Haunting of Hill House, quando l’horror seriale funziona

Hill-HouseHaunting of Hill House è da poco arrivata su Netflix e già se ne fa un gran parlare. E il motivo è semplice: finalmente una serie horror che funziona.

Tratta dal romanzo L’incubo di Hill House, di Shirley Jackson, ci troviamo di fronte a una trasposizione davvero ben riuscita. Qui l’orrore è vero, palpabile, serpeggia nelle ambientazioni cupe, nelle psicologie dei personaggi, ognuno coi suoi fantasmi interiori (come se non bastassero quelli all’esterno), nelle dinamiche di una famiglia distrutta, nel passato che, a poco a poco, emerge dai ricordi dei Crain.

Tutto ha inizio con la notizia della morte di Nell (una dolce Victoria Pedretti), la figlia più piccola dei Crain, e con il ricongiungimento dei fratelli e del padre (un grandioso Timothy Hutton). Proprio attraverso i loro ricordi lo spettatore impara a conoscere il passato della famiglia e di ciò che accadde in passato a Hill House quando, nel bel mezzo della notte, Hugh portò via i suoi figli dalla terrificante casa e dove, al mattino, fu ritrovato  il corpo senza vita della loro madre (una disturbante Carla Gugino).

Il gemello di Nell, Luke (Oliver Jackson-Cohen) è quello che, più di tutti, risente della morte della sorella. Già fragile per via del suo passato da tossicodipendente, fa fatica ad accettare passivamente quello stato di cose. I fratelli più grandi, Steven (Michiel Huisman) e Shirley (Elizabeth Reaser), elaborano a loro modo il lutto, così come elaborarono gli inspiegabili eventi di tanti anni prima, interponendo una fredda razionalità alla verità che Hugh ha sempre cercato di nascondere, per proteggere i suoi figli. Ma Theo (Kate Siegel), la sorella di mezzo, tra tutti l’unica ad aver ereditato la “sensibilità” della madre (toccando persone e oggetti riesce a “vedere” e “sentire” cose, come emozioni e stati d’animo presenti e passati) inizia a percepire delle cose al di là della realtà. Tutti, prima o poi, si ritrovano perseguitati dalla Casa. Hill House li rivuole, e loro dovranno decidere se affrontare i fantasmi del passato (e quelli del presente) o continuare a rinnegare ogni cosa.hillhouse2

Bravissimi anche i piccoli attori che hanno impersonato i bambini Crain, in particolare Mackenna Grace (già vista in Designated Survivor) nel ruolo di una Theo giovane e inquietante, che sembra da subito “capire” la Casa. Nel cast troviamo anche Henry Thomas, nel ruolo di Hugh giovane (non nuovo a recitare in pellicole horror), Anabeth GishRobert Longstreet nei panni dei coniugi Dudely, custodi della casa.

Bisogna dire che la serie conquista da subito e si passa da un episodio all’altro a gran velocità perché, se è vero che ogni puntata gira lenta, è pur vero che l’intensità di certe scene e dei dialoghi rende quella lentezza necessaria e, soprattutto, masochisticamente attraente. A poco a poco Hill House ci avvolge nella sua tela, indaghiamo assieme ai Crain nei suoi segreti scoprendo un po’ alla volta ciò che accadde tanti anni prima.

Consigliato a tutti gli amanti dell’horror d’atmosfera, che non cercano effetti splatter ma il sottile piacere di un brivido ghiacciato lungo la schiena.

Quattro coltelli e mezzo.

(Daniele Picciuti)

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Geremia

geremiaTitolo: Geremia
Autore: Lorenzo Ruggeri
Editore: Astro Edizioni
Anno: 2018
Pagine: dato non pervenuto
Prezzo: 1,99 euro (ebook)

Sinossi

Tre passeggeri, tre storie, ma la guida è una sola. Geremia, o se preferite, l’uomo in rosso, sarà il vostro cicerone che, a bordo della sua Mustang Shelby del 1966, vi accompagnerà lungo un viaggio attraverso l’animo umano, tra il bene e il male, tra la morte e la vita. Non troverete alcun eroe in queste pagine, nessun principe sul cavallo bianco, ma solo semplici uomini alle prese con i loro fantasmi e le loro paure, divorati da una maledizione che tutti noi conosciamo fin troppo bene: la vendetta. Geremia è ormai giunto, arrivato sin qui solo per voi. Quindi, non tentennate, salite a bordo, potrebbe essere la vostra ultima occasione.

La recensione di Nero Cafè

Dopo aver letto Il Cavaliere di Bronzo, di Lorenzo Ruggeri (e dopo essere tornata un po’ bambina), non ho perso occasione di poter gustare il suo nuovo elaborato, un horror che, lo anticipo, mi ha stupita. La narrazione è scorrevolissima e riesce a proiettare il lettore all’interno degli avvenimenti, complice un lavoro magistrale di caratterizzazione e approfondimento psicologico dei personaggi, che risultano realistici, concreti, veri. Ottimo lo stile: Ruggeri si riconferma capace di offrire al pubblico una scrittura di qualità. In questo caso, l’autore si abbandona a un lessico più forbito, vuoi per il genere vuoi per il pubblico cui è rivolta l’opera (l’altra, Il Cavaliere di Bronzo, era una fiaba fantasy per ragazzi). Il testo presenta numerose metafore e similitudini, tuttavia non risultano ridondanti e ben si sposano con il genere trattato (personalmente, non riesco a concepire l’horror senza figure retoriche, ndr).
Particolare interessante, la struttura del romanzo: Ruggeri propone tre storie, differenti nell’ambientazione fisica e temporale, legate tra loro dal misterioso e inquietante Geremia e la sua personale evoluzione. Pur scisse, le tre vicende hanno uno svolgimento coerente e atmosfere adatte. Le scene sono ben rese e apprezzabilissime risultano le descrizioni essenziali, non ridondanti, che lasciano ampio spazio all’immaginazione del lettore.

Ho letto d’un fiato il romanzo. Geremia è una storia dura, cruda, macabra. Tuttavia, ho particolarmente gradito alcune scelte dell’autore, specie nella prima storia, [SPOILER] in base alle quali lo stesso Ruggeri decide di lasciar intendere lo stupro senza però descriverlo [/SPOILER] e questo, nella mia ottica, è sinonimo di un’eleganza narrativa rara. Ho amato anche il fiale, aperto e a sorpresa: la rivelazione conclusiva è sorprendente e la chiusura non definitiva offre diversi spunti d’immaginazione e, soprattutto, di riflessione al lettore.
Una critica, tuttavia, mi sento di muoverla ed è quella che mi spinge a togliere un mezzo coltello alla valutazione generale. Nel testo ci sono numerose ripetizioni, che spesso risultano un po’ ridondanti, e alcuni stralci non presentano quei tecnicismi editoriali che ci si aspetta di trovare in un romanzo edito. È un peccato, perché il libro merita davvero e con un editing più accurato avrebbe brillato. Lettura consigliatissima.

