieri di Mino). Non manca mai, quindi, un cenno al mondo dei fiori. La narrazione è scorrevole, è coinvolgente e gli intrecci delle varie trame, seppur proposti in maniera diversa (in alcuni casi troviamo dei flashback, in altri uno svolgimento lineare), riescono a coinvolgere il lettore. Lo stile subisce piccole variazioni in base al racconto, ma mantiene degli standard costanti, quali una sintassi ricca e una narrazione densa di metafore, le quali riescono a rafforzare le immagini senza appesantire la comprensione né la lettura). Tuttavia, lo stile è sobrio, deciso e spietato: arriva dove deve e prende a pugni stomaco e cuore del pubblico.
Le ambientazioni sono spesso minuziose, altre volte lasciate all’immaginario del lettore, ma Costantini è furbo e apre la raccolta con un racconto in cui l’ambiente circostante è descritto a trecentosessanta gradi. Ciò proietta subito il lettore in un determinato e inconfondibile contesto nostrano, da cui non ci si libererà fino alla conclusione dell’opera. I personaggi hanno spessore, sono ben congegnati e realizzati sia nella psicologia sia nei dialoghi; questi ultimi, in particolare, variano in base ai protagonisti descritti, al loro ceto, al loro stato d’animo e alla loro propensione naturale.

Andiamo ora a spendere due parole sui singoli racconti.
Questione di concime: è il racconto che apre l’opera e credo sia anche uno dei primi scritti dall’autore, in quanto lo stile è più acerbo o, comunque, meno smaliziato, vuoi anche per un colpo di scena che i lettori horror più navigati riescono a intuire. Eppure, nonostante ciò, non ho potuto fare a meno di paragonarlo ad alcuni lavori di Bierce letti recentemente: come lui, Costantini accompagna il pubblico passo passo verso una fine ovvia, giocando non tanto sul cosa avverrà ma sul come. Splendida l’ambientazione.
I cattivi pensieri di Mino (ovvero i gatti hanno sempre ragione): qui l’autore diventa cattivo, nello stile e nelle tematiche. Rabbia, frustrazione e una buona dose di odio represso diventano il fulcro principale. L’idea è ottima e lo svolgimento pure, il cambio repentino di scene rende tutto folle e onirico.
Effetto Bella di Notte: un racconto marcio e affascinante, che sfocia in una crudeltà inaudita. Buono lo stile, ottimo lo svolgimento. Il finale ferisce il lettore, che non può fare a meno di sentire, in fondo alla gola, il fastidioso retrogusto tipico dell’amarezza.
Il riflesso: un’altra piccola perla che si snoda tra quotidianità e fantasia. Ci sono passaggi disturbanti, che l’autore riesce a dipingere con chiarezza avvalendosi di descrizioni brevi e dirette. Finale inatteso, doloroso e commovente.
Amori perduti: uno scritto che alterna brutalità, follia e sentimento, capace di rapire e toccare il lettore. Anche questo presenta un finale a sorpresa, disturbante, vuoi anche per il tema dell’attrazione morbosa verso la morte.
Contratto a tempo determinato: Una chiusura leggera, avente tuttavia un significato nascosto, che propone una creatura ben nota dell’immaginario horror collettivo.

Mi rendo conto di essermi dilungata più del solito in questa recensione, ma sento la necessità di approfondire ancora l’analisi oggettiva e soggettiva (quindi, vi prego, portate pazienza).
È indubbiamente una delle raccolte più belle che abbia letto negli ultimi tempi (e non parlo solo di mesi né solo di esordienti). Il talento c’è, la padronanza linguistica ed espressiva pure. Ma Costantini non scrive solo molto bene (anche se, per carità, ciò dovrebbe essere la prerogativa di qualsivoglia scrittore e scrivente), bensì ha pure la capacità di mescere tematiche importanti e attuali facendole convergere in un genere che, di primo acchito, “non ci azzecca proprio”. Quindi bullismo, pusillanimità, rabbia, violenza, desideri omicidi, malattie, depravazioni, morte e precariato (tutti argomenti narrati dall’autore) trovano sbocco in storie dell’orrore, orrore che si concretizza tanto nel sangue (vi sono certe scene splatter davvero degne di nota) quanto nell’orrore concettuale, psicologico: il lettore capisce che ciò che dovrebbe fare più paura è l’essere umano, con le sue limitazioni mentali, con le sue perversioni, con la sua rabbia repressa che sedimenta fino a creare veri e propri mostri.

Nel giardino dei fiori che uccidono, quindi, non è una semplice raccolta horror, ma un quadro disturbante della società, una serie di fotogrammi esasperati di una vita quotidiana che, a ben pensarci, raggiunge livelli di ripugnanza che nessuna storia totalmente fantastica può rasentare.
Un’opera prima grandiosa per coloro che riescono a squarciare il velo e leggere oltre la semplice narrazione del genere. Storie d’intrattenimento che nascondono la denuncia di un’umanità ormai irrecuperabile.

