Un’elegante ferocia, di Stefano Caso

“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro… di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza…” (da Il Giuramento di Ippocrate, in forma moderna)

Un reggiseno bianco. Un palloncino sgonfio. Una frase di Sartre, “L’uomo è l’essere che progetta di essere Dio”. Un nome e un cognome. È il contenuto di uno strano pacco recapitato a Betty Cabrini, giornalista d’assalto di Cremona, da una persona misteriosa.

Cosa si cela dietro gli indizi volutamente mandati alla reporter? Una richiesta d’aiuto? Prove di un’avvenuta, o prossima, violenza? Starà a Betty scoprirlo, nonostante infinite reticenze, con l’aiuto degli amici a lei più vicini, gli studenti Adelmo e Luiso e il suo antico compare di professione, ora trasferito in Friuli ma pronto a tornare per aiutarla, Emiliano Leda. Riuscirà questo improbabile team di investigatori di provincia a dipanare la matassa? Difficile, ma una mano invisibile li aiuta, disseminando il loro percorso di indicazioni utili ad arrivare a capire.

Un’elegante ferocia. Titolo che mira a essere manifesto. Perché Stefano Caso, filosofo, giornalista, prova a insaporire una vicenda che vuole essere oscura e misteriosa, con raffinate citazioni dalla verbalità musicale, di Sartre, soprattutto. Il romanzo, però, fa fatica a decollare. Più che eleganti e arguti detective, i protagonisti sembrano annoiati “animali” di provincia, che si buttano con bramosia un po’ ottusa e teneramente goffa in quello che sembra un caso interessante. Il problema che lo scritto, in precario equilibrio tra l’ironia del normale quotidiano, la suspense giallistica e l’autoanalisi – uno dei protagonisti è evidentemente costruito a immagine dell’autore, certamente sua proiezione fedele – non riesce a valorizzare nessuno di questi aspetti, mescolandoli in modo da confonderli piuttosto che evidenziarli. Invece, grosso contributo a rendere gustosa la lettura è l’autoironica e spietata descrizione biografica del personaggio Emiliano Leda, che, come già accennato, appare come la trasposizione dell’autore. Viene descritto in modo salace, pungente, senza risparmiare continue frecciate sulla di lui calvizie, o sulle sue abitudini quotidiane un po’ triviali. La trama si sviluppa in modo certamente intellegibile, lineare, ma manca un po’ quel mordente tipico degli intrecci più complessi, dal momento che le soluzioni agli enigmi proposti vengono servite ai protagonisti su un piatto d’argento dalla loro misteriosa “guida”. Che tanto valeva scrivesse direttamente un memoriale completo, indirizzato a Betty Cabrini, con fatti circostanziati! Il tema trattato invece, è certamente stimolante, coraggioso, troppo spesso sottaciuto da chi dovrebbe evidenziarlo. Farne il tema di una storia la nobilita, rendendola nel contempo più accattivante per chi legge.

Romanzo quindi certamente potabile, che tocca nervi scoperti, seppur mostrando qualche scricchiolio.

(Giovanni Cattaneo)


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