Estratto

La vendetta si mostra solo a colui il quale è disposto a sopportarne il peso.

Valutazione: quattro coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Un dubbio necessario, di Colin Wilson

wilsonTitolo: Un dubbio necessario
Autore: Colin Wilson
Editore: Carbonio Editore
Anno: 2017
Pagine: 116
Prezzo: 0,99 euro (ebook) 12,90 euro (cartaceo)

Sinossi

Immaginate di mescolare le deduzioni scientifiche di Sherlock Holmes alla caccia all’assassino del Mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, ai dibattiti filosofici di un libro di Dürrenmatt, e avrete Un dubbio necessario, il libro più strano del più singolare degli autori inglesi, Colin Wilson, che in questo mystery anticipatore di un certo genere letterario gioca a moltiplicare la propria personalità in tanti personaggi quanti sono i suoi interessi: dalla storia alla filosofia ai grandi misteri. E così un interessante enigma filosofico nato nelle atmosfere felpate di un club londinese sorseggiando uno sherry davanti al camino, dibattendo di Heidegger e Nietzsche e delle ceneri del nazismo, si trasforma a poco a poco in un vorticoso gioco di specchi, fino all’ipotesi del delitto perfetto.

La recensione di Nero Cafè

Amante dei thriller e, in epoca liceale, della filosofia, non ho potuto fare a meno di tuffarmi nella lettura di Un dubbio necessario che, vi avviso, non è un libro per tutti.

La narrazione è abbastanza scorrevole, anche se a volte – vuoi per le tematiche, vuoi per le dissertazioni filosofiche, vuoi per il taglio narrativo – tende a rallentare un po’. Grazie a una struttura lineare, risulta comunque piuttosto coinvolgente e trova la sua massima espressione nei dialoghi, davvero ben caratterizzati e caratterizzanti, sempre coerenti col personaggio parlante. A tal proposito, Wilson fa una piccola magia: i personaggi principali sono pennellati, ben descritti sotto l’ottica fisica e psicologica, tanto da assumere vera e propria tridimensionalità.
Lo stile narrativo non è semplice e rende l’opera non adatta a tutti: la sintassi, infatti, è molto carica e presenta numerosi termini tecnici e accademici che potrebbero scoraggiare i lettori meno arditi o poco propensi allo studio filosofico, ma ciò sarebbe un grave errore, perché ci troviamo davanti a uno scritto davvero pregevole. Ultima considerazione: le ambientazioni sono ottime, ben caratterizzate e spesso esaurientemente descritte.

Ritorniamo al motivo per cui Un dubbio necessario non è un romanzo per tutti. Sarebbe meglio avere un’infarinatura generale di filosofia o, per lo meno, essere portati a tale disciplina e questo, secondo me, è il limite maggiore dell’opera. A dirla senza filtri, per amare il libro bisogna essere amanti della Cultura – quella con la C maiuscola – ma, se si è in cerca di una lettura d’evasione, questo scritto non fa proprio per voi.
Tuttavia, la struttura narrativa è gradevolissima e gli eventi ricalcano perfettamente il giallo deduttivo classico e questo, per gli amanti del genere, non può che essere un incentivo alla lettura. Ho particolarmente apprezzato il viaggio psicologico del protagonista, immedesimandomi in lui (tanto che, in chiusura, mi sono detta che anche io, al suo posto, avrei fatto la stessa scelta) e ho potuto vivere a trecentosessanta gradi le atmosfere gelide e fosche della Londra del dopoguerra.

Lettura assolutamente consigliata, ma solo a un pubblico scelto.

Estratto:

È possibile che nulla di importante o reale sia ancora stato visto, conosciuto o detto? È possibile che il genere umano abbia avuto migliaia di anni a disposizione per osservare, riflettere, annotare e abbia permesso che questo tempo trascorresse come l’intervallo per la ricreazione a scuola, dove si mangia una mela o un panino?
Sì, è possibile.
È possibile che nonostante il nostro progresso e le scoperte, ci fermiamo ancora alla superficie della vita…?
Sì, è possibile.
È possibile che l’intera storia del mondo sia stata fraintesa?
Sì, è possibile.
È possibile che tutte queste persone conoscano con tanta precisione un passato che non è mai esistito? È possibile che tutte le cose reali siano nulla per loro, che la loro vita scorra disconnessa con tutto, come un orologio in una stanza vuota?
Sì, è possibile.
Ma se tutto questo è possibile, se ha anche solo un’ombra di possibilità, allora di sicuro… bisogna fare qualcosa? Il primo arrivato… deve iniziare a fare qualcosa con ciò che è stato trascurato… deve farlo lui, se non c’è nessun altro a disposizione.

Valutazione: quattro coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Slender Man: l’Uomo Nero al tempo dei Social

locandinaLa leggenda di Slender Man nasce nel 2009 grazie a Erik Knudsen (nome d’arte di Victor Surge) in occasione di un concorso fotografico sul sito Something Awful, nel quale occorreva ritoccare in modo macabro alcune fotografie. Il fenomeno si trasferì poi sul web anche grazie al canale youtube Marble Hornets, che produsse una serie di videomontaggi nei quali “l’uomo alto” era visto in compagnia di alcuni bambini. Da qui in poi Slender Man divenne un vero e proprio Creepypasta.

Così nasce il film diretto da Sylvain White e va subito detto che le aspettative sono soddisfatte solo in parte.  Certamente la figura dell’uomo alto inquieta e crea ansia nello spettatore, così come gli ottimi momenti allucinatori delle protagoniste Wren (Joel King) e Hallie (Julia Goldani Telles) che poi rappresentano il vero fulcro del film. Le giovani attrici se la cavano bene (nei limiti imposti da personalità con poche sfumature) ma la sceneggiatura sembra un po’ troppo scarna e prevedibile. Come al solito, nessuno che accenda la luce in una casa buia nemmeno quando strani rumori attirano una o l’altra ragazza al piano di sotto (o di sopra), cadendo in uno dei peggiori cliché dei B movie. Una parte delle indagini, poi, viene svolta dalla ragazza scomparsa, Piper (Annalise Basso) ma questa viene appena accennata, mentre forse sarebbe stato meglio “vederla” tramite flashback, e invece viene lasciata aperta una sottotrama in modo abbastanza inutile: che è successo davvero al misterioso contatto che chattava con Piper prima e poi con Wren e che sembrava sapere molte cose sull’uomo alto? Certo, lo possiamo intuire, ma rimane una porta mezza aperta che fa storcere il naso.