Estratto.

«L’ho visto e non potevo credere ai miei occhi.
C’era un bambino sul marciapiede. O almeno, sembrava un bambino. Mi salutava con una mano e con l’altra teneva un mazzo di fiori, un mazzo di… gelsomini. Era di piccole dimensioni, come se avesse quattro anni, non di più. Indossava una salopette di jeans e una maglietta rossa. C’era una scritta stampata sulla maglietta ma non riuscivo a vederla.
Ma non era l’abbigliamento la cosa strana di quel bambino, sempre che si trattasse di un
bambino. C’era qualcosa che difficilmente si può vedere sul ciglio di una strada, al parco giochi, al supermercato o in un circo. Qualcosa che mi ha fatto venire un colpo».

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Format, di Fabrizio De Sanctis

formatTitolo: Format
Autore: Fabrizio De Sanctis
Editore: Fratini Editore
Anno: 2015
Pagine: 746
Prezzo: 12,00 euro (ebook) 25,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Thriller ambientato a Firenze. Aspetti inquietanti dietro e davanti allo schermo televisivo vedranno coinvolti nelle indagini il commissario Siciliano e la sua squadra in un susseguirsi di omicidi con cui dovranno fare i conti anche i più affezionati telespettatori. Cover illustrata dal piccolo grafico “in erba” Pietro Macelloni.

La recensione di Nero Cafè

Ho conosciuto la penna di De Sanctis grazie alla segnalazione di una cara amica e già dal primo titolo affrontato (Una vendetta quasi perfetta, edito da Libromania e finalista al Premio Tedeschi del Giallo Mondadori 2014) ho rinvenuto un autore dalle ottime capacità espressive e dalle potenzialità enormi. Così, incuriosita, ho spulciato tra la sua bibliografia e sono incappata in altri due titoli: Format e Minchiate (che recensirò in futuro). Curiosa come una scimmia, li ho acquistati senza pesarci due volte. E ho fatto bene.
Prima di continuare: il libro è immenso e questo può far desistere un sacco di lettori. Ci sta. Chi lo affronterà, però, non avrà rimorsi.

La narrazione è sciolta, molto snella, perfettamente in linea col genere trattato e con gli argomenti descritti, i cui fatti necessitano di una consequenzialità temporale serrata, ove comunque l’autore inserisce le giuste pause strategiche, al fine di dare veridicità agli eventi e consentire al lettore di metabolizzare passaggi davvero tosti. Lo stile espressivo è asciutto ma non scarno: De Sanctis non si perde in circonvoluzioni, proponendo una sintassi essenziale, senza mai inserire nulla di superfluo. Unica annotazione: il testo presenta la mancanza di alcuni tecnicismi editoriali (non applicati dall’editore), quali eufoniche e una leggera sovrabbondanza di avverbi di modo. Tuttavia, la lettura risulta gradevole e fresca.
L’ambientazione fiorentina si respira a ogni pagina a pieni polmoni, sebbene l’autore non delinei in maniera maniacale i luoghi e la storia cittadina: egli, infatti, non sembra amare le descrizioni particolareggiate, eppure in poche righe riesce a creare gli ambienti vissuti e le atmosfere che li permeano. La caratterizzazione locale deriva, inoltre, tantissimo dai costrutti dialettali che contraddistinguono i dialoghi e gli scambi di battute: questo, oltre che essere coerente con l’ambientazione, riesce a diversificare i singoli personaggi. Essi, infatti, risultano concreti sotto l’ottica espressiva e psicologica: ognuno di loro è una realtà individuale, col proprio passato alle spalle e il proprio presente.
L’intero romanzo, dunque, si presenza gustoso e ruota attorno a un assunto ben chiaro sin da subito: “chiunque può essere un potenziale assassino”. Un concetto che, magari, abbiamo pensato o espresso molte volte, ma che tra le pagine di Format assume concretezza materiale (narrativamente parlando) e psicologica. Il killer (soprannominato, appunto, Forma) ha infatti le sue brave e sensate motivazioni, che spingono il lettore a odiarlo per la brutalità degli atti commessi, ma al contempo ad ammirarlo, a parteggiare per lui (cosa non facile, in cui De Sanctis riesce). Questo deriva soprattutto da un’impalcatura psicologica e sociale solida – che, purtroppo, a un lettore meno esperto di thriller può sfuggire – oscurata dalla durezza di determinate vicende. Vi sono, per l’appunto, scene davvero disturbanti per la morale comune, stralci in cui il lettore prova un senso di angoscia e disgusto tali da avere la necessità di chiudere il libro e respirare a fondo; tuttavia l’autore riesce a mitigare il fastidio con un po’ di sana ironia piazzata al punto giusto.
Altro piccolo bonus che ho deciso di confidarvi (ma, tranquilli, niente spoiler) è che De Sanctis decide di utilizzare l’espediente hitchcockiano di svelare a metà del romanzo il nome dell’assassino, pur riuscendo a mantenere alta la curiosità del lettore che si domanda come diavolo farà il commissario Siciliano a dipanare la matassa. Se vi riuscirà o meno, sta a voi scoprirlo, tenendo però ben presente che leggere Format può farvi scendere nei recessi più profondi della vostra mente e mettervi innanzi alla domanda fatidica: “Se potessi… ucciderei?”
Se siete pronti a darvi una risposta sincera, siete pronti ad affrontare questa immensa lettura. Io, personalmente l’ho fatto. Ho letto il libro e mi sono risposta, intendo. E la sentenza è stata agghiacciante.