Il finale da incubo, con la fuga nel bosco, il cancello e tutto il resto, è suggestivo e di forte impatto, e non lascia spazio alla speranza. Evocare Slender Man (come delle idiote che non guardano film horror, aggiungerei) ha sempre brutte conseguenze…

Buona la fotografia, ma gli effetti digitali un po’ meno. Nel complesso un film godibile, con un secondo tempo certamente migliore del primo e una sceneggiatura da rivedere.

Tre coltelli.

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Reazione a catena, di Mario Bava (1971)

11403C’è un errore che gli appassionati di cinema horror commettono spesso: soddisfare la propria sete di sangue spremendo come arance marce le filmografie anni 80 convinti siano le più succose. Così facendo ignorano la decade precedente (peraltro efferatissima) e tralasciano gemme assolute antesignane del genere gore.
Come Reazione a catena.
Il film più violento di Mario Bava.
Da un soggetto di Franco Barberi e Dardano Sacchetti su indicazioni dello stesso Bava che desiderava una storia “con tante morti bizzarre”, Reazione a catena disturba ancora oggi per l’atrocità di sequenze passate alla storia come progenitrici del genere splatter. Anche se non va dimenticato che il primo film splatter della storia fu Blood Feast, realizzato agli inizi degli anni ’60 da un mattacchione di nome Herschell Gordon Lewis.
Ma torniamo in Italia.
Torniamo a Bava.
Per la precisione siamo nel 1971. All’epoca erano in molti a chiedere al regista, già famoso per aver realizzato La maschera del demonio (primo horror gotico italiano) perché non girasse un film violento alla Dario Argento. Così Bava, che ad Argento aveva spianato la strada del giallo all’italiana realizzando nel 1964 il seminale Sei donne per l’assassino, decise di zittire tutti con un film che avrebbe mostrato, con sfrenata brutalità, i modi più strani in cui si può essere assassinati.
Vecchiette paralitiche impiccate. Accettate in faccia. Coppie impalate mentre fanno sesso. Decapitazioni. Strangolamenti. Roncolate. Non manca nulla. Il sangue scorre a fiumi e il regista si diverte come un bambino. Guarda caso gli unici superstiti alla mattanza sono due ragazzini, fratello e sorella, che sparano una fucilata ai genitori e poi se la ridono sotto i baffi come deve aver fatto Bava quando, con un ghigno perverso, consegnò il film per il visto censura.
Il titolo originario era Così imparano a fare i cattivi, ma è anche la battuta che i fratelli esclamano dopo aver ucciso i genitori. Quando però si decise di sostituire questa battuta con la più umoristica “Come giocano bene a fare i morti!” si stabilì anche di cambiare titolo al film, che divenne Antefatto, poi Ecologia del delitto (non lo trovate sublime?) e infine l’odierno e più commerciale Reazione a catena distribuito all’estero con lo stuzzicante Bay of blood.
Ed è proprio Bay of blood uno dei pochi film di cui Bava si considerasse soddisfatto. Il merito va soprattutto al produttore Giuseppe Zaccariello il quale, felice che i suoi registi lavorassero a briglia sciolta come quando produsse A ciascuno a il suo di Elio Petri, lasciò carta bianca anche a Bava che, libero d’esprimersi, non solo diresse al meglio la pellicola, ma tornò a occuparsi della direzione della fotografia otto anni dopo La ragazza che sapeva troppo.
A differenza di altri film di Bava, Reazione a catena non presenta un’illuminazione fumettistica dai toni acidi e accesi, ma luci fredde e naturali coadiuvate da un massiccio utilizzo del fuori fuoco per dare un’apparenza illusoria ai soggetti inquadrati. Quando crediamo di osservare un sole al tramonto, la messa a fuoco ribalta la percezione e il sole si trasforma in un occhio che guarda.
Per Bava, che come direttore della fotografia si era formato sui set di Roberto Rossellini, l’aspetto tecnico era determinate, anche se spesso, soprattutto di notte, si stancava e lasciava la macchina da presa al figlio Lamberto. La maniacalità di Bava è rimasta impressa nella mente di Dardano Sacchetti che ricorda che sceneggiare per il padrino dello slasher significava scrivere una scena in funzione di un movimento di macchina, poiché nella testa del regista la storia era già disegnata in un susseguirsi di quadri in movimento. Bava “storybordava” tutto con schizzi talmente essenziali da risultare infantili e, se si fissava con un’immagine, quella doveva essere trasferita dalla sua testa alla sceneggiatura.
Abbiamo detto che Bava desiderava una storia che gli desse la possibilità di mettere in scena un delitto via l’altro. Quindi, quando gli autori gli presentarono un soggetto incentrato su un gruppo di impostori che si scannano per ereditare una baia, gli s’illuminarono gli occhi. Più personaggi ci sarebbero stati, più alto sarebbe stato il numero delle vittime. Sangue, sangue, e ancora sangue! Crepano tutti nei modi più assurdi. Crepa Isa Miranda, crepa Leopoldo Trieste, crepa Laura Betti, crepa Anna Maria Rosati, crepa Claudio Camaso (fratello minore di Gian Maria Volonté) e crepano Claudine Auger e Luigi Pistilli fucilati dalla loro prole. In realtà gli omicidi sono di più, ma il filo logico che li unisce presenta qualche imperfezione, come se gli sceneggiatori avessero tralasciato di dare alla storia una parvenza di credibilità per consegnare in fretta un copione che grondasse più sangue di un maiale sgozzato. Da questo ne deriva una vicenda dai risvolti narrativi sghembi e naif che però, grazie agli effetti di Carlo Rambaldi che dà fondo a ogni contenitore di sciroppo all’amarena, ha il merito di inorridire lo spettatore con scene d’estrema violenza che faranno da ponte per tutto il cinema splatter d’oltreoceano. Chi ha amato la scena della coppia impalata mentre fa sesso in Venerdì 13 Parte 2, corra a vedere quella realizzata in Reazione a catena. Sono identiche. Solo che quella di Bava è più giovane di dieci anni. Perché il peccato di molti di ignorare i tesori del passato, per fortuna, non è il peccato di tutti.