Format, nonostante manchi di alcuni tecnicismi, è il miglior thriller d’autore emergente letto nell’anno appena trascorso (2017).

Lettura straconsigliata a tutti (ma non a coloro che sono particolarmente sensibili).

Estratto

Aveva afferrato il fucile e lo aveva puntato contro il cerbiatto. In quel momento era stato distratto da un fruscio. Aveva alzato lo sguardo e, alcuni metri più in là, ne aveva visto un altro, più grande, che fissava la scena con occhi spaventati. “La madre!” aveva gridato la sua mente. Anche babbo l’aveva vista e si era gettato su di lui urlando “Dammi il fucile!”. Terrorizzato, era sfuggito alla presa e, senza quasi accorgersene, aveva puntato l’arma contro babbo. L’indice aveva accarezzato il grilletto e, per un attimo infinito, aveva sentito di essere pronto a sparare, eccitato dalla paura che leggeva negli occhi di babbo e che le frasi di minaccia balbettate dietro la mano tesa verso il fucile non riuscivano a cancellare.
Poi, la sua paura aveva preso il sopravvento.

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Al di là della cornice, di Giovanna Evangelista

evangelistaTitolo: Al di là della cornice
Autore: Giovanna Evangelista
Editore: Panesi Edizioni
Anno: 2016
Pagine: 76
Prezzo: 0,99 euro (ebook) 10,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Quando Daniele e Linda mettono piede nella loro nuova casa in un antico palazzo di via Posillipo non si aspettano certo di trovare il ritratto di una bambina appeso in camera da letto… soprattutto perché, quando avevano visitato la casa prima di acquistarla, quel ritratto non c’era. Proprio quella notte inizia l’incubo che li trascinerà in una spirale di terrore e follia, fino a scoprire il terrificante segreto che si cela al di là della cornice…

La recensione di Nero Cafè

Il primo particolare che colpisce dell’opera è la copertina: essenziale, scura, in bianco e nero. Una cornice, un titolo e un nome. Il secondo particolare interessante è, invece, l’età dell’autrice, ventenne all’epoca della stesura. Per chi non conosce la sua mente diabolica, la giovane età indurrebbe a pensare a uno stile acerbo, ma non è così: questa ragazza ha l’anima più nera di una seppia.
Andiamo a scoprire perché…

La narrazione è scorrevole e traina il lettore passo dopo passo nella non così quieta esistenza della giovane coppia protagonista della storia. Pagina dopo pagina, infatti, il ritmo narrativo diviene più serrato: come la maggior parte degli horror di stampo classico, parte in punta di piedi, per poi trovare il picco massimo nella rivelazione finale. L’intreccio è grosso modo lineare, spezzato solo dal flashback di chiusura, utile a chiarire le dinamiche degli eventi. Ciò rende la lettura veloce e piacevole, complice anche uno stile ben strutturato che profuma di freschezza e classicità: la prima è riscontrabile nell’ambientazione e nelle gestualità dei protagonisti (comportamenti, dialoghi, aspirazioni); la seconda, invece, sia nella tematica trattata sia nella sintassi proposta, che rispecchia i canoni dell’horror più tradizionale (aggettivazione, disposizione dei complementi, ecc…).
L’ambientazione è ben delineata sebbene le descrizioni, tranne rari casi, siano piuttosto asciutte. Il lettore riesce a immaginare i luoghi e il contesto cittadino grazie a piccoli elementi (la cultura del caffè, la vista oltre la finestra) che, purtroppo, rischiano di passare inosservati ai lettori meno attenti. A questo proposito, la Evangelista avrebbe potuto calcare un pochino la mano sulla caratterizzazione dialettale dei dialoghi, così da far trasudare di echi partenopei l’intero romanzo, ma rende comunque le conversazioni differenziate e concrete, così come i personaggi: ognuno è un attore a sé, incarna il proprio ruolo e lo fa maledettamente bene. I personaggi hanno caratteri, aspirazioni e atteggiamenti diversi, hanno reazioni uguali e/o opposte in base all’evento che li vede protagonisti e ciò rende lo svolgimento delle azioni credibile.
Mi sono avvicinata alla lettura dell’opera perché conoscevo già l’autrice grazie al suo romanzo d’esordio e mi attendevo un lavoro di qualità. Non sono stata delusa. Ebbene sì, l’ammetto: dopo le prime pagine ho pensato che la Evangelista avesse voluto proporre una propria versione della “solita” storia di fantasmi ma, capitolo dopo capitolo, mi sono ricreduta. L’epilogo arriva come un cazzotto in pieno stomaco, inaspettato e doloroso; impieghi qualche minuto a metabolizzare, poi ci riesci e pensi che sì, diavolo, l’autrice ha fatto davvero centro. Unica critica, se così possiamo chiamarla, è la brevità: con uno stile, una capacità espressiva e delle idee del genere è un peccato non proporre al pubblico un elaborato più corposo. Ciò permetterebbe al lettore di entrare in maggior sintonia coi personaggi e all’autrice di sviluppare con più profondità il lato psicologico degli stessi.
A mio avviso, comunque, la Evangelista è un’autrice dalle potenzialità infinite. Spero di poter leggere presto una sua nuova opera.

Lettura consigliata agli amanti dell’horror classico e moderno, nonché a chiunque voglia avvicinarsi al genere.

Estratto

Poi, all’improvviso, la percepii.
Era alle mie spalle.
Non è lì. Non c’è nulla, lì. Non ti sta guardando.
Ti sta guardando!
Un brivido mi scosse violentemente. Un altro. Forse era il milionesimo dal giorno prima: ormai avevo smesso di contarli. Non lo sapevo. Non sapevo più niente. Tutti i miei sforzi erano concentrati nell’ignorarla, dovevo ignorarla, ci provavo con tutto me stesso, ma non c’era verso di far finta che non fosse lì.
C’è. C’è senza alcun’ombra di dubbio.

Valutazione: quattro coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhio 4 coltelli


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Hannibal (serie tv): da assaggiare assolutamente

la-locandina-di-hannibal-266080Titolo: Hannibal
Ideatore: Bryan Fuller
Genere: thriller, horror, drammatico
Anno: 2013-2015
Attori: Mad Mikkelsen (Hannibal Lecter); Hugh Dancy (Will Graham); Laurence Fishburne (Jack Crawford); Caroline Dhavernas (Alana Bloom); Gillian Anderson (Bedelia Du Maurier).

Trama

Will Graham è il più talentuoso profiler dell’FBI, le sue grandi doti e il suo modo unico di pensare gli permettono di entrare nella mente di un killer come nessun altro. Tuttavia, tale abilità e la prolungata empatia iniziano, col passare del tempo, a giocare crudelmente con l’immaginazione dell’uomo, trascinandolo sempre più vicino al baratro, alla sottile linea che divide follia e realtà. Al fine di riportare equilibrio a una mente spesso travagliata come quella di Will, gli viene affiancato l’illustre psichiatra criminale Hannibal Lecter, ignorando come qualcosa di non meno distorto si celi nel noto dottore, seppur in forma diversa e più malsana. Due menti brillanti, avvezze a studiare quelle altrui e a modo loro macchiate, iniziano così il proprio gioco.
Presto i due cominciano ad avvicinarsi sempre di più, il loro legame oscuro si trasformerà in qualcosa di più di una semplice amicizia, arrivando a un’attrazione fatale che li porterà sul punto di non ritorno.