(Filippo Santaniello)

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Polvere alla polvere, di Brian Freeman

polvereTitolo: Polvere alla polvere
Autore: Brian Freeman
Editore: Piemme
Anno: 2014
Pagine: 182
Prezzo: 1,90 euro (cartaceo)

Sinossi

Ci sono verità che è meglio lasciare sepolte sotto una coltre di neve. È notte quando il detective Jonathan Stride arriva nel piccolo cimitero di campagna dove riposa sua madre, a Shawano, Wisconsin, un luogo dove non metteva piede da vent’anni. Nel buio, la sua torcia illumina la neve che cade piano, mentre una campana arrugginita suona nel vento. All’improvviso, i fari di un’auto della polizia fendono l’oscurità; un agente scende dall’auto, si avvicina a una lapide e si toglie la vita con un colpo alla tempia. Stride è un estraneo in quella piccola città e lo sceriffo non gradisce né la sua presenza né la sua curiosità. Eppure il detective non può dimenticare quanto è accaduto proprio davanti ai suoi occhi: vuole risposte, ed è disposto a trovarle da solo. Anche a costo di riaprire le pagine più oscure del passato di Shawano…

La recensione di Nero Cafè

Comincio con una confessione: non avevo mai letto nulla di Freeman, prima d’ora, e il mio rammarico è averlo fatto con un romanzo intermedio. Quindi, se volete, iniziate dal primo titolo che vede protagonista il detective Stride, Immoral (Piemme, 2006).

Il romanzo è scorrevole e coinvolgente, sebbene non in maniera uniforme; alcuni passaggi, infatti, si divorano, mentre altri risultano più lenti. Tuttavia, il romanzo si legge in pochissimo tempo, vuoi per la brevità, vuoi per una struttura snella e lineare, vuoi ancora per lo stile di Freeman, davvero interessante: è spietato, non si perde in particolari inutili, eppure condisce la narrazione con metafore e descrizioni brevi che riescono perfettamente a delineare ambienti e personaggi.
Le ambientazioni, in tal senso, sono statiche: l’intera faccenda è ambientata nella cittadina di Shawano, in Wisconsin, tuttavia il lettore non sente la necessità di oltrepassarne i confini. La vicenda s’incastra perfettamente nel clima gelido e misterioso del paese. I personaggi sono ben tratteggiati sia sotto l’aspetto fisico sia sotto quello psicologico. Anche i dialoghi risultano coerenti e le espressioni cambiano in base al personaggio del momento, così come le gestualità.

Personalmente, ho trovato un autore dalle capacità enormi e dalla penna elegante e cattiva, tanto che approfondirò la sua bibliografia non appena avrò tempo e possibilità. Polvere alla polvere è un romanzo breve che riesce comunque a fare il suo “sporco lavoro”. Bravissimo Freeman a mescere delitti materiali con elementi paranormali (nel romanzo, infatti, si incappa spesso nella dicitura Der Teufel, il diavolo), magistrale nel trasmettere il gelo di Shawano e farlo incuneare nelle ossa del lettore (che non si libererà più dalla neve e dalla sensazione di freddo delle prime pagine) e davvero bravo a trattare un tema di grande attualità (che non vi rivelo, altrimenti rischio di togliervi il divertimento). Un libro dallo stampo tipicamente americano, narrato in maniera quasi cinematografica.
Vi chiederete: se sei così entusiasta di questo autore, perché non dai una valutazione maggiore? Proprio perché suddetto autore è capace, secondo me, di narrazioni strabilianti. Qui, nel finale, si perde un po’ e gli ultimi eventi sono poco chiari, quasi volesse concludere in fretta il romanzo. Inoltre, a livello concettuale, vi sono degli avvenimenti iperbolici, non giustificati dal contesto familiare della cittadina né dai ruoli ricoperti dai personaggi.
Lettura, comunque, consigliata. Freeman gran maestro di stile.

Estratto

Jonathan Stride guardava il cimitero riempirsi di neve. Una nevicata senza vento che smorzava ogni suono, ricoprendo di una coltre bianchissima le tombe e l’erba addormentata. L’unica luce era quella della torcia che illuminava la strada. Era solo un piccolo cimitero di campagna, incastonato tra i campi di mais del Wisconsin, eppure Stride non ricordava esattamente da che parte andare. Era stato lì soltanto una volta, nella sua vita.
Quanto tempo fa? Forse una ventina d’anni. Era ancora giovane. Era venuto in pellegrinaggio con la moglie Cindy, per visitare la tomba di sua madre poco dopo la collocazione della lapide.
La torcia illuminava tombe con date di morte risalenti anche a cent’anni prima. Una muffa gialla oscurava i nomi sulle lapidi più vecchie. Vide epitaffi scritti in tedesco, che riflettevano l’eredità culturale della zona. “Der Herr ist unsere hirte uns wird nichts mangeln”. Le lapidi erano quasi tutte senza pretese, ma alcune erano di grandi dimensioni, ironica dichiarazione dell’importanza delle persone sepolte sotto.
Ironica, perché chi si ricordava di loro, adesso?

Valutazione: tre coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Il mistero dell’orto di Rocksburg, di K.C. Constantine

6479-il-mistero-dellorto-di-rocksburgTitolo: Il mistero dell’orto di Rocksburg
Autore: K.C. Constantine
Editore: Carbonio Editore
Anno: 2018
Pagine: 234
Prezzo: 15,50 euro (cartaceo)

Sinossi

A Rocksburg, Pennsylvania, sembra che non accada mai nulla. Eppure, tra le casette ordinate e linde di questa sonnolenta provincia americana, non tutto è tranquillo come appare. Lo sa bene Mario Balzic, capo della polizia, che a Rocksburg vive da sempre. Di origini italo-serbe, incline all’alcol e al turpiloquio, Balzic è un tipo burbero ma di buon cuore, che non disdegna i metodi poco ortodossi pur di ristabilire la giustizia. Stavolta Balzic deve vedersela con una sua vecchia conoscenza: la signora Frances Romanelli, allarmata dalla scomparsa del marito Jimmy, ex minatore, che negli ultimi tempi era dedito alla coltivazione di un rigoglioso campo di pomodori. E proprio intorno a quell’orto aleggia un mistero, preludio di una serie di morti sanguinose che di lì a poco sconvolgerà la cittadina.

La recensione di Nero Cafè

Il mistero dell’orto di Rocksbug è il primo dei sedici titoli che comporranno la serie di Mario Balzic, un capo della polizia assai particolare nelle cui vene scorre sangue per metà italiano e per metà serbo. Di lui, però, parleremo più in là. A introduzione della recensione vera e propria, eccovi qualche ragguaglio in più sull’autore: K.C. Constantine è lo pseudonimo usato da Carl Constantine Kosak, nato in Pennsylvania nel 1934. Di lui si hanno poche notizie: ha studiato al Westminster College e ha prestato servizio nei Marines nei primi anni ’50; è stato per diverso tempo insegnante d’inglese, fintanto che non ha rinunciato a conseguire il master e ciò ha causato il suo licenziamento. Senza più lavoro, Kosak si dedica alla scrittura a tempo pieno. Non si è mai mostrato al pubblico prima del 2011, quando decide di partecipare al 16° Festival del Mistero, dove firmerà i suoi libri e rilascerà un’intervista dal vivo.

Il romanzo risulta davvero fluido e coinvolgente, infatti il lettore non accarezzerà mai l’idea di abbandonarne la lettura, vuoi per una struttura lineare e, quindi, assai agevole, vuoi per uno stile asciutto, essenziale e “sporco” quanto basta, che si sposa perfettamente sia col genere, sia con l’ambientazione, sia ancora con i temi trattati. La penna di Constantine è davvero pregevole e trova sua massima espressione nei dialoghi, con i quali dà forza all’ambientazione e alla profondità psicologica ai personaggi. La scrittura, quindi, non è artefatta, va dritta al punto, non presenta artifici, eppure non rinuncia né alle metafore né ai dettagli storico-descrittivi.
L’ambientazione è coerente con l’America degli anni ’80 e con la situazione socio-politica della Pennsylvania, appartenente alla cosiddetta Rust Belt (letteralmente: “cintura di ruggine” – NdR), che indica tanto una zona geografica quanto il triste fenomeno del declino economico e sociale e dello spopolamento a causa della contrazione del settore industriale. Constantine rende reale Rocksburg, vestendola di un passato all’insegna del duro lavoro e di un presente in cui tutto si trascina con tristezza e ineluttabilità, a colpi di birre e assegni di disoccupazione. Eccellente la caratterizzazione dei personaggi: nessuno ricalca gli altri, tanto nelle azioni quanto nell’espressione linguistica; possiedono tutti il loro carattere, il loro pensiero politico e sociale, la loro parlantina, complici anche dialoghi magistrali che pennellano situazioni e soggetti, rendendoli vividi, tanto che il lettore riesce a decifrarne la postura, i movimenti, le espressioni, i sentimenti quasi sempre a metà strada tra il bene e il male.

Il mistero dell’orto di Rocksburg è un romanzo che va letto. Non aspettatevi, però, uno di quei gialli tutto colpi di scena e pistole alla mano, in cui scorrono maree di indiziati e la Scientifica la fa da padrona. No, l’opera in questione presenta una trama poliziesca piuttosto semplice (può capitare che individuiate il colpevole prima della fine, ma leggendolo capirete che ciò non conta poi così tanto), nulla di artificioso, eppure sotto di essa rifulge la narrazione spietata dell’America rurale dell’epoca, le antipatie razziali mai sopite, le lotte sindacali, la mentalità ristretta che relegava le donne a semplici figure casalinghe. Constantine sfrutta così la scomparsa di Jimmy Romanelli per dipingere un quadro rugginoso e decadente della propria nazione.
Ho già detto che i personaggi sono grandiosi, tuttavia vorrei spendere ancora qualche parola proprio sul protagonista indiscusso del romanzo, ovvero Mario Balzic. Ecco, io lo adoro. Può sembrarvi un’affermazione semplicistica, però vi assicuro che non lo è: il nostro poliziotto non è un eroe, bensì un antieroe per eccellenza, dal gomito alto e la parlantina feroce; ha colpi di testa, non guarda in faccia a nessuno e sa essere irriverente e spietato. Eppure, sotto la maschera da zuccone villano, nasconde un cuore d’oro, una propensione ad aiutare gli altri che lo fa brillare nel cielo di carbone di Rocksburg. Balzic passa così da personaggio a persona, prende corpo, ti conquista e ti fa desiderare di averlo alla tua tavola (sulla quale, ovviamente, non può mancare qualche bottiglia di Mondavi).
Potrei dire molto altro su quest’opera. Approfondire la questione dialoghi, che hanno un ruolo predominante e sono fondamentali per lo sviluppo dell’intera trama e dei personaggi, dirvi quanto sia morente la cittadina di Rocksburg e via dicendo, ma vorrei che lo leggeste, perché solo così potrete capire la potenza evocativa di questo scrittore.
Una cosa, però, voglio aggiungerla: non ho potuto evitare di paragonare Il mistero dell’orto di Rocksbury al più recente Ruggine americana, di Philipp Meyer, libro che ho amato con tutta me stessa. Ambedue i testi sono pregni di decadenza e malinconia e raccontano un’America dove il progresso è imploso, lasciando nella società e quindi nelle persone stesse una profonda amarezza: nessuno combatte più, tutti si trascinano nell’indolenza e nella sicurezza di qualche assegno statale, in un paesaggio statico e immutabile dove il male, spesso, è in agguato travestito da bene e viceversa.

Lettura straconsigliata, ma ripeto: non affrontatelo come un semplice giallo, perché è molto, molto di più.

Estratto

Balzic annuì pensieroso, riflettendo sul perché non fosse rimasto in contatto con un uomo con cui suo padre aveva condiviso così tanto. “Sì, erano uomini speciali, fatti di un’altra pasta”.
Balzic stava pensando a Mike Fiori, a suo padre e a gente come loro, che aveva trascorso la propria vita lavorativa sotto terra, facendo a pezzi il carbone bituminoso con picconi e pale, il più delle volte senza poter tenere la schiena dritta e spesso in ginocchio. Balzic rabbrividì. Odiava le miniere. Non aveva mai sofferto di claustrofobia, non c’era mai una situazione in cui potesse trovarsi che gli desse quella sensazione, eppure gli bastava pensare a una miniera di carbone e si sentiva stringere il petto e il respiro venire meno, e cominciava ad ansimare come se stesse soffocando. Quando gli capitava, provava un eccessivo senso di colpa per non essere stato in grado di controllarsi e poi si sentiva stupido per quel senso di colpa, ma accadeva ogni volta. Bastava che pensasse a una miniera ed era spacciato. Vuotò il bicchiere e fece cenno a Vinnie di riempirlo di nuovo.

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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Rosmary’s baby, di Ira Levin

BIGSUR3_Levin_Rosemarysbaby_cover1Titolo: Rosmary’s baby
Autore: Ira Levin
Editore: SUR
Anno: 2015
Pagine: 253
Prezzo: 9,99 euro (ebook) – 16,50 euro (cartaceo)

Sinossi

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford – uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende – e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un’importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall’invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti. Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, Rosemary’s Baby è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.