La recensione di Nero Cafè

Ho sviluppato la passione delle serie TV solo in tempi recenti, complice una carissima amica che mi ha recapitato (sorda alle mie lamentele) il DVD di Hannibal. Mi fido ciecamente di lei e dei suoi gusti, così mi sono imposta di guardare almeno la prima stagione. Risultato? Ho letteralmente divorato (e mai termine, credetemi, è stato più azzeccato, visto il protagonista del telefilm) tutte e tre le stagioni in un soffio. La regia è eccellente e, assieme alla fotografia, propone inquadrature e fotogrammi mozzafiato. Il ritmo degli eventi, come in ogni buon horror che si rispetti, è variabile: la serie, infatti, parte in sordina per le prime tre puntate, per poi esplodere a metà della prima stagione e raggiungere l’apice di poesia di morte nella seconda. Assieme a un montaggio degno di nota e a effetti speciali di buon livello, il risultato non può che essere strabiliante, soprattutto considerando le ambientazioni interne ed esterne maniacali, curate sin nei minimi dettagli.hannibal-88-360x270
La trama regge (vi è qualche buco narrativo nella terza stagione, forse la meno riuscita), ma attenti: se vi attendete un remake dei film o una perfetta trasposizione cinematografica dei romanzi resterete delusi. Le vicende, infatti, seguono le linee guida presenti nelle opere di Harris solo all’inizio, per poi prendere una piega del tutto indipendente, mantenendo soltanto la psicologia e il nome originari dei personaggi. A parte questo, l’intreccio è complesso ma ben congegnato, gli eventi si incastrano in maniera logica l’uno con l’altro e la psicologia dei protagonisti è limpida. A cercare il pelo nell’uovo, solo i dialoghi risultano a tratti un po’ manierati (da Hannibal Lecter lo si pretende, da altri no), ma questa forzatura ben si sposa con le ambientazioni austere e il senso di eleganza che trasuda in tutta la serie e viene, inoltre, mitigata da un doppiaggio formidabile.
Attori magistrali. Dancy, Mikkelsen e Fishburne inarrivabili: la freddezza e impassibilità di Mikkelsen (Hannibal) sono pari soltanto all’espressività e alla naturalezza di Dancy (Graham). Gli attori, protagonisti e non protagonisti, si calano perfettamente nella parte a loro assegnata, donando tridimensionalità al personaggio a loro riservato. Unica eccezione, a mio avviso, la Dharvenas (Alana Bloom), che sfoggia un repertorio di espressioni standardizzate; ciò la rende poco coinvolta nel clima onirico e folle dell’intera serie TV.
Infine, i costumi sono appropriati alla storia e sono differenziati in maniera palese per ciascun personaggio: la sciatteria di Graham è in netta contrapposizione con la ricercatezza bizzarra di Hannibal, ambedue lontane anni luce dall’eleganza classica e professionale di Crawford. Colonna sonora pazzesca, che dona maggior enfasi e drammaticità alle scene a seconda delle necessità narrative.

hannibal-768x511Penso sia chiaro: mi sono innamorata di questa serie e la reputo un gioiello della cinematografia. Fuller ha fatto un piccolo miracolo che, però, non è adatto a tutti: non ai deboli di stomaco (guai, visto le efferatezze rappresentate!) e neppure a chi non possiede una vena di empatia nera. Per amare Hannibal, lo spettatore deve avere un piede nel cinismo e la mente rivolta al fascino del male; in caso contrario, gli episodi rischiano di apparire soltanto grotteschi, una forzatura di devianze psichiche.
Come già accennato, l’unica nota – ahimè – dolente è rappresentata dall’inizio della terza stagione. La parte ambientata in Italia (Palermo e Firenze) perde di fascino e risulta esageratamente confusionaria a causa di flashback, sogni ed eventi presenti che si intersecano non sempre con perfetta connessione logica. La celebre scena dell’ispettore Pazzi alla finestra (chi ha letto il libro o ha visto il film di Ridley Scott sa a cosa mi riferisco) appare raffazzonata e manca di quella poesia macabra che permea la prima e la seconda stagione. Tuttavia, la qualità torna ad altissimi livelli non appena l’ambientazione ritorna americana.
Solo per questo intermezzo, inadeguato al resto del telefilm, non mi sento di attribuire la valutazione piena. Ciò non toglie che, per me, Hannibal resta un dannato capolavoro, l’unica pellicola in cui io mi senta veramente a casa.

Citazione

Tifo e cigni vengono entrambi dallo stesso luogo. (Hannibal)

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Free Fire: bersaglio mancato!

imagesFree Fire aveva un plot interessante, mi ha incuriosito subito e ho deciso di vederlo auspicando una visione che avrebbe potuto essere veloce e divertente. Purtroppo, devo dire che mi ha lasciato l’amaro in bocca, visto che tali aspettative sono state soddisfatte forse per un 30%.  Ma iniziamo dalla trama:

Siamo  negli anni 70 – gli abiti e lo stile dei personaggi ce lo fanno capire immediatamente – e due gruppi di trafficanti s’incontrano in un magazzino per una contrattazione “facile facile”: da una parte i venditori, con le loro casse di armi, dall’altra i compratori, con la loro valigetta piena di soldi. In mezzo, due “mediatori”. Cosa può andare storto? Beh, cominciamo col dire che Stavo (Sam Riley) e Harry (Jack Reynor) si conoscono già perché, stando a Harry, Stavo ha usato violenza su sua cugina: Harry lo riconosce e gli spara. C’è poi Vernon (Sharlto Copley) che ha portato degli AR70 invece degli M16 richiesti da Chris (Cillian Murphy) e Frank (Michael Smiley). E poi ci sono i cecchini nascosti, assoldati da qualcuno di loro per farli fuori tutti e prendersi soldi e armi in un colpo solo. Così inizia il vortice di fuoco, a nulla servono i tentativi di Justine (Brie Larson) e Ord (Armie Hammer) di placare gli animi. Ormai tutti sparano su tutti, anche i compari che non ho nominato ma che ci sono (nel cast troviamo anche Noah Taylor Patrick Bergin). Tutto precipita velocemente, ma non così tanto per lo spettatore, che non capisce bene se quello che sta guardando sia una commedia, un film d’azione o una crime story. La vicenda non decolla, resta appiccicata ai vari personaggi mentre strisciano nella polvere da un punto all’altro per non farsi beccare dai proiettili vaganti – ma vengono sforacchiati in continuazione in vari tratti del corpo, chi più, chi meno – aspettando che, prima o poi, vi sia una svolta di qualche tipo.

Free Fire avrebbe potuto stupire, invece si arriva in fondo a fatica e, proprio sul finale, il colpo di scena è esattamente ciò che ci eravamo aspettati fin dall’inizio – beh, almeno lo è se avete un minimo di intuizione – e restiamo così, con una smorfia dipinta in faccia, come a dire: “Ok, carino, ma…”

Due coltelli e mezzo.

(Daniele Picciuti)

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La sonata della vendetta, di Marika Bernard

Screen-Shot-2017-02-27-at-11.58.51-AMTitolo: La sonata della vendetta
Autore: Marika Bernard
Editore: DZ Edizioni
Anno: 2017
Pagine: 116
Prezzo: 0,99 euro (ebook) 12,90 euro (cartaceo)

Sinossi

L’uomo è pesante e gretto. Ha mani da scaricatore di porto e non sa niente di musica. È entrato nella soffitta poco dopo la morte del bisnonno, ma solo per vedere se poteva sgraffignare qualcosa. Il violino era lì, e sembrava lo aspettasse. Nascosto, ma non poi così bene. Paziente, da anni. In attesa. Quando l’uomo lo afferra, tutto cambia.  Tra le calli di Venezia e il lento fluire dell’acqua del Canale, cominciano a diffondersi note suonate con maestria. Qualcuno sta tornando, piano, in punta di piedi. Sta riprendendo vita, e lo fa impossessandosi di quella dell’uomo. E mentre le note della Sonata a Kreutzer sfociano nell’Adagio, l’identità dell’uomo si spacca, andando in frantumi come uno specchio. La sonata della vendetta è la storia di una trasformazione, di un ritorno che ha il sapore di una rivalsa, di un antico dolore mai sepolto che chiede a gran voce una rivincita.

La recensione di Nero Cafè

Divoro thriller fin da quando sono una ragazzina e non potevo farmi sfuggire l’opportunità di ampliare i miei orizzonti. Così, seppur il libro non sia troppo lungo, ho acquistato la mia brava copia ebook e mi sono calata nella parte dell’autrice curiosa. Ciò che ho scoperto è stato davvero interessante.

Il romanzo fila che è un piacere. Merito della brevità, ventilerebbe qualcuno, ma non è così: lo stile è fluido, i periodi sono puliti e chiari, i vocaboli utilizzati sono semplici e, quindi, comprensibili per qualsiasi lettore. L’opera non è lineare: si sviluppa su due differenti piani temporali (epoca passata ed epoca presente) e, di conseguenza, anche il punto di vista è variabile. Questo consente un approfondimento psico-comportamentale dei personaggi narranti che, con una differente struttura narrativa, sarebbe risultato molto più artificioso e poco naturale. Ottimo il lavoro di caratterizzazione dei dialoghi, capace di rafforzare l’unicità dei protagonisti che, con i loro pregi e difetti prettamente umani, risultano credibili seppur il lettore non riesca davvero ad affezionarvisi del tutto (e, in questo, credo che la brevità giochi un ruolo fondamentale).
Le descrizioni sono dettagliate ma non appesantiscono; al contrario, vi sono veri e propri guizzi narrativi, particolari che rendono la penna della Bernard un piccolo gioiellino nero. Si tratta di quelle minuzie (una similitudine, un particolare all’apparenza capriccioso) capaci di far notare un autore e soddisfano un lettore scafato e, di conseguenza, più pretenzioso. Due parole le spendo, ad honorem, per la punteggiatura: essenziale, ben dosata e assai corretta.
La chiusura della storia può risultare ovvia per qualcuno, ma non vi erano alternative logiche che consentissero un finale diverso, già chiaro dopo i primi capitoli. Il romanzo risulta, dunque, gradevole, con picchi d’alto livello. Unica pecca la brevità che non consente di eviscerare del tutto la psicologia dei personaggi di cui i lettori potrebbero innamorarsi. Degna di nota la commistione tra la tensione tipica del thriller e gli elementi fantastici.