La recensione di Nero Cafè

Inizio con un brevissimo preambolo: proprio da questo libro è stato tratto l’omonimo film, diretto da Roman Polanski e interpretato da una meravigliosa Mia Farrow e un grandissimo John Cassavetes. Se non l’avete ancora visto, rimediate subito (a distanza di quindici anni, ancora ricordo la bellezza della pellicola, quindi non potete proprio perderla).

Il romanzo è davvero scorrevole e lo si legge in pochissimo tempo. Coinvolgente, mai noioso, presenta uno stile raffinato ma non ampolloso, scevro di barocchismi e quindi capace di arrivare fin dentro l’anima di chi lo legge. Non ci sono paroloni, non ci sono strutture sintattiche contorte e questo rende l’opera immediata e adatta a tutti (a tutti gli amanti del genere, specifico). Anche le metafore, nonostante siano abbastanza numerose, non appesantiscono. La struttura è grossomodo lineare, non vi sono salti temporali ma solo ricordi ben amalgamati con la narrazione.
L’ambientazione è circoscritta alla casa dei coniugi Woodhouse, al Bramford e a pochi altri luoghi, ma il lettore non sente il bisogno di uscire da quelle che, volente o dolente, diventeranno le sue quattro mura. La forma mentis sociale è ben delineata, tuttavia i personaggi avrebbero potuto aver maggior profondità psicologica. Infatti, molti di essi sono appena abbozzati e non riescono a spiccare come avrebbero dovuto; possibile, però, vista la maestria con la quale Levin riesce a intessere una storia semplice ma orribile, che questa sia una scelta dell’autore. I dialoghi sono, invece, coerenti con i personaggi parlanti, seppur non sempre diversificati; malgrado ciò, sono realistici e quando fanno eccezione contribuiscono a dare atmosfera al romanzo.

Forse ero nel mood giusto, forse questo è davvero un libro magico (o, visto l’argomento, maledetto), ma l’ho finito in tre sole sere. Vero che si tratta di un’opera non troppo corposa, però il tocco magico dell’autore c’è e ha il potere di scatenare nel lettore la bramosia di arrivare alla fine. Insomma, a parte l’osservazione riguardo alla psicologia non sempre sviluppata dei personaggi, Rosmary’s baby ha ben donde di essere stato fonte d’ispirazione per registi e scrittori di tutte le epoche. L’orrore, qui, è strisciante, s’insinua sottopelle, dentro le ossa e si fa dolore; lo stesso dolore che deve sopportare Rosmary lo deve sopportare anche il lettore, così come le sue paure, i suoi dubbi, la sua obbligata arrendevolezza. Levin magistrale nel rielaborare un lieto evento e tingerlo di nero. Ho trovato terribile, e proprio per questo fantastico, il finale, caratterizzato da un mutamento repentino di cui solo una madre potrebbe essere capace.
Inutile dire che sì, ne consiglio eccome la lettura.

Estratto

La notte era tiepida e dolce e s’avviarono a piedi; nell’avvicinarsi alla massa scura del Bramford, scorsero sul marciapiede davanti all’ingresso un gruppo d’una ventina di persone raccolte in cerchio accanto a un’auto. V’erano anche due macchine della polizia ferme lì davanti, appaiate, con le luci sul tetto che continuavano a lampeggiare.
Allarmati, e tenendosi per mano, Rosemary e Guy af­frettarono il passo. Gli automobilisti di passaggio sull’avenue rallentavano per curiosare; le finestre del Bramford si aprivano stridendo e ne sporgevano alcune teste, accanto a quelle delle cariatidi di gesso. Il portiere di notte, Toby, uscì dal palazzo con una coperta scura che uno dei poliziotti gli tolse di mano.
Il tetto della macchina, una Volkswagen, era ammaccato di lato, il parabrezza si era tutto incrinato. «Morta,» disse qualcuno, e un altro aggiunse: «Ho guardato in su e ho visto come un grosso uccello, un’aquila o qualcosa del ge­nere, piombar giù in picchiata.»
Rosemary e Guy s’alzarono in punta di piedi e allunga­rono il collo di sopra le spalle della gente. «Avanti, fate largo, ora,» disse il poliziotto che stava al centro. Il gruppo s’allargò, un paio di spalle in camicia sportiva si fecero da parte: Terry era stesa a terra sul marciapiede, con un oc­chio rivolto al cielo e metà del viso ridotta a una poltiglia rossa. La coperta scura le calò sopra. Nel posarlesi addosso, si tinse di rosso in un punto e poi in un altro.

Valutazione: quattro coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo-occhio-4-coltelli e mezzo


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Credimi, sto mentendo, di Mary E. Summer

credimi sto mentendoTitolo: Credimi, sto mentendo
Autore: Mary E. Summer
Editore: Newton Compton
Anno: 2015
Pagine: 285
Prezzo: 1,99 euro (ebook) 9,90 euro (cartaceo)

Sinossi

Julep Dupree dice un sacco di bugie e conosce bene l’arte del raggiro. Suo padre, anche lui un esperto truffatore, l’ha mandata all’esclusivo St Agatha High, a Chicago, proprio per farla socializzare con i figli dell’alta società. E Julep non perde tempo: riesce perfino a guadagnare un po’ di soldi organizzando piccole truffe per far ottenere ai suoi compagni di classe il massimo dei voti. Il suo obiettivo è riuscire ad arrivare fino alla prestigiosa università di Yale. Ma quando un giorno torna a casa, ad attenderla c’è una brutta sorpresa: l’appartamento è stato svaligiato e suo padre è scomparso. Con l’aiuto del suo migliore amico, Sam, e del ragazzo più ambito della scuola, Tyler, Julep cercherà di seguire le tracce che l’uomo ha lasciato dietro di sé: e non sarà facile tra criminali che le danno la caccia e torbidi segreti di famiglia. Ora per lei non c’è più tempo da perdere, è giunto il momento di mettere in pratica tutti i trucchi che il padre le ha insegnato.

La recensione di Nero Cafè

Questo libro mi è stato regalato e io, per educazione, l’ho letto. E pure finito. Come ho fatto non lo so, ma l’ho fatto.

Parto col dire che è un romanzo d’esordio. Esordire non è mai semplice, né a livello tecnico né a livello psicologico, ed è facile che l’opera prima di un autore sia imperfetta sotto alcuni aspetti. Quindi, per carità, non vorrei mai mancare di rispetto alla Summer che, a differenza mia, il coraggio di fare il grande passo l’ha avuto… però, diamine, qui non c’è proprio niente. Non c’è stile (la scrittura è ridotta all’osso, la sintassi misera, il vocabolario limitato), non c’è caratterizzazione dei personaggi (tutti sanno fare tutto, pur avendo ancora il latte alla bocca), non c’è una vera e propria ambientazione; addirittura, ci sono passaggi che risultano monotoni, seppur narrati con linguaggio fin troppo semplice.
La cosa che però proprio non regge è la trama e il comportamento dei personaggi.

[SPOILER] Ci troviamo, infatti, davanti a dei liceali, quindi a degli adolescenti, costretti a fronteggiare la mafia. Non il senzatetto alticcio sotto casa, eh. La mafia. E loro, invece di essere terrorizzati, studiare un piano per salvarsi la pelle e magari non mettere naso fuori di casa, che cosa fanno? Si divertono. Ridono, scherzano, hanno addirittura tempo di organizzare un ballo scolastico e scegliere il vestito più figo, concentrando tutte le loro energie in questioni sentimentali. [/SPOILER]

Ho trovato davvero di cattivo gusto il modo in cui l’autrice affronta il tema della mafia, una delle piaghe sociali più gravi di sempre. Inoltre, questione morale a parte, non ha davvero senso. Nessuno con un po’ di sale in zucca prenderebbe la mafia sottogamba, specialmente chi bazzica l’ambiente della malavita.
Per concludere, non è nemmeno un thriller, ma uno young adult travestito da thriller di basso livello.
Ah, no. Ancora una cosa: in chiusura, due orrori grammaticali da far rabbrividire (un “si” al posto di “sì” e un “ha” al posto di “a”). In questo caso l’autrice, poveraccia, non ne ha colpa, ma certi errori non possono non pesare sul giudizio complessivo (già molto basso).

Uno dei libri più brutti mai letti in tutta la mia vita.
Stavolta, no secco.

Estratto

Sono Ms Jena Scott, l’avvocato più giovane dello studio Lewis, Duncan and Chase. O almeno lo sarò per i prossimi trenta minuti. Dopo di che tornerò Julep Dupree, studentessa del secondo anno presso la St Agatha’s Preparatory School e versatile traffichina. (Anche Julep non è il mio vero nome, ma ne parleremo più tardi).
[…]
Il mio talento è l’unica cosa su cui posso speculare. Sono un’imbrogliona, un genio della truffa, un’artista del travestimento. Sono la migliore, davvero, perché ho imparato dal migliore: mio padre Joe. Mai sentito parlare di lui? Be’, non avreste potuto, perché non è mai stato beccato. E nemmeno io. I migliori imbroglioni sono come i fantasmi.

Valutazione: un coltello.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhio un coltello


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La tana di Mezzanotte, di Richard Laymon

laymonTitolo: La tana di mezzanotte
Autore: Richard Laymon
Editore: Indipendent Legions Publishing
Anno: 2017
Pagine: 288
Prezzo: 3,99 euro (ebook) 18,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Un gruppo di turisti si appresta a scoprire le meraviglie della caverna di Mordock, una grotta naturale scoperta agli inizi degli anni ’20, quando un improvviso blackout interrompe la gita. Sicuramente un guasto temporaneo destinato a risolversi in pochi minuti: questo è l’auspicio, ma il tempo passa e la luce non torna. Che fare? Risalire in superficie è impossibile, non resta che attendere i soccorsi o tentare un’altra via di fuga, la sola possibile, quella che si cela oltre il Muro di Ely, laddove in passato ha perso la vita una giovane donna. I più temerari decidono di abbatterlo, quel che non sanno è che così facendo dischiuderanno le porte dell’inferno.
Traduzione di Daniele Bonfanti. Illustrazione di copertina di Giampaolo Frizzi.

La recensione di Nero Cafè

Quando mi è stato raccomandato questo libro provenivo da una lettura davvero terribile. «Leggilo, che ne vale la pena» mi è stato detto. «Ha un intreccio fantastico.» Ed era vero.

Il romanzo è molto scorrevole, non ha “punti morti” e riesce a coinvolgere il lettore in maniera più o meno uniforme, seppur l’intreccio non sia affatto lineare. Richard Laymon, infatti, salta dal presente al passato narrativo, da un punto di vista all’altro; questo, però, invece di creare confusione, dona al lettore un quadro completo delle vicende così da far incastrare, evento dopo evento, ogni tassello. Ho trovato, inoltre, assai interessante lo stile: per nulla barocco, molto asciutto e a tratti essenziale, fa trasparire comunque un’abilità linguistica non indifferente. L’autore, insomma, gioca bene con le parole e con esse crea atmosfere claustrofobiche sfruttando pochi lemmi, capacità non cerco comune. Tuttavia, nonostante la sintassi molto sobria, non mancano le descrizioni e questo è una peculiarità che, personalmente, adoro.
I personaggi sono ben delineati, sotto l’aspetto fisico e psicologico. Certo, chi più chi meno: v’è qualche figura, pur principale, più abbozzata rispetto ad altre, ma l’essenza individuale riesce a trasparire comunque. I dialoghi reggono, sono coerenti con la circostanza e ben differenziati in base ai soggetti parlanti. Ottima, ma ottima davvero, l’ambientazione, pennellata nella sua magnificenza e nel suo orrore opprimente.

Indubbiamente, La tana di mezzanotte è un romanzo di qualità e presenta un ottimo intreccio al pubblico. Coinvolge, disgusta e inquieta come un vero horror dovrebbe fare. Il lettore vive il delirio, lo sconforto e la follia dei personaggi implicati nelle vicende, la paura di morire, la necessità di salvare le persone amate. Un’osservazione, però, è d’uopo: Laymon calca un po’ troppo la mano e alcune situazioni le esaspera col rischio di sfiorare l’incoerenza (pur senza cadervi). A tratti, inoltre, ho avuto l’impressione che l’autore desiderasse dare all’opera un più ampio respiro, ma che, per non dilungarsi troppo (forse per paura di annoiare il lettore?), si sia limitato a qualche accenno, rinunciando alla grandiosità di certe scene.
Critiche terminate, è l’ora dei complimenti. Laymon ha due qualità che ho davvero amato con tutta me stessa. La prima: la capacità di strutturare la psicologia dei personaggi tramite una serie connessa (e a volte sconnessa) di pensieri. Il flusso di coscienza risulta così realistico e in grado di dipingere la forma mentis dei protagonisti senza perdersi in descrizioni verbose. Seconda particolarità: Laymon non manda a dire le cose, proprio no. Se deve inserire una volgarità, ce la mette senza pensarci due volte. Eppure ha un’esposizione raffinata e i suoi turpiloqui non infastidiscono, risultando funzionali alla storia, al contesto, al punto di vista o alla descrizione del personaggio di turno. Peculiarità unica che in altri autori horror e splatterpunk non ho rinvenuto. Quindi, tanto di cappello.