Valutazione: quattro coltelli.

Estratto

Un assassino a piedi nudi.
Indecoroso. Sopra ogni dire.
In quel momento non me ne resi conto, ma la mente registrò la cosa e me la ripresentò tempo dopo, quando ripensai all’accaduto. Quando si avvicinò al mio nascondiglio sentii odore di muffa e formaggio. Qualcosa che sapeva di vagone ferroviario e capre bagnate.
Erano i suoi piedi. La punta dell’alluce aveva prodotto un buchino nella calza e da lì occhieggiava, mostrando un’unghia nerastra.

Valutazione: quattro coltelli

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhio 4 coltelli


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Mistero a Crooked House: una Agatha Christie inedita

54070Mistero a Crooked House è una pellicola diretta da Gilles Paquet-Brenner basata sul romanzo Crooked House (in italiano è stato tradotto con il titolo È un problema) di Agatha Christie, libro che, devo ammettere, non ho mai letto. E me ne dispiaccio.

La storia narra dell’indagine dell’investigatore privato Charles Hayward (Max Irons), incaricato da Sophia de Havilland (Stefanie Martini), di indagare sul presunto omicidio del nonno, il magnate Aristides Leonides. Dopo un primo giro di domande ai familiari della vittima, con cui Hayward tenta di capire chi siano le persone con cui ha a che fare, subito intuisce che erano in molti a nutrire forti rancori verso il defunto. E, quando le analisi confermano la morte per avvelenamento, il detective inizia a interrogare più sfacciatamente i vari componenti della famiglia Leonides. La prima sospettata è la seconda moglie del magnate, Brenda (Christina Hendricks), accusata da altri di aver scambiato lei la fiala d’insulina che doveva somministrare a suo marito con del veleno. Ma anche i figli del defunto con le rispettive mogli avrebbero avuto il movente per uccidere il vecchio: Philip (Julian Sands) è un aspirante scrittore invidioso del fratello Roger (Christian McKay) perché il preferito del padre e amministratore dell’azienda di famiglia, mentre lui vive in pratica recluso in biblioteca. Sua moglie Magda (Gillian Anderson) è un’attricetta da due soldi che sembra recitare anche nella vita vera. Clemency (Amanda Abbington), moglie di Roger, aspira ad andarsene via con suo marito per iniziare una nuova vita altroce, lontano da quella famiglia che odia. Ci sono poi i fratelli di Sophia: lo sfacciato Eustace (Preston Nyman) detesta praticamente tutti e non lesina offese per chiunque, mentre Josephine (Honor Kneafsey), la più piccola, rivela all’investigatore di spiare la sua famiglia e di conoscerne tutti i segreti, che custodisce gelosamente nel suo quaderno, da cui non si separa mai. Ma ci sono anche altri abitanti a Crooked House: Edith de Havilland (Glenn Close), rimasta a occuparsi dei nipoti dopo la morte di sua figlia, la prima moglie di Aristides Leonides, è una donna forte e severa, che sembra ergersi un gradino sopra il resto della famiglia – al pari di Sophia – in quanto a intelligenza. Infine, a completare il quadro troviamo Laurence Brown (John Hefferman), l’istitutore privato dei ragazzi, e la governante Nanny (Jenny Galloway). Nel cast anche Terence Stamp, nel ruolo dell’ispettore capo Taverner.

Come s’intuisce, così tante vite sotto lo stesso tetto, amalgamate insieme dalla volontàCrooked-House-2 cinica e un pizzico sadica del defunto Leonides, sono come tante mine disposte troppo vicine tra loro. Basta che una sfiori l’altra e il rischio di esplosione è garantito. Per Hayward non sarà facile arrivare alla verità, soprattutto considerando il suo amore per Sophia, conosciuta a Il Cairo diverso tempo prima, un amore finito prima di cominciare per motivi che emergeranno nel corso della vicenda. Quando, con enorme sorpresa di tutti, viene fuori il testamento segreto di Leonides e risulta Sophia l’unica beneficiaria – se si esclude una piccola somma per Brenda – un atroce dubbio s’insinua nell’investigatore. E se, dopotutto, lei lo stesse manipolando per allontanare i sospetti da sé? D’altra parte, Sophia sembra incarnare di buon grado il suo ruolo di femme fatale.

Dimenticatevi quindi l’ironia di Poirot o la fine saggezza di Miss Marple: in questa storia si respira la sofferenza intima tipica del noir. Lo stesso Hayward, nel suo essere investigatore privato duro e integerrimo, né è prova lampante. Nel complesso, Mistero a Crooked House racchiude una vicenda solida, pregna di inquietudine, resa ancora più disturbante dall’atmosfera pesante che si respira nell’enorme villa di famiglia e dal gigantesco ritratto di Aristides Leonides che incombe nell’atrio.  Finale tragico e per nulla scontato.