Lettura davvero consigliata agli amanti del genere; non adatta a claustrofobici e impressionabili

Estratto

Era Katie, che si mise a ridere.
“Gesù, Giuseppe e Maria! Mi hai fatto prendere un infarto,” sussurrò lui.
Lei rise ancora più forte.
Lui sapeva bene che far prendere un bello spavento a papà, anche senza farlo apposta (come in questo caso), era considerata da Katie una delle vere gioie della vita. In classifica, si collocava al vertice insieme alle battute su caccole, rutti, chiappe e scoregge.
Con gusti del genere, pensò, finirà per preferire Stephen King, piuttosto che il suo buon vecchio papà.

Valutazione: quattro coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

terzo occhio 4 coltelli


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L’incubo di Hill House, di Shirley Jackson

hillhouseTitolo: L’incubo di Hill House (conosciuto anche come La casa degli invasati)
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi
Anno: 2016
Pagine: 233
Prezzo: 6,99 euro (ebook) 12,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice, e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague. È la Casa – con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

La recensione di Nero Cafè

Dopo aver letto e recensito Abbiamo sempre vissuto nel castello, ho decido di godermi un’altra storia di Shirley Jackson e la scelta non poteva che vertere sul suo romanzo più celebre: L’incubo di Hill House.
Piccolo jolly d’apertura: il romanzo in questione è noto, in Italia, anche come La casa degli invasati e ad esso si sono ispirate due riduzioni cinematografiche: Gli invasati, di Robert Wise (1963) e Haunting – Presenze, di Jan de Bont (1999).

Il romanzo è abbastanza scorrevole e riesce a coinvolgere il lettore il giusto, tuttavia, durante la narrazione, presenta degli stralci un po’ stagnanti, che rallentano sensibilmente la lettura e mitigano l’immedesimazione nonostante l’opera sia grossomodo lineare, se fatta esclusione per qualche ricordo dei protagonisti. L’intreccio è quello classico di qualsiasi romanzo di genere e lo stile è tipico della Jackson: nessuna parola altisonante, un vocabolario semplice capace di arrivare a chiunque voglia approcciarsi alla lettura del suo lavoro e periodi a volte brevi e diretti, a volte più complessi ed elaborati. Non scade però mai nella verbosità e questo è un merito che le va riconosciuto a priori, nonostante qualche passaggio un po’ complesso (soprattutto nei dialoghi) nel quale il lettore può smarrirsi.
I personaggi, forse, sono il tallone d’Achille dell’intera opera: nonostante siano sufficientemente differenziati tra loro nelle azioni, nei pensieri e, soprattutto, nei dialoghi (la Jackson, in tal senso, ha fatto un gran lavoro di caratterizzazione), non riescono a spiccare né avere tridimensionalità, restando figure narrative e non “persone”. A questo, però, si contrappone una bellissima ambientazione, molto sfruttata ma resa con maestria. I tocchi d’inchiostro della Jackson riescono a delineare benissimo l’atmosfera lugubre e misteriosa della casa, nonché la casa stessa, con le sue stranezze architettoniche e i suoi fatti sinistri.

L’incubo di Hill House è senza dubbio uno dei precursori dell’horror moderno e sfrutta topoi di stampo classico: il dramma, la follia, la morte, la suggestione, la casa lugubre e infestata. Devo ammettere che, essendo uno dei titoli più osannati del panorama mondiale, mi aspettavo un po’ di più. In primis, una caratterizzazione più profonda dei personaggi, ma anche un maggior coinvolgimento emotivo verso il lettore, particolare che qui, secondo me, manca. Peccato, perché l’inizio, con tutte le speranze della nostra eroina (Eleanor), fa scintille. Poi, però, il pathos si sgonfia man mano che i quattro coinquilini affrontano la convivenza a Hill House. Non l’ho trovato mai noioso, questo no, tuttavia alcuni passaggi sono risultati davvero “lentucci”.
Devo dire, però, che la Jackson rimane maestra delle atmosfere e ambientazioni. Un’affermazione, un aggettivo, una metafora e il brivido non manca: ti senti Hill House sulla pelle, dentro le ossa. Il problema, secondo me, è che non ha lasciato abbastanza spazio alle atmosfere di cui è maestra. Inoltre, ho trovato molto bello il gioco che unisce orrore e dramma, maledizione e soggezione, in un alternarsi incerto di ciò che è reale e ciò che non lo è. Niente sangue, nessuna scena splatter né massacri sparsi, dunque: il terrore della scrittrice continua a essere sottile e psicologico, elegante.
Le ultime righe le dedico al finale, misterioso e angosciante, sebbene un po’ scontato. Quando ho terminato di leggere il romanzo, ho pensato: “Ma perché? Perché l’autrice non ha dato un colpo di coda?”. Ho percepito l’amaro in bocca, quel tipico sentore di una lettura in cui manca qualcosa. Poi, il giorno dopo, ci ho riflettuto a mente fredda. E forse sì, la Jackson avrebbe potuto dare un tocco di personalizzazione in più, ma la chiusura di una storia folle e drammatica, fortemente psicologica, non poteva essere che uno e uno soltanto: quello per cui lei ha optato.

Lettura consigliata, pur consci che si tratta soprattutto di un dramma interiore.

Estratto

Era la prima volta che si trovavano riuniti, tutti e quattro, nel grande atrio di Hill House.
Attorno a loro, la casa stava come in agguato e li studiava, là fuori i monti dormivano di un sonno sempre vigile, piccoli vortici d’aria e di suoni e di movimento s’agitavano, sussurravano, attendevano e il centro di consapevolezza era, in qualche modo, il breve spazio nel quale sostavano, quattro persone distinte che si fissavano fiduciose.
— Sono veramente lieto che siate arrivati sani e salvi e in tempo — disse Montague. — Benvenuti, tutti quanti, benvenuti a Hill House… Ma forse il benvenuto avrebbe dovuto darcelo lei, giovanotto… In ogni caso, benvenuti. Benvenuti! Luke, ragazzo mio, non potrebbe prepararci un Martini?

Valutazione: tre coltelli e mezzo.

(Tatiana Sabina Meloni)

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