Tre coltelli e mezzo.

(Daniele Picciuti)

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Hydrostasis, di Mirko Dadich

31857-cover-hydrostasis-600x850-72dpi-Titolo: Hydrostasis
Autore: Mirko Dadich
Editore: dbooks.it
Anno: 2017
Pagine: 154
Prezzo: 2,90 euro (ebook) 9,90 euro (cartaceo)

Sinossi:

In questa sua prima e personalissima raccolta di racconti, Mirko Dadich ci offre una fantascienza vera e assoluta, fatta di invasioni aliene, pianeti lontani, intelligenze artificiali e guerre galattiche, cloni e futuri alternativi; ma anche e soprattutto fatta di amicizia, amore, abbandono e dolore, coraggio e assurda crudeltà.
Nove storie accattivanti, sei delle quali inedite, che, con stile moderno e raffinata sensibilità, sanno cogliere in pieno e rielaborare quei temi di riflessione che da sempre costituiscono la spina dorsale delle migliori opere sci-fi. Una fantascienza appassionante e spietata, in grado di scatenare emozioni profonde in ogni lettore.

La recensione di Nero Cafè

È la seconda volta che recensisco per l’Associazione Nero Cafè un libro edito da Altrisogni (dbooks.it) e, per la seconda volta, ho trovato una lettura di alta qualità.
Premessa: mi sono approcciata alla lettura un po’ timorosa, in quanto la fantascienza non rientra nei generi da me maggiormente conosciuti. La mia cultura in tal campo, infatti, si limita a mostri sacri della letteratura moderna, quali Bradbury, Asimov e Douglas Adams, scrittori che ho amato e che porto sempre nel cuore. Mi sono tuffata, dunque, nella lettura di Hysdrostasis con alte aspettative e non sono rimasta delusa.

La narrazione risulta fluida, scorrevole, vivace. Il lettore non si annoia e le vicende dispongono delle giuste tempistiche, non risultando né frettolose né stantie. L’esposizione viene corroborata da uno stile asciutto seppur raffinato, che richiama apertamente canoni stilistici di autori classici (Asimov in primis) uniti a una struttura lessicale essenziale tipica della narrativa moderna: ciò rende gradevole l’approccio con l’opera anche a un pubblico profano (come la sottoscritta) ma volenteroso di avvicinarsi a un nuovo genere. All’interno dei differenti racconti si possono trovare strutture narrative diverse: alcuni titoli propongono un intreccio lineare, in ordine cronologico, altri offrono variazioni temporali, ma Dadich risulta abile abbastanza da non confondere mai il lettore riuscendo a mantenerlo sempre sul pezzo.
I personaggi sono credibili, differenziati tra loro, con un passato e un comportamento che li rende unici e inconfondibili. Malgrado ciò, nessuno riesce a guadagnarsi un posto nel cuore del lettore, il quale ne esce comunque appagato per aver goduto di nove ottime storie. Le ambientazioni sono delineate ma non maniacali, tuttavia l’autore riesce a creare nella mente di chi legge i luoghi e le situazioni socio-politiche che vuole rappresentare.
Il tema focale che Dadich sembra voler proporre in ogni scritto è costituito da problematiche sociali vive e ben radicate nel nostro presente, che potrebbero caratterizzare negativamente un futuro più o meno prossimo. Le paure, le possibilità, gli eccessi sociali, politici e tecnologici, ciononostante, assumono contorni ripetuti e uniformi e sfociano in una violenza materiale e feroce che manca, purtroppo, di substrato psicologico. Questa peculiarità, tuttavia, porta il lettore a domandarsi se Dadich non abbia voluto scientemente privare di forza psicologica le azioni violente proprio per ventilare la possibilità che in un futuro, di questo ritmo, l’essere umano verrà spersonalizzato.

Per concludere, bravi Vito Di Domenico (editor), Paolo Lamanna (illustratore) e Maico Morellini (autore della prefazione).

Estratto:

Un giorno, un bandito che veniva da Milano portò Il Manifesto. Non vedevo giornali in giro da più di un anno. Era fatto di carta di mais, gialla come una malattia e macchiato di sudore. Si sbriciolava tra le mani. Aveva solo cinque pagine, ma nella prima a lettere cubitali c’era scritto: “IL PAPA SI SUICIDA”. Sotto c’era una foto sfocata, sembrava un lenzuolo che cade giù dal balcone. Lui ci parlava, da quel balcone.

(da Idrostasi)

Raccolta piacevole e consigliata.
Valutazione: tre coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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